Quattro anni dopo la loro scomparsa, è ancora ignota la sorte degli studenti di Ayotzinapa. Il nuovo presidente López Obrador assicura che andrà oltre la verità ufficiale. Sarebbe una svolta cruciale per l’incompiuta democrazia messicana, nei giorni in cui rievoca il suo ‘68 di sangue

Giovani durante una manifestazione per i 43 studenti scomparsi ad Ayotzinapa.REUTERS/Edgard Garrido
Giovani durante una manifestazione per i 43 studenti scomparsi ad Ayotzinapa.REUTERS/Edgard Garrido

Era una notte buia e tempestosa. Non è stavolta l’inizio di uno dei tanti racconti di Snoopy ma lo scenario della strage di Iguala, una cittadina nel Messico meridionale. È qui che il 26 settembre 2014 la polizia locale e alcuni criminali attaccarono un gruppo di studenti provenienti dalla scuola magistrale di Ayotzinapa – una località di campagna un centinaio di chilometri più a sud –, uccidendone tre e facendone sparire altri 43. Nonostante siano trascorsi quattro anni dal fatto, ancora non si conoscono le dinamiche esatte e il movente dell’aggressione. E soprattutto non si conosce la sorte degli studenti scomparsi.


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La ricostruzione ufficiale del “caso Ayotzinapa”, elaborata dalla procura della Repubblica messicana, sostiene che i 43 giovani siano stati rapiti da una piccola organizzazione criminale della zona – i Guerreros Unidos – che li avrebbe uccisi e ne avrebbe successivamente cremato i corpi in una discarica, gettando infine i resti in un fiume. L’attendibilità scientifica di questa versione è stata però criticata da molti esperti, compreso il Giei, il gruppo nominato dalla Commissione interamericana dei diritti umani a svolgere indagini autonome sul caso. Il Giei non ha trovato prove a sostegno dell’episodio del rogo nella discarica – ci sarebbe voluto troppo tempo e troppo combustibile, senza contare le forti piogge di quella notte –, ma ha scoperto che le confessioni dei detenuti erano state ottenute con la tortura. Il gruppo ha più volte denunciato di essere stato ostacolato nel suo lavoro: gli è ad esempio stato impedito di interrogare i militari presenti ad Iguala nella notte dell’aggressione.

La sparizione dei 43 studenti di Ayotzinapa e la debole indagine della procura hanno segnato in maniera fortemente negativa il mandato del presidente “riformista” Enrique Peña Nieto, cominciato il 1 dicembre 2012 e prossimo alla conclusione. Il 1 dicembre 2018 all’impopolare Peña Nieto succederà Andrés Manuel López Obrador, il nazionalista di sinistra eletto lo scorso luglio con il 53% dei voti.

In un breve video pubblicato prima del suo ultimo discorso sullo stato della nazione, che ha tenuto all’inizio di settembre, Peña Nieto è ritornato sulla strage di Iguala. L’ha definita un evento «molto triste», ma ha sostanzialmente difeso la verità ufficiale: ha detto che l’investigazione della procura è stata «profonda e ampia» e che ci sono «prove evidenti» che i 43 ragazzi siano stati inceneriti da un gruppo criminale. Ma gli osservatori internazionali, comprese le Nazioni Unite, non sono d’accordo con queste affermazioni. Il Washington Office on Latin America, un’organizzazione con sede negli Stati Uniti che si occupa di promuovere i diritti umani nelle Americhe, ha ad esempio scritto su Twitter che il governo messicano non è stato in grado di arrestare e di processare figure di rilievo coinvolte nel caso, specie per quanto riguarda i pubblici ufficiali di rango elevato, come i vertici dei corpi di polizia locale e federale. Ha poi aggiunto che la versione dei fatti elaborata dalla procura consiste in una spiegazione impossibile sotto il punto di vista scientifico. Peña Nieto invece ha detto che i genitori dei 43 studenti non hanno accettato la morte dei loro figli.

Tre mesi prima delle parole di Peña Nieto, il 4 giugno, un tribunale federale messicano aveva stabilito, in una sentenza ritenuta di importanza storica, che le indagini ufficiali non potevano considerarsi valide né imparziali: oltre alle falsità riportate e alle torture sui detenuti, la procura non aveva nemmeno investigato sull’eventuale partecipazione, attiva o passiva, dell’esercito e della polizia federale ai fatti del 26 settembre 2014. La corte aveva ordinato pertanto la creazione di una “Commissione per la verità e la giustizia” composta anche dai parenti degli studenti scomparsi e dai membri della Commissione messicana dei diritti umani, in modo da mantenersi indipendente dall’influenza del governo centrale.

