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Abkhazia: una nazione per pochi intimi. Racconto di un viaggio nel tempo.

Chiama i suoi amici seduti poco distante, indica la persona di fianco a lui e fa un gesto con le dita al cielo. Muove gli indici simulando il click di un grilletto e nel mentre fa il rumore di una mitragliatrice. "Suckum Suckum" afferma ad alta voce, mentre praticamente tutti i georgiani presenti sull'aeromobile si girano a guardarmi. Come fossi un'attrazione del circo? No, come se fossi un pazzo o un demente. "C'è la guerra" mi traduce la ragazza di fianco a me. Sorrido dicendo - e cercando di convincermi io per primo -“Mir, Mir“.

Un uomo cammina davanti al Consiglio dei Ministri distrutto durante il conflitto militare del 1992 per l'indipendenza dell'Abkhazia a Sukhumi, la capitale della autoproclamata Repubblica. Picture taken December 25, 2013. REUTERS/Maxim Shemetov
Un uomo cammina davanti al Consiglio dei Ministri distrutto durante il conflitto militare del 1992 per l'indipendenza dell'Abkhazia a Sukhumi, la capitale della autoproclamata Repubblica. Picture taken December 25, 2013. REUTERS/Maxim Shemetov

Un ponte che divide o un ponte che unisce?

Il taxi mi lascia davanti alla sbarra della casamatta georgiana. È ancora notte, fa buio e l’alba è ancora lontana.

La guardia fuma una sigaretta dopo l’altra. Butta la cenere in una scatoletta di tonno, lavata e riutilizzata per questo scopo. Non mi degna di uno sguardo. Prende il passaporto con aria stanca, lo guarda senza troppa attenzione. Batte qualcosa al computer e fa tutte le scansioni necessarie. Non sembra affatto stupirsi di trovare un italiano in una frontiera che non dovrebbe nemmeno esistere.

M’incammino verso il ponte che funge da confine de facto tra Georgia e Abkhazia. Il Patara Enguri è un fiumiciattolo con una portata d’acqua abbastanza irrisoria, un fiume che non fa paura. Il ponte che lo attraversa, già di più. È un vecchio ponte sovietico, pieno di rattoppi. I lampioni fiochi squarciano il buio e lasciano intravedere le fortificazioni. Sono blocchi di cemento per impedire l’entrata di automobili o blindati. Lì dietro, alcuni soldati infreddoliti. Come gli ucraini, anche i Georgiani ostentano materiale di ultima generazione made in USA. I soldati salutano sbadigliando con il mitragliatore a tracolla. Indossano tutti un passamontagna nero, come se fossero appartenenti ad un qualche corpo speciale che deve mantenere l’anonimato. Dopo qualche centinaio di metri, si riescono a vedere le montagne innevate. Il freddo è di quelli che tagliano la faccia, ma vedo la fine del ponte e le bandiere abkhaze al vento. Sono immerso nel mondo della Guerra Fredda, sebbene con trent’anni di ritardo.

Passo i cavalli di frisia del lato ribelle, arrivando ad una prima stazioncina. I soldati in mimetica non presentano nessuna bandiera sulla manica. Ricordano gli uomini neri visti in azione in Crimea, quelli che senza mostrina alcuna hanno riportato quel lembo di terra alla Madrepatria, dopo il regalo di Krusciov.

Non mi lasciano passare subito, dicono di aspettare qualche ora. Il tutto all’aperto, in piedi, in una gelida alba caucasica. I georgiani e gli abkhazi invece passano dritti. Sono habitué frontalieri e vengono salutati con un cenno del capo. Dopo diverse ore, posso procedere. M’incammino intirizzito in questo stretto sentiero chiuso e delimitato da grate, uno per entrare in Abkhazia e uno con direzione Georgia, separati da una via centrale asfaltata. Arrivo ad un secondo checkpoint. Soldati russi in incognito controllano di nuovo i passaporti.

Mi fanno delle domande, ma la situazione è rilassata. Cosa faccio qui, il mio lavoro in Italia, quanto voglio trattenermi edil perché di questa mia passione per il mondo in cirillico. È facile rispondere, mi basta dire la verità e parlare con il cuore aperto per ottenere una stretta di mano ed un Welcome to Abkhazia.

Verso la capitale

Al di là del confine, il solito mondo fatiscente dei frontalieri sovietici. Tassisti, cambiavalute, gente ambigua o semplicemente brutta da vedere. Un mondo di sconfitti. Casematte militari che sembrano abbandonate, fango a terra e dei bidoni dove la gente sta bruciando di tutto per scaldarsi.Vengo subito accerchiato dai cambia valute e dagli autisti che si propongono di portarmi in città.

Ci lasciamo la frontiera alle spalle, con uno spettacolo inquietante che sfila dai finestrini laterali. Palazzi disabitati e dati alle fiamme, abbandono totale. A ridosso della frontiera sembra ormai non esserci più nessun essere umano. Tutta questa desolazione, mi ricorda il malessere atomico di Prypjat.

