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L'asse Mosca-Riyad e la sforbiciata alla produzione di petrolio

L’accordo di Vienna punta a frenare la caduta dei prezzi, e qualcosa in più Decisivo l’asse Mosca-Riyad, che emargina l’Opec, indebolito anche dall’uscita del Qatar. Attesa la furia di Trump, anche se gli Usa, ormai esportatori netti possono trarre vantaggio dalla decisione. Come l’Iran

Il caldo saluto tra Vladimir Putin e Mohammed bin Salman al G20 di Buenos Aires. REUTERS
Il caldo saluto tra Vladimir Putin e Mohammed bin Salman al G20 di Buenos Aires. REUTERS

Il lungo vertice di Vienna tra i membri dell’Opec e gli altri Paesi produttori di greggio – raccolti sotto la sigla non-Opec – si è risolto venerdì pomeriggio con un accordo per ridurre l’offerta di petrolio di 1,2 milioni di barili al giorno. Il taglio collettivo, che entrerà in vigore da gennaio e durerà sei mesi, era in un certo senso atteso: da tempo i prezzi del petrolio sono bassi a causa di un eccesso di offerta rispetto alla domanda, che sta rallentando a livello globale. Alla notizia dell’accordo, il prezzo del Brent – un tipo di petrolio utilizzato come riferimento internazionale – ha subito guadagnato il 5 per cento.

Benché all’interno dell’Opec, guidato di fatto dall’Arabia Saudita, ci fosse un sostanziale consenso sulla necessità di ridurre la produzione, il raggiungimento dell’accordo è stato complicato dall’opposizione dell’Iran, che chiedeva di essere esentato dai tagli viste le sanzioni applicate nei suoi confronti dagli Stati Uniti. A causa di queste, a novembre, l’output petrolifero di Teheran è sceso sotto i tre milioni di barili al giorno. A mediare tra l’Iran e il suo avversario regionale, l’Arabia Saudita – favorevole al taglio nonostante le pressioni in senso contrario provenienti dalla Casa Bianca –, è stata la Russia, che non fa parte dell’Opec ma che sta diventando un attore geoenergetico sempre più rilevante. L’Iran, assieme al Venezuela e alla Libia, sembrerebbe dunque aver ottenuto una qualche forma di esenzione dai tagli.

La nuova centralità della Russia e la sua alleanza con l’ex-rivale saudita – alleanza iniziata nel 2016 e rinsaldata al G20 con l’incontro tra Vladimir Putin e il principe Mohammad bin Salman – racconta bene la perdita di influenza dell’Opec, messa ai margini dall’asse Riad-Mosca e dai loro accordi diretti, che prescindono dall’appartenenza al cartello: la Russia, come detto, non è un Paese membro.

Un altro segnale della marginalizzazione dell’Opec è stata l’uscita del Qatar, annunciata all’inizio di questa settimana. Doha l’ha motivata sostenendo di volersi dedicare alla produzione di gas naturale liquefatto – ne è il primo esportatore mondiale –, mentre non ha fatto menzione dei cattivi, e certamente più determinanti, rapporti con Riad, che un anno e mezzo fa ha promosso un embargo contro la nazione accusandola di troppa vicinanza all’Iran. L’abbandono del Qatar è un fatto simbolico e un precedente notevole, come scrive Bloomberg, perché l’Opec aveva sempre cercato di mettere l’interesse economico comune davanti alle singole conflittualità in politica estera.

Oltre al protagonismo russo, l’altro fattore dominante al vertice di Vienna è stata la pressione di Donald Trump sull’Opec, in particolare sull’Arabia Saudita. Riad ha perciò dovuto destreggiarsi tra la necessità di mantenere buoni rapporti con Trump, che ha appoggiato incondizionatamente il principe Salman sul caso Khashoggi, e la difesa dei propri interessi economici. Il bilancio della monarchia saudita dipende molto dal petrolio e, quindi, non può permettersi che i prezzi scendano troppo. Le entrate petrolifere dovranno, inoltre, servire a finanziare il progetto di ristrutturazione economica intrapreso a partire dal 2015, almeno nel breve termine.

“Si spera che l’Opec manterrà i flussi di petrolio così come sono, non restringendoli. Il mondo non vuole vedere, o ha bisogno, di prezzi del petrolio più alti!”, aveva twittato il presidente americano un giorno prima dell’inizio della riunione a Vienna. Trump voleva, infatti, che i prezzi del greggio rimanessero bassi e che, anzi, calassero ancora, in modo da incentivare i consumi. Allo stesso tempo, desiderava che il mercato venisse mantenuto ben fornito in modo da poter fare pressione sui Paesi che importano petrolio dall’Iran, come l’India e la Cina, per forzarli a rifornirsi altrove.

Si trattava però di una scelta potenzialmente rischiosa per gli Stati Uniti, che oggi sono i primi produttori di petrolio al mondo, perché prezzi al barile troppo bassi – venerdì il Wti si vendeva a 51 dollari – potrebbero danneggiare l’industria energetica americana più che favorirla. Secondo stime ufficiali, nell’ultima settimana di novembre gli Stati Uniti hanno esportato più greggio e prodotti raffinati di quanti ne abbiano importati, diventando così esportatori netti di petrolio per la prima volta da decenni.

Trump probabilmente reagirà molto male all’annuncio del taglio, che peraltro è stato superiore alle aspettative. La fase di aumento dei prezzi che si aprirà sarà inoltre vantaggiosa per l’Iran, che potrà approfittarne: scrive Reuters che questo mese la Cina, a cui gli Stati Uniti hanno concesso una deroga di 180 giorni dalle sanzioni, dovrebbe acquistare grandi quantità di petrolio da Teheran.

Oltre all’Opec e alla Russia, anche il Canada ha deciso di ridurre volontariamente il proprio output petrolifero. La provincia di Alberta, quella dove si concentra la maggior parte della produzione canadese, ha annunciato un taglio di 325mila barili al giorno per tre mesi, a partire dal 2019. Si tratta di una decisione storica e di una falciata superiore al prodotto combinato dei tre membri minori dell’Opec – la Guinea equatoriale, il Gabon e il Congo –, che dovrebbe servire a far risollevare i prezzi del petrolio canadese, arrivato a costare anche 13 dollari al barile per via delle difficoltà legate al suo trasporto. Il Canada, e in particolare l’Alberta, soffre la mancanza di oleodotti che colleghino i giacimenti alle raffinerie statunitensi e ai porti, ed è quindi costretto a far muovere il proprio greggio su rotaia, con tempi e costi maggiori.

@marcodellaguzzo

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