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Afghanistan: da tomba degli imperi a culla dei nuovi equilibri internazionali?

Si è conclusa sabato la prima visita in Pakistan del neo-Presidente afghano, Muhammad Ashraf Ghani. Numerose sono state le questioni discusse durante gli incontri avuti con i vertici politici e militari pakistani, dall'economia alla sicurezza, passando per i negoziati con i Taliban, tra le principali sfide che Ghani è chiamato ad affrontare.

Afghan President Ashraf Ghani (L) talks with Pakistani Prime Minister Nawaz Sharif while watching a cricket match between their two countries in Islamabad November 15, 2014. Looking to overcome years of mistrust and hostility between their two nations, Sharif and the new Afghan president, Ghani, promised on Saturday to boost security and trade ties. REUTERS/Faisal Mahmood

Forte il contrasto rispetto agli ultimi anni dell'amministrazione Karzai, estremamente critico nei confronti delle politiche di Islamabad, in particolare per il presunto sostegno pakistano ai Taliban e ad altri formazioni estremiste attive in Afghanistan. Al termine della visita, il Presidente Ghani ha dichiarato “in tre giorni, abbiamo superato gli ostacoli di 13 anni”. Un eccesso di ottimismo, dettato forse dalla consapevolezza che solo stabilendo rapporti più solidi con il Pakistan l'Afghanistan potrà aspirare a un futuro di maggiore stabilità.

Più volte in passato i vertici dei due Paesi avevano mostrato la volontà di voltare pagina, salvo poi ritrovarsi a fare i conti con una realtà ben diversa da quanto auspicato. La diffidenza - in taluni casi, l'aperta ostilità - tra Pakistan e Afghanistan ha radici molto profonde. Negli ultimi anni, ogni tentativo di normalizzazione dei rapporti bilaterali si è scontrato con la volontà pakistana di ingerenza negli affari interni afghani, nella malcelata convinzione che si tratti di una sua zona di influenza semi-esclusiva. La situazione è stata resa ancor più delicata dal crescente coinvolgimento in Afghanistan da parte dell'India, tra i suoi principali donatori a livello internazionale. Un vero e proprio affronto per Islamabad, che ha più volte accusato Nuova Delhi di sostenere varie formazioni ribelli attive in Pakistan (in primo luogo, i separatisti del Belucistan), sfruttando le sue sedi diplomatiche sul territorio afghano.

Rispetto al passato, tuttavia, il quadro sembra essere parzialmente mutato, in particolare a causa del crescente coinvolgimento di un nuovo attore: la Cina.

Da sempre molto attenta a evitare un eccessivo coinvolgimento in teatri caldi come quello afghano, Pechino sembra, tuttavia, avere maturato la consapevolezza che la propria stabilità non potrà a lungo prescindere dalla sua capacità di esercitare un ruolo di stabilizzatore a livello regionale. Con il sempre più imminente ritiro delle truppe internazionali dall'Afghanistan, il rischio per la Cina è quello di ritrovarsi con un fronte di estrema instabilità poco oltre i suoi confini. Consapevolezza rafforzata dall'aumento del livello di violenze registrato nell'ultimo periodo nello Xinjiang, regione autonoma situata nella parte più a ovest del Paese, che ospita una folta comunità uigura, etnia di fede prevalentemente musulmana. La repressione attuata in questa regione dalle autorità cinesi ha alimentato un movimento di insorgenza che, negli anni, ha assunto forme sempre più violente, anche a causa della crescente diffusione di ideologie radicali tra i gruppi attivi nell'area, fenomeno favorito dal rientro in patria di militanti uiguri addestrati nei campi situati alla frontiera tra Pakistan e Afghanistan. Il principale obiettivo di Pechino è quello di evitare una internazionalizzazione della questione uigura e impedire che forme di estremismo si diffondano in altre parti del Paese, mettendo a forte rischio la stabilità e, dunque, le prospettive di crescita del Paese.

