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Così l'Europa si libera dei profughi afgani

L’accettazione delle domande di asilo degli afgani è ai minimi storici e crescono le espulsioni, in primis dalla Germania. Per la prima volta la Ue opta per il rimpatrio forzato di profughi in una nazione di fatto in guerra, che dovrebbe garantire irrealizzabili "oasi di sicurezza”

Manifestanti all'aeroporto di Francoforte durante una protesta contro il rimpatrio dei migranti afghani. Il cartello dice "L'Afghanistan non è un Paese sicuro". REUTERS/Ralph Orlowski
Manifestanti all'aeroporto di Francoforte durante una protesta contro il rimpatrio dei migranti afghani. Il cartello dice "L'Afghanistan non è un Paese sicuro". REUTERS/Ralph Orlowski

Dopo aver dimostrato per anni una spiccata propensione all’accoglienza, l’Europa sembra intenzionata a chiudere le porte agli afgani. La svolta è giunta nel 2017, con il minimo storico nell’accettazione di prime istanze di asilo presentate da richiedenti giunti via Balcani dall’Afghanistan.

La controtendenza risulta particolarmente evidente soprattutto nei Paesi Ue tradizionalmente aperti, a partire dalla Germania, dove nell’ultimo triennio si sono intensificate anche le espulsioni verso Kabul. Espulsioni che tra il 2015 e il 2017 hanno interessato 15mila persone, soprattutto migranti cui è stata negata la protezione o colpevoli di reati, quindi considerati un pericolo per la cittadinanza. A conti fatti però, se la riluttanza europea nel concedere il diritto di asilo dovesse mantenersi sui livelli dell’anno scorso, il numero degli afgani espulsi potrebbe salire a 200mila.

Ad oggi è la Germania il Paese europeo ad aver fatto maggiormente ricorso alle espulsioni. L’ultimo episodio risale a martedì scorso, quando 14 afgani sono stati rimpatriati con un volo dalla Baviera preceduto dalle proteste degli attivisti tedeschi del Bavarian Refugee Council a Marienplatz di Monaco. Altri 19 richiedenti asilo erano stati trasferiti a Kabul tre settimane prima, malgrado gli attentati che tra il 20 e il 29 gennaio hanno provocato 143 vittime in quattro episodi distinti, incluso l’attacco alla sede di Jalalabad di Save the Children. Deportazioni avvenute aggirando il principio di non-refoulement che dovrebbe impedire l’espulsione di persone in Paesi a rischio. L’Afghanistan è evidentemente tra questi, ma ciò non sembra costituire un problema vista la possibilità (prevista da Bruxelles) di creare zone sicure all’interno dei confini, dove far confluire chi è stato espulso dall’Ue.  

Espulsioni che potrebbero aumentare in modo esponenziale vista la diffusa tendenza a negare la prima istanza di asilo ai richiedenti afgani. Secondo i dati dell’Asylum Infromation Database, nel 2017 i Paesi meno aperti verso i migranti asiatici sono stati la Germania, dove il tasso di riconoscimento delle richieste di asilo per gli afgani è sceso a meno della metà, così come, tra gli altri, Svezia, Norvegia, Bulgaria e Ungheria. Eccezioni in senso opposto riguardano la Francia (83% delle istanze approvate) e Austria (72% approvazioni nel 2017 rispetto al 56% del 2016), Paese quest’ultimo dove il dato è comunque marginale per le poche richieste di asilo ricevute, 20mila in tutto, un decimo rispetto alla Germania.  

Quindi, vista la progressiva e diffusa chiusura verso i richiedenti asilo di nazionalità afgana, la domanda da porsi – suggerita da Reliefweb – è quanti di questi saranno ammessi e quanti otterranno un rifiuto? Considerando che nel 2017 il 52% delle prime domande (380mila) sono state negate, mantenendo la proporzione ci potrebbero essere circa 200mila afgani candidati al respingimento. Poco importa se il processo richiederà anni, ciò che conta è la prospettiva di un deciso aumento della pressione in Afghanistan a causa dei profughi di rientro, e il disinteresse di Bruxelles per dettagli quali sicurezza ed esposizione dei deportati a condizioni di pericolo.

La stretta riservata ai richiedenti afgani sembra rientrare in una strategia volta a disincentivare il sogno europeo e nuove partenze dall’Afghanistan. Non è un caso infatti, se nell’anno appena concluso il numero delle richieste di asilo di migranti afgani sono scese dell’80% rispetto al 2016. Il passo decisivo compiuto dall’Ue in tal senso risale all’autunno 2016. All’epoca Bruxelles fece in modo di stilare con il governo afgano un patto tale da consentire agli Stati membri di “rimpatriare, riammettere e reintegrare” in via obbligatoria, un numero illimitato di afgani presenti nel loro Paese.

Ne uscì il Joint Way Forward on Migration (Jwfm) del 2 ottobre 2016, accordo rifilato al mondo come un’intensa bilaterale, ma criticato per via della coincidenza temporale con la Conferenza internazionale sull’Afghanistan, durante la quale furono concessi 14,3 miliardi di aiuti economici a Kabul. Elargizione additata come una sorta di indennizzo per il ritorno dei migranti e sufficiente a esercitare una pressione cruciale sul governo afgano, per molti costretto a barattare l’accordo a fronte dello stanziamento. La riluttanza dei delegati afgani ad accettare il piano di rimpatrio emerse dalla decisione del ministro per i Rifugiati, Sayed Hussain Alemi Balkhi, di non sottoscrivere di proprio pugno il documento, demandando il compito a un delegato.

