Il presidente del Sud Sudan e il leader dei ribelli firmano un accordo che apre uno spiraglio di pace per il più giovane Stato del mondo. Ma il nodo delle rivendicazione etniche alla base della guerra ancora non è stato sciolto

Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir parla con il capo dei ribelli del Sudan meridionale Riek Machar a Khartoum, Sudan, il 5 agosto 2018. REUTERS / Mohamed Nureldin Abdallah
Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir parla con il capo dei ribelli del Sudan meridionale Riek Machar a Khartoum, Sudan, il 5 agosto 2018. REUTERS / Mohamed Nureldin Abdallah

Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, e il suo rivale, l’ex vicepresidente e leader del principale gruppo ribelle Splm-Io, Riek Machar, hanno siglato un accordo di pace per porre fine a cinque anni di guerra civile che ha ucciso almeno 50mila persone, causato oltre due milioni di sfollati e minato lo sviluppo del Paese africano, dopo l’indipendenza dal Sudan, ottenuta con un referendum che nel luglio 2011 sancì all’unanimità la volontà di secessione dal Nord.


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La firma del nuovo trattato di pace è avvenuta mercoledì scorso nella capitale etiopica Addis Abeba alla presenza dell’ex presidente del Botswana, Festus Mogae, che dal novembre 2015 è al vertice della Commissione congiunta di monitoraggio e valutazione (Jmec), l’organismo per il controllo del cessate il fuoco in Sud Sudan istituito dall’Igad, il blocco regionale dell’Africa orientale.

Un precedente accordo di pace venne raggiunto nell’agosto 2015 sotto la pressione delle Nazioni Unite e nell’aprile 2016 portò all’istituzione di un governo transitorio di unità nazionale ma tre mesi dopo l’intesa venne infranta dalla ripresa dei combattimenti.

Pareri contrastanti sulla durata dell’accordo

Questa volta però, come ha dichiarato l’ex capo di stato batswano, «Il trattato di pace sembra essere più inclusivo e, se ben attuato, può aprire un nuovo capitolo e una nuova opportunità per costruire una pace duratura e portare la stabilità nella Repubblica del Sud Sudan».

Le parole di Mogae sono state riprese dal primo ministro etiopico Abiy Ahmed, presidente di turno dell’Igad, che ha affermato: «Gli occhi del mondo sono puntati su di noi mentre i dirigenti del Sud Sudan si impegnano per la riconciliazione e la pace duratura nel loro Paese».

A sua volta, David Shearer, rappresentante speciale del Segretario generale e capo della missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan, ha riconosciuto in particolare gli sforzi dell’Igad e dei governi del Sudan e dell'Etiopia, che hanno pazientemente condotto le negoziazioni negli ultimi mesi e ha espresso la speranza che questo accordo sancisca davvero la fine del conflitto.

Effettivamente, questa volta potrebbero esserci ragioni pratiche per credere che l’accordo di pace siglato mercoledì scorso non collassi. In primis, perché l’intesa non è stata raggiunta con la forza come è accaduto in passato. Inoltre, il processo di consultazione è stato molto ampio, ci sono state più fazioni che sono state invitate al tavolo negoziale, dove hanno avuto realmente voce in capitolo nel processo di pace; infine c’è stato un impulso diretto nelle trattative da parte di ciascun membro dell’Igad.

Tuttavia, l’impressione è che questo accordo abbia sciolto alcuni nodi politici, senza però risolvere i problemi che stavano alla base della guerra civile, scoppiata nel dicembre 2013 per rivendicazioni etniche legate alla gestione del potere in diversi Stati del Paese.

Non c’è quindi da meravigliarsi se il nuovo accordo di pace abbia suscitato anche reazioni contrastanti, come quella dell’organizzazione sud-sudanese della società civile Cepo, secondo cui l’intesa deve ancora essere attuata e la parte difficile deve quindi ancora venire.

Anche la comunità internazionale sembra avere dubbi, come dimostra il comunicato dei tre Paesi della troika per il Sud Sudan – Norvegia, Gran Bretagna e Stati Uniti – i quali hanno espresso le loro perplessità sull’accordo di pace, dal quale restano esclusi alcuni gruppi ribelli minori. Mentre Klem Ryan, ex coordinatore del panel delle Nazioni Unite nel Sud Sudan, parla di «profondo scetticismo dei diplomatici che vedono questo documento come incoerente, vago sui punti cruciali e non in grado di garantire una pace duratura».

Al via la fase di pre-transizione

Il giorno dopo la firma è cominciata una fase di pre-transizione di otto mesi che sarà seguita dalla vera e propria transizione che durerà tre anni, al termine dei quali dovranno tenersi nuove elezioni. Tutto questo dovrà portare alla ricostruzione vera e propria del sistema politico del Paese.

Nel frattempo, Salva Kiir rimarrà presidente e il suo principale avversario Riek Machar vice-presidente, mentre un comitato sarà responsabile della delimitazione degli Stati federali, che dovranno rispettare i territori suddivisi su base etnica e tribale. Quest’ultima rappresenta una questione cruciale perché l’opposizione accusa il presidente di cercare di favorire la sua etnia, i dinka.

Altra innovazione consiste nel quorum del Consiglio dei ministri, necessario al governo per prendere decisioni, che in base all’accordo dovrà raggiungere 23 ministri, di cui sei dell’opposizione. Inoltre, sarà creata una forza con soldati dei Paesi Igad per garantire l’applicazione del testo sul campo, dove sono ancora segnalati scontri in varie zone, nonostante sia in vigore il cessate il fuoco.

Va infine ricordato che si è arrivati alla firma finale dell’accordo, dopo che lo scorso 28 agosto, il leader dell’opposizione, Riek Machar, aveva lasciato il tavolo dei negoziati, ritornandoci soltanto dopo un intenso lavoro dei mediatori dell’Igad e del ministro degli Esteri del Sudan, Ibrahim Ghandour.

Tutto questo testimonia le notevoli difficoltà che tutti i mediatori hanno sostenuto per trovare un accordo, che solo il tempo e la capacità dei governanti sud-sudanesi potranno rendere duraturo.

@afrofocus

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