Il massacro di Aleppo

“Uno dei più grandi massacri di civili dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”: così l’ambasciatore francese alle Nazioni Unite, François Delattre, ha definito l’assedio di Aleppo Est da parte del governo siriano, spalleggiato dall’alleato russo. Dopo quattro mesi di attacchi, la campagna militare, che non ha risparmiato ospedali e centri di soccorso, e ha trasformato in una prigione a cielo aperto i quartieri della città in mano ai ribelli, sembra volgere al termine.

Abitanti evacuati da Aleppo Est cercano di prendere gli aiuti alimentari russi. Sulla busta con le bandiere siriana e russa si legge in arabo: " La Russia è con te ". Aleppo, Siria, 30 novembre 2016. REUTERS / Omar Sanadiki
Abitanti evacuati da Aleppo Est cercano di prendere gli aiuti alimentari russi. Sulla busta con le bandiere siriana e russa si legge in arabo: " La Russia è con te ". Aleppo, Siria, 30 novembre 2016. REUTERS / Omar Sanadiki

Ibrahim al-Assil, siriano, analista presso il Middle East Institute, presidente della ngo Syrian Nonviolence Movement, conferma che Aleppo sta per cadere nelle mani di Assad: “La parte orientale della più grande città della Siria potrebbe venire conquistata dal regime molto presto. Questo, però, non significa la fine della guerra in Siria. Innanzitutto, ci sono vaste aree del Paese al di fuori del controllo di Assad. In secondo luogo, c’è lo Stato Islamico e, allo stato attuale, il Governo non può riconquistare Raqqa (dove sono dirette le Forze Siriano Democratiche sostenute dal Pentagono, ndr). Molti Paesi sanno che c’è bisogno dell’opposizione moderata, se si vuole combattere l’Isis, non certo di Assad. Anzi, il controllo di Aleppo Orientale da parte del regime non fa altro aggravare il disastro umanitario e ottiene l’effetto opposto rispetto a quello di combattere il radicalismo”.

Ibrahim sembra concordare con Ryan Crocker, ex ambasciatore americano in Siria, Libano, Kuwait e Iraq, per il quale la guerra potrebbe andare avanti per anni, visto che il governo ha ripreso le maggiori città del Paese, ma gli insorti potrebbero rifugiarsi nelle campagne. Il conflitto in Libano, ricorda Crocker, andò avanti per 15 anni. Al-Assil sostiene che i problemi nasceranno dal fatto che “la conquista di Aleppo da parte di Assad aiuterà i gruppi estremisti a reclutare ancora più combattenti”. Allo stesso modo, l’analista, come il suo collega del Middle East Institute, Charles Lister, crede che l’eventuale strategia trumpiana di allearsi con Putin e con Assad per combattere lo Stato Islamico sarebbe un disastro: “Schierarsi con il regime non aiuterà a debellare con maggiore efficacia l’Isis. Charles ha scritto che la partnership Trump/Putin/Assad otterrebbe l’effetto contrario, rafforzando le componenti più estremiste, come Jabhat Fatah al Sham, l’ex branca di Al Qaeda, e non rimuoverebbe la causa della guerra, ossia la dittatura di Assad. Bene, io sono d’accordo con lui. Rafforzare il regime significa aiutare direttamente lo Stato Islamico e gli affiliati di Al Qaeda”.

Il governo siriano, comunque, è in una posizione molto più forte rispetto a un anno fa. La presa di Aleppo sarebbe un tornante della guerra. Fatte salve le zone in mano allo Stato Islamico ad Est, ai ribelli non resterebbe che la provincia settentrionale di Idlib – probabilmente il prossimo bersaglio del duo Assad/Putin – e alcune sparute aree nella provincia della stessa Aleppo e di Homs, oltre che intorno a Damasco. L’intervento russo e l’appoggio dell’Iran, quindi, hanno spostato la bilancia dalla parte di Assad. Molti analisti, però, parlano di una vittoria di Pirro. Anche se dovesse prevalere, il regime si ritroverebbe tra le mani un Paese devastato, in cui l’insurrezione, come si è detto, potrebbe durare a lungo. Ibrahim aggiunge un ulteriore elemento: “Assad non ha uomini a sufficienza per continuare a combattere in Siria. Chi sta combattendo in Siria sono le milizie sciite supportate e controllate dall’Iran, assieme dai militanti di Hezbollah. Il regime dipende dal loro aiuto”.

Sul futuro, poi, c’è l’ombra della prossima amministrazione americana. Che cosa farà Donald Trump, le cui prese di posizione sono state tanto generiche quanto contraddittorie? Il candidato Trump sosteneva che la priorità era l’Isis, non Assad. Il suo vice Pence, invece, era a favore della no fly zone in Siria – come Hillary Clinton – che equivarrebbe a un confronto con la Russia. Il presidente eletto ha usato spesso una retorica anti-iraniana – così come alcuni futuri membri dello staff, Michael Flynn e Mike Pompeo – che mal si concilia con le parole dolci rivolte a Putin, alleato in Siria proprio di Teheran. Conclude l’analista: “La priorità della prossima amministrazione statunitense dovrebbe essere quella di proteggere i civili. Quanto al sostegno dell’opposizione sunnita ad Assad, se gli americani dovessero chiamarsi fuori, alcuni Paesi del Golfo continuerebbero comunque a fornirlo”.

@vannuccidavide

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