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LGBT, il bicchiere mezzo pieno

Lo scorso sabato almeno 20 attivisti per i diritti LGBT sono stati arrestati dalla polizia a San Pietroburgo. È solo l'ultimo episodio della crescente intolleranza contro gay e lesbiche in Russia. La manifestazione a difesa dei diritti della comunità LGBT avrebbe dovuto svolgersi nel centro di San Pietroburgo, ma i manifestanti sono stati fermati nei giardini di Campo di Marte (Marsovo Pole) da una ventina di estremisti e ultraortodossi. Guidati da un sacerdote , recitando preghiere a voce alta e cantando canzoni religiose, hanno gettato monete contro i manifestanti, colpevoli di aver dispiegato alcune bandiere arcobaleno e striscioni con scritte come «Basta omofobia in Russia».

Infografica di RHBT (Russia beyond the headlines) su dati Levada CenterInfografica di RHBT (Russia beyond the headlines) su dati Levada Center

 

Un Paese omofobico

Quella russa è fondamentalmente una società omofobica, almeno in confronto ai paesi occidentali più sviluppati. Secondo un sondaggio condotto nel mese di aprile 2013 dal Levada Center – un’agenzia di sondaggi indipendente – il 35 per cento dei russi considera l’omosessualità come una malattia mentale e il 43 per cento crede che gay e lesbiche siano persone di scarsa moralità. Solo il 12 per cento degli intervistati ha detto che l’orientamento omosessuale è normale e, alla domanda se i gay dovrebbero avere gli stessi diritti degli eterosessuali, solo il 39 per cento ha risposto affermativamente. Sondaggi come questo non sembrano essere presi sul serio da parte dei media, che continuano a parlare di una campagna condotta da lobby occidentali. Commentando le reazioni della stampa internazionale alla nuova legge che vieta la «propaganda omosessuale», l’edizione online della Rossijskaja Gazeta ha scritto che «Nonostante l’ormai famigerato disegno di legge sulla “propaganda gay”, gli scoraggiati occidentali sbagliano a vedere la società russa come intrinsecamente omofoba». Davvero? Ascoltando le parole pronunciate da Vladimir Vladimirovich Putin in un’intervista a Perviy kanal, il principale canale della televisione pubblica, si potrebbe avere un’impressione diversa: «Non abbiamo leggi contro le persone di orientamento sessuale non tradizionale. La Russia ha adottato una legge che vieta la propaganda gay tra i minori. Le persone che hanno proposto e approvato questa legge hanno basato la loro decisione sul fatto che i matrimoni omosessuali non producono figli, e la Russia sta attraversando un momento difficile in termini di demografia. Se uno di loro vuole incontrarmi è il benvenuto, ma nessuno finora ha manifestato l’intenzione».

 

Il bicchiere mezzo pieno

Al di là della recente legge, gli atteggiamenti anti-gay in Russia hanno radici che affondano nella storia del Paese. Senza andare indietro al medioevo, quando la sodomia era perseguita come un peccato mortale, ancora nel XX secolo, dopo la Rivoluzione d’ottobre, l’omosessualità era considerata un vizio borghese che doveva essere criminalizzato e punito fino a 8 anni di carcere. L’articolo 121 del Codice penale dell'Unione Sovietica del  1960 prevedeva ancora il reato, causando la carcerazione di circa mille persone l’anno. Nel 1993 l’articolo 121 fu abolito, ma già la rinascente Chiesa ortodossa – che tutt’oggi predica senza tregua contro l’omosessualità, dichiarandola apertamente un peccato – stava ottenendo sempre più seguito tra la gente, portando parte del Paese indietro al medioevo. Non dovrebbe sorprendere nessuno la recente recrudescenza del sentimento anti-gay tra conservatori, nazionalisti e fedeli ortodossi (vale a dire, una grande fetta di russi).

Eppure, nonostante tutto, c’è qualche ragione per vedere il bicchiere mezzo pieno: gli arresti di Venerdì – insieme al divieto di organizzare il gay pride e alla legge discriminatoria sulla «propaganda gay» – potrebbero essere visti come un buon segno, di una comunità in fermento che lotta per i propri diritti.

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