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Vivo o morto conta poco, il patto con l'Iran finora non ha cambiato nulla

Per Usa e Israele è un inganno che ha favorito le mire dell’Iran. Per gli europei, la sua fine può infiammare il Medio Oriente. Ma l’accordo sul nucleare iraniano in realtà incide poco, nel bene e nel male, sulla stabilità regionale. Per due ragioni. Forse superabili nel lungo periodo

REUTERS/Jonathan Ernst
REUTERS/Jonathan Ernst

In attesa della data fatidica del 12 maggio, il giorno in cui Donald Trump dovrà decidere se ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano, il dibattito si sta surriscaldando a livello internazionale. Da una parte, i sostenitori del Jcpoa (Joint Comprehensive Plan of Action), diplomatici e commentatori europei in particolare, descrivono con crescente preoccupazione i rischi che la fine dell’accordo comporterebbe e i meriti che invece esso potrebbe avere nel far nascere una nuova era di stabilità nella regione.

Al contrario, i suoi detrattori, a cominciare dai repubblicani americani e il governo israeliano, tendono a farne il capro espiatorio dell’attuale instabilità regionale. L’accordo, dicono, ha concesso all'Iran linee di credito diplomatico e finanziario che non merita, rendendogli possibili azioni ancora più destabilizzanti e pericolose in giro per la regione, dalla Siria, al Libano e l’Iraq.

Ebbene, per quanto tali posizioni, qui riassunte velocemente, presentino certamente argomentazioni più complesse che meritano trattazioni a parte, entrambe forse si basano su un peccato originale, un difetto di fondo che potrebbe rendere questo dibattito relativamente poco attinente alla realtà sul terreno.

Tale difetto viene espresso in una terza posizione attualmente minoritaria, che si può riassumere più o meno così: l’Opcw, in realtà, non ha avuto finora alcuna reale influenza, negativa o positiva, sulla politica regionale dell’Iran e, in generale, sulla stabilità del Medio Oriente. La sua sopravvivenza o la sua cancellazione, inoltre, non porterebbero nel breve-medio termine a fondamentali cambiamenti nella postura internazionale dell’Iran e, di conseguenza, dei suoi principali avversari nella regione. È una linea senz’altro controcorrente ma che si basa su due realtà piuttosto concrete.

La prima ha a che fare con l’accordo stesso. Al contrario di quanto molti pensavano - e speravano - alla vigilia della sua firma, il tanto sudato Jpcoa non riguarda null’altro che il programma nucleare iraniano. Punto. E anche su questo il suo effetto è circoscritto e limitato nel tempo. L’accordo prevede, infatti, che lo sviluppo nucleare non possa andare oltre una certa soglia tecnologica – quella che dal nucleare civile porterebbe inevitabilmente a un programma militare – e che questa restrizione sia valida per i dieci anni successivi dalla firma dell’accordo.

Nulla si dice rispetto ad armamenti convenzionali, programmi balistici, sostegno a milizie straniere, influenza nella politica di altre potenze regionali e, in generale, del progetto obamiano di riportare l’Iran nell’alveo delle potenze accettabili, in grado di placare le tensioni regionali raggiungendo un equilibrio di pacifica convivenza con i suoi storici rivali, a partire dall’Arabia Saudita.

Certo, soprattutto nell’amministrazione Obama, si sperava che il Jpcoa potesse essere il primo passo in questa direzione. Ma niente di scritto nero su bianco nell’accordo rendeva un tale sviluppo in qualche modo automatico. Teheran avrebbe potuto infatti continuare a perseguire le proprie linee tradizionali di politica estera senza per questo venire meno ai punti dell’accordo. Ed è esattamente ciò che ha fatto.

Gli americani, dal canto loro, hanno mantenuto in piedi le sanzioni che avevano appunto a che fare con le attività regionali di Teheran e il sostegno a gruppi considerati terroristici. Il mantenimento di tali sanzioni ha certamente inficiato, in parte, i potenziali benefici economici che l’Iran sperava di ricavare dalla chiusura dell’Jpcoa, anche se sarebbe riduttivo attribuire la responsabilità ai soli Stati Uniti.

Già nei primi mesi successivi alla fine delle sanzioni internazionali sul programma nucleare, infatti, è apparso immediatamente chiaro come il sistema economico iraniano, e in particolare il settore bancario, avessero bisogno di profonde riforme interne per poter sfruttare appieno le opportunità offerte dalla nuova apertura internazionale. Riforme solo in parte realizzate, anche a causa degli interessi consolidati durante gli anni di autarchia da parte di alcune élite, a cominciare dal mondo economico che ruota intorno ai Guardiani della Rivoluzione.

La seconda ragione ha invece a che fare col sistema di potere del regime iraniano, diviso com’è tra una fazione pragmatica, composta essenzialmente dai circoli che ruotano intorno al presidente Rouhani, e una fazione di falchi, composta dalle élite e dai circoli religiosi legati ai Guardiani della Rivoluzione. Per riassumere in poche righe pressioni reciproche e lotte politiche durate oltre un decennio, si potrebbe dire che il Jcpoa è stato una indubbia vittoria dei pragmatici contro i falchi del regime. Una vittoria però ottenuta al costo di compromessi e accordi con l’ala più dura che non ha mai smesso di cercare pretesti per stracciare l’accordo.

Soprattutto, il contrappasso per quella che molti nel regime iraniano hanno interpretato come una grave concessione, è stato quello di rendere ancora più difficile ogni ulteriore negoziazione tra moderati e falchi su nuove concessioni in altri ambiti, a partire dalla politica regionale. Anzi, l’ala dura sa benissimo che, insistendo su una politica regionale aggressiva, si danno nuove ragioni agli avversari storici come Usa e Israele per attaccare l’accordo ed eventualmente annullarlo. Esattamente ciò che sta accadendo. In un certo senso, si potrebbe dire che chiudendo il Jcpoa l’amministrazione obama abbia in realtà reso molto più complesso qualunque altro passo nella direzione di una normalizzazione della politica regionale iraniana, ovvero la strategia della quale il Jcpoa doveva costituire, appunto, il primo passo.

Alla luce di questa analisi verrebbe quindi da chiedersi se effettivamente esista un qualche potenziale beneficio dell’accordo sul nucleare iraniano. Una risposta potrebbe essere che in realtà sì, esiste. Ma nel lungo, lunghissimo periodo. (Prima parte - Continua)

@Ibn_Trovarelli 

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