Il Jwfm è stato la prima occasione in cui l’Ue ha optato per il rimpatrio forzato di migranti con una nazione in guerra dall’introduzione della Convenzione di Ginevra. Decisione basata sull’assunto che l’Afghanistan è ormai un Paese fuori pericolo, quindi in grado di gestire i propri migranti. Considerazione discutibile visti gli altissimi livelli di violenza, di povertà e di instabilità raggiunti. D’accordo che lo scorso anno il numero delle vittime civili in Afghanistan è sceso per la prima volta dal 2009, ma la verità sullo stato della sicurezza nel Paese è un’altra. Basta analizzare il rapporto “Afghanistan, Protection of Civilians in Armed Conflicts” pubblicato da Unama a inizio febbraio. 

Dati alla mano, nel 2017 i civili afgani coinvolti in scontri e violenze sono stati 10.453, 3.438 le vittime e 7.015 i feriti. Si tratta di un calo del 9% rispetto al 2016 (11.434 episodi, per 3.510 vittime e 7.924 feriti), nonché la prima flessione dal 2009. Analizzando i numeri in ottica di sicurezza però, si osserva come la diminuzione derivi da una minore intensità degli scontri in campo aperto (-9%), a fronte però di un aumento (+22%) degli attacchi perpetrati da attentatori suicidi, con il ricorso ad autobombe o con Ied (ordini esplosivi improvvisati).

Triplica nel 2017 anche il numero degli attacchi in luoghi di culto, verso i leader religiosi o i fedeli in preghiera, con un aumento del 30% delle vittime derivanti da questo tipo di azioni. Meno battaglie e più attentati dunque. Forse con un numero minore di vittime ma all’origine di un’incertezza crescente dovuta alla possibilità di essere colpiti in qualsiasi momento, anche a causa del confronto tra Talebani e Stato Islamico che si contendono l’egemonia della militanza armata nel Paese.

Un altro lato oscuro del Jwfm è la creazione di oasi sicure per i deportati in territorio afgano. Teoria pura, dato che la realtà sul campo è opposta e in tempi recenti l’incapacità del governo afgano di garantire accoglienza ai profughi rientrati spontaneamente dal Pakistan, ha creato le condizioni per il loro immediato ritorno nei campi pachistani. Opzione, il ritorno, impossibile per i deportati dall’Ue, visti i rischi e i costi proibitivi dell’esodo attraverso Iran, Turchia e Balcani.

Ingenuo anche pensare che i giovani e forti ragazzi afgani espulsi possano contribuire a creare dinamiche economiche virtuose nelle “oasi sicure” in cui saranno trapiantati, così come previsto dal piano di Bruxelles. Mettendo un attimo da parte le disperate condizioni in cui verte l’economia afgana, la prospettiva del “rimbocchiamoci le maniche” è inattuabile in un contesto in cui l’impresa individuale deve necessariamente essere basata sull’esistenza di legami famigliari o di clan per avere chance di riuscita. Il solo fatto che non esistano tali legami sul territorio rende un individuo straniero, anche se afgano, pertanto vulnerabile. A questo va sommata la corruzione endemica. Sulla base del Corruption Perception Index 2017 l’Afghanistan si posiziona al 177esimo posto su 180 Paesi per livello di corruzione, davanti a Siria, Sud Sudan e Somalia.

Per concludere questa analisi e dimensionare le conseguenze del flusso dei migranti di rientro in Afghanistan, bisogna considerare le spinte provenienti dai Paesi confinanti. Tra il 2015 e il 2017, l’Iran ha rimandato a Kabul ben 1.356.922 profughi, cui si aggiungono 944.693 trasferimenti dal Pakistan. Nel triennio in esame, mettendo in conto anche le deportazioni europee, Kabul ha dovuto assorbire 2.316.558 rientri, al netto di almeno due milioni di profughi interni.

Una situazione già molto critica, ma destinata a peggiorare dopo che il primo gennaio il Pakistan ha deciso di aumentare la pressione su Kabul – e gli Stati Uniti – annunciando l’imminente scadenza del Proof of Registration (Por), il documento rilasciato da Islamabad, che attesta la permanenza legale degli afgani nel Paese. Si tratterebbe di 1,38 milioni di individui, più un altro milione di non registrati, in buona parte stanziati a ridosso della Linea Durand, il confine Af-Pak, sin dall’epoca dell’invasione russa in Afghanistan. Tutti teoricamente destinati ad essere individuati e trasferiti nella terra di origine "nel rispetto della dignità e della sicurezza", così come promesso da Islamabad e dalle linee guida europee incluse nel Jwfm.

Dignità e sicurezza forse considerate secondarie dai governi Ue, ma non dai piloti di linea tedeschi che, in più occasioni, si sono rifiutati di volare su Kabul per non mettere in pericolo i migranti deportati proprio in ragione dell’instabilità della situazione in Afghanistan. Secondo i quotidiani berlinesi, dall’inizio delle deportazioni ad oggi sono state bloccate 222 espulsioni programmate. In prima fila nella protesta ci sono i piloti della compagnia di bandiera Lufthansa i quali, tra gennaio e settembre 2017 hanno posto il veto a 85 viaggi, giustificando le scelte sulla base dell’instabilità e della mancanza di condizioni di sicurezza in Afghanistan. 

@EmaConfortin 

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