A Kiev si torna a morire. La destra in piazza contro la decentralizzazione

Si torna a morire in piazza a Kiev. Il 31 agosto scorso alcune centinaia di manifestanti si sono dati appuntamento davanti al Parlamento per protestare contro le leggi sulla decentralizzazione amministrativa che, dentro al palazzo, i partiti di maggioranza si apprestavano a votare.

Kiev, Ukraine - A demonstrator, who is against a constitutional amendment on decentralization, gestures as she stands in front of the police outside the parliament building in Kiev, Ukraine, August 31, 2015. REUTERS/Valentyn Ogirenko

“Una pugnalata alla schiena”, secondo i manifestanti, “un regalo a Putin” il quale, fin dall’inizio della crisi ucraina, spinge affinché Kiev adotti una Costituzione federale. Il “tradimento” di Poroshenko ha così riportato in piazza i più oltranzisti, uniti sotto le bandiere di Svoboda, il partito ultranazionalista ucraino già protagonista dei fatti di Maidan.

Le scene sono state le stesse di allora, vera e propria guerriglia urbana: scudi di metallo, manganelli, elmetti, bottiglie incendiarie, la falange dei nazionalisti pronti all’assalto del Parlamento. E la polizia che respinge e lancia fumogeni, fino a quella granata piovuta dietro le fila delle forze dell’ordine che uccide due agenti e ne ferisce a decine. Le schegge di granata nelle carni, sangue ovunque. Tra i feriti anche alcuni manifestanti.

Un copione già scritto. I militanti di Svoboda furono tra i principali artefici della “rivoluzione di Maidan” andata in scena nell’inverno del 2014. Insieme ad altri movimenti di ultradestra, come il noto Pravy Sector, seppero prendere fin dalle prime settimane il controllo della piazza emarginando i pacifici e alzando il livello dello scontro. Il fatto che oggi siano di nuovo in piazza inquieta il governo ucraino guidato dal Blocco di Petro Poroshenko, attuale presidente del paese. Tuttavia, rispetto a due anni fa, l’Ucraina è oggi un paese stanco e disilluso, con una guerra sul fronte orientale e una gran voglia di normalità.

L’attacco al Parlamento condotto dai militanti ultranazionalisti può dunque essere visto non come il seme di una nuova “rivoluzione” ma come un messaggio al governo: anche i nazionalisti, estromessi dal Parlamento alle ultime elezioni, vogliono la loro parte della torta. Ai tempi della “rivoluzione” il loro leader, Oleg Tiahnybok, fu uno dei “triumviri” che guidò il paese fino alle elezioni ma oggi il partito – con appena il 4,7% dei consensi – è una forza marginale. Marginale ma organizzata e capace di dire la sua a livello locale, specialmente nelle aree occidentali del paese. La domanda che in molti si pongono, e che in un paese come l’Ucraina non è affatto peregrina, è “chi c’è dietro?”. Le illazioni non mancano, gli opinionisti e gli analisti politici indicano in questo o quell’oligarca (da Akhmetov a Kolomoisky al ministro degli Interni Avakov) il loro finanziatore e padrino. Tutto è possibile nell’underground politico-criminale ucraino.

Ma in concreto cosa prevede la legge sulla decentralizzazione? Le modifiche riguardano gli articolo 132 e 133 della Costituzione che, attraverso l’abolizione degli attuali organi di governo locale (oblast, rajon e distretti, oltre alla Repubblica autonoma di Crimea), introducono un sistema a tre livelli, ognuno dotato di una propria assemblea. Il più basso è la “comunità” (grossomodo corrispondente ai nostri comuni); l’insieme di un dato numero di comunità formerà il distretto, e i distretti la regione. Le nuove realtà amministrative saranno disegnate nel rispetto della composizione etnica dei territori. Le autorità locali potranno legiferare su alcune materie, lasciando allo stato centrale il controllo dell’economia, delle imposte, della sicurezza. In un paese come l’Ucraina, dove i piccoli e grandi oligarchi sono sempre stati anche i rappresentanti politici dell’area su cui esercitavano i propri interessi economici, è possibile che un sistema come questo crei centri di potere su cui Kiev non riesca ad esercitare un pieno controllo. La modifica dell’articolo 119 introduce allora la figura del Prefetto, longa manus del governo con la facoltà di porre il veto a quelle leggi che fossero in contrasto con la Costituzione.

Al netto dei tecnicismi, Kiev è costretta dagli accordi di Minsk ad approntare una riforma in senso decentralista, ma teme le spinte centrifughe. Non a caso lo status degli oblast di Lugansk e Donetsk, attualmente occupati dai separatisti filorussi, è stato lasciato indefinito. Una porta aperta alle trattative con Mosca? Diversamente la Crimea, illegalmente annessa alla Russia, è stata trattata alla stregua di ogni altro territorio, vedendo abolita la sua “autonomia”. Segno che Kiev non ha ancora rinunciato a riprendersela.

@zola_matteo

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