Al Sisi e la riforma dell'Islam: sono solo parole?

Il primo gennaio il presidente egiziano Al Sisi prese la parola davanti agli imam dell'Universita di Al Azhar, la più grande istituzione culturale del mondo sunnita, e pronunciò uno storico discorso, invocando una vera e propria "rivoluzione religiosa". "È inconcepibile" - disse - "che la dottrina da noi considerata maggiormente sacra faccia in modo che l'intera Umma (la comunitàislamica, ndr) sia una fonte di ansietà, pericolo, uccisioni e distruzione per il resto del mondo. Questa dottrina - non sto dicendo religione, ma dottrina - questo corpus di testi e di idee che abbiamo sacralizzato nel corso dei secoli, fino al punto che prendere le distanze da esse è diventato quasi impossibile, si sta inimicando il mondo intero. È mai possibile che un miliardo e seicento milioni di persone possano pensare di riuscire a vivere solo se eliminano il resto dei sette miliardi di abitanti del mondo? No, è impossibile».

EGYPT-ISLAM/AZHAR RTR4Y753 31 May. 2015 Cairo, Egypt Students talk after finishing an exam in one of the Al-Azhar institutes in Cairo, Egypt, May 20, 2015. Picture taken May 20, 2015. To match Special Report EGYPT-ISLAM/AZHAR REUTERS/Asmaa Waguih

La platea scelta dal presidente egiziano non fu casuale, dal momento che Al Azhar ha un ruolo importante nella costruzione del corpus dottrinario: "Sto pronunciando queste parole qui, davanti a questa assemblea di studiosi e di ulema", disse al Sisi, "e quello che vi sto dicendo non lo potete comprendere se rimanete intrappolati all'interno di questa prospettiva mentale. Avete bisogno di uscire al di fuori di voi stessi, per poter osservare e riflettere da una prospettiva più illuminata".

Che cosa è cambiato in questi sei mesi? In quale modo hanno reagito i chierici chiamati in causa? Per capirlo è utile leggere l'intervista realizzata da Al-Monitor, uno dei siti più popolari sul mondo arabo, al presidente dell'università al Azhar, Abdul Hai Azab, in carica dallo scorso ottobre. Azab sostiene che l'appello del presidente egiziano non è caduto nel vuoto, e che è stato avviato un processo di revisione dei programmi e dei libri di testo, in tutte le sedi dell'ateneo, che conta in Egitto 450.000 studenti, di varie nazionalità. L'accademico sottolinea che l'università ha lanciato una campagna per correggere le interpretazioni errate dell'Islam. In particolare, nei villaggi e nelle aree più remote sono stato creati dei centri per i giovani, per distoglierli dalla propaganda fondamentalista.

Azab respinge con sdegno qualsiasi associazione tra al Azhar e lo Stato Islamico. I sermoni del venerdì, dice, sono sempre improntati alla moderazione, e mirano a rettificare qualsiasi lettura estremista dei testi sacri. Questo sforzo si accompagna alla revisione dei programmi di studio, allo scopo di togliere ogni sostegno ideologico al terrore. "È stato confiscato un certo numero di libri", racconta, "e sono stati cacciati alcuni insegnanti. Quindici docenti sono stati licenziati a causa delle loro idee fanatiche. Il processo di revisione ha riguardato anche le dissertazioni di laurea. Cinque studenti, le cui tesi di master e dottorato contenevano concetti estremisti e pensieri ostili, sono stati esclusi".

L'accademico sostiene che non tutto quello che è incluso nel Corano deve essere applicato alla lettera sul campo. Ad esempio, il libro sacro dell'Islam parla di schiavitù, ma secondo la dottrina è  consigliabile e desiderabile che uno schiavo venga liberato (mentre lo Stato Islamico ed altri gruppi estremisti, dice, applicano il testo alla lettera e fanno largo uso della schiavitù). Quindi, secondo Azab, bisogna fare in modo "che i programmi non contengano queste interpretazioni, non più in armonia con i tempi moderni". Non c'è spazio per certi argomenti, ripete, ed è meglio stabilire delle priorità di insegnamento, "che possano servire le cause dei nostri giorni". Allo stesso modo, la jizya, la tassa fatta pagare ai non islamici, in passato fonte di notevoli entrate per le autorità musulmane, non viene più applicata, per cui non ha senso mantenere questo concetto all'interno dei programmi scolastici.

 Parole importanti, anche se è da verificare l'effettivo rispondenza sul campo di questo sforzo "revisionista". L'Egitto, poi, sta diventando un Paese sempre più illiberale, per cui la valutazione di programmi ed insegnanti può trasformarsi nel pretesto per reprimere il libero pensiero. Il discorso di gennaio di al Sisi resta importante, perché coglie il punto, ma il presidente non è certo un campione di diritti. Anzi, per fare un esempio, il bavaglio sulla stampa si sta stringendo ulteriormente. Proprio qualche giorno fa è stato presentato un nuovo disegno di legge piuttosto repressivo. I giornalisti che riportano versioni dei fatti non in linea con quelle del governo rischiano almeno due anni di carcere.

 

 

 

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