Nel centinaio di chilometri che ci dividono dalla capitale, incontriamo qualche vecchio monumento all’Armata Rossa e alcuni interessanti cartelloni celebrativi. Onorano i soldati caduti nel conflitto che ha portato all’indipendenza unilaterale del 1992, i nuovi eroi sacrificati peril fondamentodella nazione. Ricordano quelli degli Shahid iraniani, dei martiri della Guerra contro l’Iraq. La stessa giovinezza perduta negli occhi, lo stesso colore delle immagini sbiadite dal sole e dalle intemperie. Altri manifesti presentano quello che suppongo essere il Presidente della Repubblica, altri un eroe di guerra con la canotta degli Spetsnaz russi e un altro invece celebra il ventennale dell’indipendenza con una bella parata di carri armati.

Ci fermiamo ad un posto di blocco. Soldati armati e con il passamontagna nero addosso. Non ci vengono nemmeno chiesti i documenti. Chissà chi stanno cercando, con un tale dispiegamento di forze speciali.

Finalmente arriviamo nella capitale. È una città silenziosa, con solo l’incessante rumore della pioggia di sottofondo. Non ci sono negozi, non ci sono bar, non ci sono ristoranti.

Mi fermo a mangiare nel primo – e unico – locale aperto. Una grande televisione trasmette in diretta la conferenza stampa di Sergey Lavrov.Nel ristorante, sono l’unico avventore.

Suckumi

Il lungomare ha la tristezza dei nostri laghi d’inverno, sommata ad una oggettiva bruttezza architettonica. Il Mar Nero è impetuoso, con forti onde ad infrangersi sulla battigia e sugli scogli.

Tutto odora di una stantia decadenza, di un momento di sospensione della storia, di abbandono. Passeggio tra i simboli della fu grandeur sovietica. Un ecomostro gigantesco a deturpare l’orizzonte, le piastrelle sconnesse, i lampioni dell’illuminazione senza lampade. Tutto è stato ripitturato, una bella mano di bianco sporco sopra l’altra, come si usa fare da queste parti con i restauri. Peccato che questo renda il tutto più fatiscente. Le stelle rosse ormai avvizzite, mi guardano dai vari basamenti. La vernice sta perdendo i pezzi e lascia intravedere le diverse epoche passate. Il tempo scorre, anche in una Nazione che semplicemente non esiste. Incontro il circolo degli scacchi ed è la prima volta che m’imbatto nei locali. È pieno di bambini intenti a giocare fra loro. Mi salutano in russo e mi invitano a giocare con loro.

Ecco il grande palazzo del Parlamento. È imponente, lo si vede da lontano. È rimasto vuoto ed è ancora sporco del nero della fuliggine dell’incendio, un monito della tremenda pulizia etnica che ha coinvolto i georgiani in questa città. Tra i dieci e i trentamila morti, con racconti tremendi di sangue e dolore, di torture e di civili ammazzati. In maniera credo inconsapevole, gli abkhazi hanno fatto diventare questo edificioun gigantesco monumentoa ricordodelle proprie vittime. E di solito, queste cose le fanno i vinti, non i vincitori.

Visito lo stadio dove hanno giocato la finale del Mondiale degli Stati Non Riconosciuti. Dei bambini si stanno allenando, mentre i genitori vigilano dagli spalti. È un campo veramente carino.Nuovo, con gli spalti stretti all’inglese, raccolti sui giocatori. E con lo scheletro di un parlamento tutto bruciacchiato sullo sfondo.

Mi dirigo verso il Pianeta delle Scimmie. Il clima dell’Abkhazia è famoso per il suocalore tropicale e qui i sovietici avevano instituito un centro di analisi e ricerca per preparare le volenterose - loro malgrado - scimmie-cosmonaute. Voglio vedere cosa ne rimane.

Queste scale parlano di un’altra epoca. Raccontano della Guerra Fredda, raccontano storie passate. La cittadella degli scienziati è lassù in cima ad una collina. La vista dall’alto ci mostra ancora una città ferita, di palazzi abbandonati, di calcinacci. La guerra etnica e civile ha lasciato i suoi segni. E da qui, il panorama non riesce a nascondere questa tremenda verità. In un tripudio di cemento, rovinato e decadente, con l’intonaco che cade a pezzi, si respira la vera anima di questa terra.

Poi, quello che vedo mi stringe pesantemente il cuore. Le gabbie sono spaziose, ma i poverianimali sono tutti abbracciati per difendersi dal freddo, sotto l’unica stretta tettoia presente all’interno del recinto. È una immagine che fa male, che mi colpisce come una coltellata. Queste scimmie sono le ultime superstiti di un passato glorioso. Rappresentavano un’avanguardia, un sogno, una volontà di potenza. Da queste parti, si mandava alla morte senza troppa attenzione. Tanto poi bastava un bel monumento, un mausoleo, una stele. Un bel testone di scimmia in bronzo e ci salviamo l’anima.

Il giorno dopo, il tassista mi lascia in frontiera senza aver mai aperto bocca. Chissà cosa lo incuriosisce. Di certo, non io. Da queste parti, le domande le fanno solo i russi in divisa, senza mostrine, in frontiera.

@brillabbestia

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