REUTERS/Claudio Vargas

A metà dello scorso aprile l’agenzia di stampa Reuters ha pubblicato una foto che è circolata parecchio sui giornali messicani. Lo scatto ritraeva il corpo di un uomo assassinato a colpi di pistola e riverso a faccia in giù sul bagnasciuga di Caletilla, una delle spiagge più famose e visitate di Acapulco. Una seconda immagine, da una diversa inquadratura, completava la scena: lo stesso uomo, in maglietta e bermuda, veniva osservato e fotografato a poca distanza da un piccolo capannello di turisti mentre due militari ne sorvegliavano il cadavere.


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La potenza di queste fotografie, oltre che nel soggetto in sé, stava nella loro silenziosa capacità di sintesi. Negli scatti si sovrapponevano quasi naturalmente il Messico turistico, quello delle acque cristalline e dei resort, e il Messico violento, quello invece degli oltre 29mila morti per omicidio nel 2017. È una contraddizione tutt’altro che sporadica. I principali centri turistici messicani sono anzi diventati tra le città in assoluto più violente della nazione: Los Cabos è quella con il più alto tasso di omicidi per abitante, subito seguita da Acapulco. Eppure i flussi di visitatori non si sono interrotti. Al contrario, sono cresciuti.

Nel 2016, stando agli ultimi dati ufficiali pubblicati, il turismo rappresentava l’8,7% del Pil messicano, ed è la principale industria per Stati come il Quintana Roo, dove si trovano Cancún e Playa del Carmen. Nel 2017 il Quintana Roo ha ricevuto quasi 17 milioni di visitatori, il 5,3% in più rispetto all’anno precedente. E tutto questo nonostante il 2017 sia stato l’anno più letale nella storia recente del Messico: nel Quintana Roo si sono registrati 359 omicidi, contro i 165 del 2016.

I due trend – quello negativo della violenza e quello positivo del turismo – non si sono fermati. Più di 10 milioni e mezzo di stranieri hanno scelto di trascorrere una vacanza in Messico nel primo quarto del 2018, un aumento del 12,6% rispetto allo stesso periodo del 2017, e le rendite del settore turistico sono cresciute di 6,2 miliardi di dollari. In quanto ad omicidi, invece, il 2018 si sta rivelando anche peggiore del precedente: sono già 10.395 i morti di morte violenta da gennaio ad aprile, e di questo passo il saldo finale potrebbe aggirarsi sulle 32mila vittime.

La violenza criminale è oggi un fenomeno decentrato, che interessa praticamente ogni regione del territorio messicano. Località turistiche incluse: nel 2017 a Los Cabos si sono commessi 110 omicidi ogni 100mila abitanti; l’anno scorso nel municipio di Acapulco sono state assassinate 834 persone, e già 300 solo nel primo quarto di quello corrente.

Ma i turisti non si lasciano intimorire, e anzi continuano ad arrivare in massa, perché di questa violenza non sono praticamente mai i bersagli e solo raramente gli spettatori. Non sono mancati episodi di esecuzioni in mezzo ai bagnanti su spiagge affollatissime: per i gruppi criminali messicani la violenza è un atto pubblico che va esibito e quasi ostentato, con corpi appesi ai cavalcavia e striscioni (narcomantas) intimidatori. Gli omicidi e i rapimenti avvengono però quasi sempre in periferia e colpiscono i locali, lontani dalle aree residenziali e dagli occhi dei turisti.

L’impennata della violenza in tutto il Messico – nelle città turistiche come altrove – si spiega almeno in parte con la dissoluzione delle grosse organizzazioni criminali che fino a non molti anni fa controllavano i racket in un determinato territorio. Acapulco, Los Cabos e Cancún sono rimaste prive di un potere criminale unico e hanno perciò iniziato ad essere contese tra molte gang, ciascuna interessata ad eliminare le concorrenti: Acapulco e Los Cabos, sempre piene di visitatori, sono ambitissime piazze di spaccio, così come il corridoio turistico Cancún-Playa del Carmen.

L’altro lato della storia non ha invece niente a che fare con la droga. Come spiegava anche un lungo reportage del Washington Post dell’anno scorso, la violenza nelle città turistiche – ma è un discorso che può essere esteso anche ad altre realtà messicane – non è sempre riconducibile al narcotraffico. Il più delle volte è legata invece ad altri crimini, come l’estorsione, che è diventata la principale attività dei nuovi gruppi criminali. Nei quartieri dell’interno, lontani dalla costa, sempre più attività commerciali sono costrette a chiudere a causa dell’estorsione: barbieri, ristoranti, bar, meccanici. La categoria professionale maggiormente vessata dalle gang è però quella dei tassisti: oltre ad essere obbligati al pagamento di una quota giornaliera, i tassisti vengono anche costretti a fare da “vedette” o da “corrieri” per le droghe e le armi tra le varie parti della città. Il rischio per un tassista di Acapulco di venire assassinato è otto volte più alto di quello di un cittadino medio.

Il pericolo non sta solo nelle organizzazioni criminali ma anche negli agenti di polizia, spesso corrotti ed estorsori a loro volta. Le polizie municipali, quelle cioè più a diretto contatto con il territorio, ricevono inoltre basse paghe, pochi finanziamenti e scarso addestramento, che ne limitano l’efficacia e la capacità di condurre indagini con successo.

Per cercare di contenere l’emergenza omicidi, i governi municipali di Acapulco, Playa del Carmen e Los Cabos, ad esempio, hanno cercato di rafforzare le misure di sicurezza schierando più poliziotti e installando videocamere di sorveglianza. Ma l’obiettivo è proteggere i turisti, più che gli abitanti locali. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America raccomanda ai propri cittadini che avessero intenzione di viaggiare in Messico una certa cautela, ma il livello di allerta è due su quattro: lo stesso di Francia, Germania, Regno Unito ed Italia.

@marcodellaguzzo

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