Trump è davvero pronto a sedersi al tavolo negoziale con i Talebani?

Il conflitto è più letale che mai in Afghanistan, registra l’Onu. Crescono le vittime dell'Isis e quelle dei bombardamenti Usa. Ora però anche Trump sembra aver capito che l’opzione militare non basta. Perché l'obiettivo della guerra è cambiato. Ma le incognite sono tante

Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo a Kabul.  Andrew Harnik/Pool via Reuters
Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo a Kabul. Andrew Harnik/Pool via Reuters

Nei primi sei mesi del 2018, in Afghanistan ogni giorno sono morti 9 civili - di cui 2 bambini, 19 - di cui 5 bambini - sono rimasti feriti. In totale, 1.692 morti e 3.430 feriti. Sono i numeri dell’ultimo rapporto redatto da Unama, la missione delle Nazioni Unite a Kabul. Reso pubblico pochi giorni fa, il rapporto dell’Onu certifica che la guerra afghana continua a mietere vittime con drammatica regolarità. Un dato allarmante, soprattutto se letto nel dettaglio e dentro il più recente contesto politico.

L’elemento più preoccupante è che il numero delle vittime sia rimasto così alto, nonostante l’eccezionale finestra diplomatica che si è aperta con i 3 giorni di tregua. Tra il 15 e il 17 giugno, dietro iniziativa del governo di Kabul, le forze governative e quelle antigovernative, in primis i Talebani, hanno evitato di attaccarsi militarmente. Quella finestra di “dialogo a distanza” ha suscitato grandi speranze tra la popolazione, tanto da spingere il presidente Ashraf Ghani a prolungare la tregua in modo unilaterale fino a 18 giorni. I Talebani, però, hanno ripreso le ostilità, una volta conclusi i 3 giorni di tregua.

Secondo il rapporto dell’Onu, la maggior parte delle vittime civili - il 67% - va attribuita ai gruppi anti-governativi, in particolare ai Talebani e alla “provincia del Khorasan”, la branca locale dello Stato islamico, che non ha rispettato la tregua. Proprio allo Stato islamico vanno ricondotte le novità più allarmanti: rispetto ai primi 6 mesi del 2017, quest’anno crescono del 65% le vittime di attacchi suicidi e complessi, metà dei quali condotti dai militanti della “provincia del Khorasan”, che punta in particolare ad alimentare il conflitto settario. I ricercatori delle Nazioni Uniti dicono infatti che gli attacchi deliberati contro gli sciiti (in Afghanistan, la minoranza degli hazara) sono aumentati del 28%. L’altro dato allarmante è l’aumento del 52% (149 morti, 204 feriti) delle vittime degli attacchi aerei, con responsabilità divise tra le forze governative afghane e quelle internazionali, in particolare statunitensi.

Quest’ultimo dato rimanda alla strategia che il presidente degli Usa Donald Trump ha reso pubblica lo scorso agosto: maggiore libertà operativa ai militari, più bombardamenti aerei. A un anno di distanza, sembra che Trump si sia reso conto che l’opzione militare non funziona. E che serve più diplomazia. Vanno in questa direzione le indiscrezioni di funzionari statunitensi e afghani raccolte dal New York Times, secondo i quali il presidente Usa avrebbe dato mandato ai suoi uomini di avviare colloqui diretti con i Talebani.

L’opzione diplomatica è stata presentata come una vera e propria svolta. In realtà, rientra in un orientamento già presente. Nei giorni della tregua, il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, aveva rilasciato un’importante dichiarazione, concordata con il presidente afghano Ghani, e rimasta un po’ sottotraccia. Per la prima volta, sosteneva infatti che gli Stati Uniti fossero pronti a discutere la questione della presenza delle truppe straniere in Afghanistan. Un modo per venire incontro alle richieste dei Talebani, che ribadiscono da anni di non volersi sedere al tavolo negoziale fino a quando non sarà chiarito questo punto. Nella visita del 9 luglio a Kabul, pur rassicurando l’ospite afghano (che non intende essere marginalizzato nel processo di pace e che ha azzardato la mossa della tregua anche per “stanare” gli americani), Pompeo ha ribadito la posizione degli Stati Uniti.

L’apertura ai colloqui diretti - confermata dal generale Nicholson, a capo delle truppe Usa e Nato in Afghanistan, che ha poi rettificato - va letta in una chiave duplice. Da una parte, dimostra una volta per tutte che anche l’amministrazione Trump riconosce che l’obiettivo della guerra è cambiato. Non si tratta più di vincere il conflitto, ma di evitare che a vincerlo siano i Talebani. Dall’altra, dimostra la “resilienza” dei seguaci del mullah Haibatullah Akhundzada. Che vanno all’incasso, capitalizzando la decennale resistenza militare sul terreno e anche l’inaspettata coesione dimostrata durante i 3 giorni di tregua.

L’ottimismo, per ora, va tenuto a freno. Perché le incognite sono maggiori delle certezze. In primo luogo, occorre capire quanto sia onesto il presidente Trump. Se sia disposto davvero al grande passo: sedersi al tavolo negoziale con i barbuti significa sdoganarli una volta per tutte, attribuirgli quella patente di legittimità politica che rivendicano da anni. Non è detto, poi, che sia disposto a pazientare. I negoziati di questo tipo richiedono molto tempo, mentre l’uomo è abituato a sbandierare successi immediati.

Sul fronte afghano, il presidente Ghani sembra finalmente convinto che la pace vada fatta, che sia conveniente, e sembra aver ricevuto sufficienti rassicurazioni dai partner americani che non verrà escluso dal processo di pace. Sa inoltre che non ha molto tempo a disposizione. Il suo governo è debole e frammentato; le elezioni parlamentari di fine ottobre e le presidenziali del prossimo anno lo indeboliranno ulteriormente.

I Talebani, da parte loro, lanciano segnali equivoci. Continuano a dire di essere disposti a una soluzione politica, ma soltanto a condizione di discuterne con gli americani, non con il governo di Kabul, considerato illegittimo. Ghani ha proposto loro di trasformarsi in un partito politico, ma a loro interessa il riconoscimento internazionale e l’instaurazione di un regime compatibile con i propri valori, non l’integrazione in un’architettura istituzionale che, così com’è, considerano illegittima. Dicono di essere autonomi, ma non possono evitare le pressioni che vengono dai loro sponsor e interlocutori più o meno vicini. Non solo il Pakistan, ma anche Iran, Russia, Cina e Arabia saudita. Interlocutori diversi, le cui pressioni frammentano una galassia già divisa sulle strategie e sui tempi per mettere fine alla guerra.

Infine, rimane un nodo centrale. Nell’ultimo vertice della Nato a Bruxelles, i partner dell’Alleanza atlantica hanno ribadito il loro impegno a sostenere le truppe afghane fino al 2024. Un sostegno che vuol dire denaro sonante ma anche presenza dei militari sul terreno. Il 2024 è anche l’anno in cui scade l’Accordo di partenariato strategico tra Kabul e Washington grazie al quale gli americani controllano 9 basi sul territorio afghano. Difficile intavolare discussioni sulla presenza delle truppe straniere senza tenerne conto. E difficile parlarne considerare le preoccupazioni dei Paesi della regione, minacciati dalla presenza americana nell’area. Se ha davvero intenzione di riaprire colloqui diretti con i Talebani, Trump dovrà affrontare tutti questi problemi.

@battiston_g

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