Il quarto anniversario del “caso Ayotzinapa” sarà ricordato con particolare fervore. A dicembre ci sarà innanzitutto il cambio alla presidenza, e López Obrador ha assicurato di volersi impegnare nella ricerca della verità. In campagna elettorale, durante un comizio tenuto proprio nella città di Iguala, ha promesso la creazione di una commissione per la verità e l’intervento delle Nazioni Unite. «Deve essere fatta giustizia, e sarà il ministero dell’Interno a guidare questo processo», ha ribadito poi a luglio, in veste di presidente eletto. «Le porte del Paese saranno aperte alle organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Non ci saranno ostacoli alla conoscenza della verità sul caso Ayotzinapa». Il Giei, da parte sua, ha detto di essere disposto a riprendere le indagini.

Quest’anno, inoltre, il ricordo dei 43 allievi della scuola magistrale di Ayotzinapa si unirà a quello degli studenti assassinati nelle stragi di Stato del 1968.

Il 13 settembre di cinquanta anni fa circa trecentomila tra studenti e professori marciarono in assoluto silenzio, con la bocca coperta da una X, dal museo di Antropologia alla piazza principale – lo Zócalo – di Città del Messico. Si trattava di una manifestazione di protesta contro l’autoritarismo del governo dell’allora presidente Gustavo Díaz Ordaz, che solo pochi giorni prima aveva ordinato lo sgombero violento dello Zócalo e minacciato nuovi interventi armati contro il movimento studentesco. L’immagine della folla silenziosa in marcia, nel contesto repressivo di quel periodo, segnerà la storia del Messico moderno.

Il 13 settembre 2018, a mezzo secolo di distanza, gli studenti messicani hanno commemorato l’originale Marcia del silenzio con una nuova. Non si è trattato solo di una rievocazione, ma anche di una protesta contro i recenti episodi di aggressione ai danni degli studenti avvenuti all’interno dell’Università nazionale autonoma di Città del Messico (Unam). La responsabilità dei pestaggi è stata attribuita ai cosiddetti porros, ovvero dei picchiatori che – organizzati in gruppi e muniti di matricola, pur non partecipando realmente alla vita universitaria – assalgono gli studenti per disperdere scioperi e manifestazioni. Storicamente i porros fungevano da forza reazionaria interna al mondo studentesco, ed erano manovrati dalla politica per tenere sotto controllo le agitazioni giovanili.

Il campus della Unam ospita circa 350mila studenti e sta attraversando un periodo di insicurezza, che si ritiene essere causato dallo spaccio di droghe. L’aumento delle violenze – a febbraio c’è stata una sparatoria con dei morti, ad esempio – sta facendo considerare la possibilità di permettere l’ingresso nel campus a poliziotti e militari. Un’idea che però ha rievocato in molti gli scenari della Guerra sporca e delle repressioni del 1968, come l’immagine dei carri armati che fanno irruzione nell’università.

Il prossimo 2 ottobre cadranno i cinquant’anni dal massacro di Tlatelolco, quando i cecchini nascosti nelle case che circondavano la Piazza delle tre culture aprirono il fuoco sui manifestanti, perlopiù studenti, che protestavano contro le spese fatte dal governo di Díaz Ordaz per organizzare le Olimpiadi. I dimostranti uccisi furono circa trecento, quelli arrestati migliaia. Dieci giorni dopo i Giochi olimpici di Città del Messico cominciarono normalmente.

Gli studenti di Ayotzinapa che il 26 settembre 2014 attraversavano Iguala erano in viaggio verso la capitale per essere presenti proprio ad una manifestazione in ricordo del massacro di Tlatelolco.

Nel libro Il sogno del primo mondo: il Messico dal 1989 (2006) l’autore, il professor Alexander Dawson, scrivendo della strage nella Piazza delle tre culture commenta così: «Oggi […] atrocità come queste sarebbero inimmaginabili» in Messico. Il “caso Ayotzinapa” ha dimostrato, purtroppo, che non è così, e che la democrazia messicana ha ancora della strada da fare.

@marcodellaguzzo

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