Proprio per questo, la Cina ha promesso maggiore sostegno all'Afghanistan: 330 milioni di dollari in aiuti entro il 2017, molto più degli appena 250 milioni elargiti in questi ultimi tredici anni. Ma, soprattutto, un ruolo più importante nei negoziati con i Taliban. In occasione dell'ultimo vertice del cosiddetto “Processo di Istanbul” svoltosi a Pechino, il governo cinese avrebbe avanzato l'ipotesi di dare vita a un forum per la pace e la riconciliazione, a cui dovrebbero partecipare esponenti della leadership dei Taliban e rappresentanti dei governi di Afghanistan e Pakistan, oltre che della Cina stessa. Il governo afghano avrebbe accolto molto positivamente la proposta cinese, la quale, tuttavia, non sarebbe stata sinora annunciata pubblicamente, a causa dei timori nutriti dal Presidente Ghani circa il ruolo delle autorità pakistane. Era proprio questo il principale scopo della sua recente visita in Pakistan, e a giudicare dal tenore delle sue dichiarazioni i timori sarebbero stati almeno in parte fugati. Troppo importante l'alleanza con la Cina per il governo pakistano. In occasione della visita a Pechino del Primo Ministro pakistano, Nawaz Sharif - giunta a pochissima distanza dalla visita di Ashraf Ghani, a testimonianza della crescente centralità della Cina per gli equilibri della regione - i due Paesi hanno siglato accordi per il valore di circa 40 miliardi di dollari. Una vera e propria manna dal cielo per il Pakistan, alle prese con una delicata crisi economica, che sta sempre più minando la già precaria stabilità del governo di Nawaz Sharif, eletto proprio nella speranza che potesse risollevare le condizioni dell'economia nazionale. Auspicio sinora non concretizzatosi, ma che, con l'aiuto del governo cinese, avrebbe maggiori chance di successo. Pechino sa di possedere una forte capacità di influenza sulle autorità civili e militari pakistane, e intende ora sfruttarla per riportare l'area compresa tra Pakistan e Afghanistan su livelli di instabilità tollerabile. Un'impresa in cui gli Stati Uniti hanno sinora fallito, poiché sostanzialmente sprovvisti di una politica di lungo termine per la regione. Un eventuale successo cinese, tuttavia, gioverebbe anche a Washington, che in questi anni ha tentato, perlopiù invano, di coinvolgere i principali Paesi della regione (ad eccezione dell'Iran, salvo in una primissima fase) a giocare un ruolo di maggiore responsabilità in Afghanistan.

È troppo presto per sbilanciarsi sulle possibilità di successo di eventuali negoziati con i Taliban. Tuttavia, questa sembra oggi la sola strada percorribile per garantire al Paese un futuro di maggiore stabilità. Negli ultimi mesi, infatti, complice la crisi politica che ha interessato l'Afghanistan, i Taliban sono riusciti a insidiare la sovranità dell'apparato statuale in varie zone del Paese, mettendo in mostra una vitalità che preoccupa non poco in vista del ritiro delle truppe internazionali. Resta da capire se il movimento riterrà conveniente sedersi al tavolo dei negoziati, oppure preferirà proseguire la lotta armata, sfiancando lentamente il morale delle truppe afghane e poi approfittarne per tentare una nuova ascesa al potere. Molto dipenderà dalla capacità di Ashraf Ghani di legittimare il ruolo del suo governo agli occhi della popolazione afghana, attraverso un'azione di profonda riforma dell'apparato amministrativo e del sistema economico. Da questo punto di vista, lascia ben sperare la recente condanna ai danni dei responsabili della maxi-frode da 900 milioni di dollari, che nel 2010 aveva coinvolto il principale istituto di credito del Paese, la Kabul Bank. È stato proprio Ghani, tramite apposito decreto, a riaprire l'inchiesta su questo grave scandalo finanziario, facendone una bandiera della campagna di contrasto alla corruzione che la nuova amministrazione intende portare con determinazione.

Sui negoziati con i Taliban, inoltre, è da verificare la posizione del chief executive, Abdullah Abdullah, e di altri esponenti di governo, meno favorevoli all'idea di avviare un processo di riconciliazione che legittimi politicamente un movimento contro il quale si sono battuti per anni.

Al di là di quello che sarà il futuro di eventuali negoziati, l'iniziativa cinese potrebbe rappresentare la spia di un più ampio processo di riconfigurazione dell'ordine internazionale. Mentre gli Stati Uniti tentano, tra alti e bassi, un disordinato ritiro dai vari teatri internazionali in cui sono stati impegnati negli ultimi anni, si fa sempre più forte la necessità di potenze regionali in grado di garantire stabilità nelle rispettive aree di influenza. Una di queste potrebbe essere proprio la Cina, pronta ad assumere un importante ruolo di mediazione nella crisi afghana. Non è escluso che, in futuro, un processo analogo possa verificarsi su altri scenari, ad esempio in Iraq e in Siria, dove un Iran riabilitato dall'eventuale successo dei negoziati sul nucleare potrebbe finalmente vedersi riconosciuto un ruolo di forte rilievo.

Daniele Grassi è Senior Analyst per IFI Advisory.

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