Aleppo, i complicati effetti delle alleanze fra le milizie

L’offensiva ad Aleppo non sta causando solo una catastrofe umanitaria. Sotto le bombe nascono nuove e impreviste alleanze, che mettono in difficoltà le potenze occidentali. 

I civili, fuggiti dalle zone controllate dallo Stato islamico, si riuniscono in un posto di blocco controllato da combattenti ribelli nel nord della Siria, Aleppo, 28 settembre 2016. REUTERS/Khalil Ashawi.
I civili, fuggiti dalle zone controllate dallo Stato islamico, si riuniscono in un posto di blocco controllato da combattenti ribelli nel nord della Siria, Aleppo, 28 settembre 2016. REUTERS/Khalil Ashawi.

L’offensiva dell’esercito governativo siriano, appoggiata dalle forze russe, sta ottenendo un effetto collaterale forse prevedibile, ma difficile da gestire: i cosiddetti ribelli moderati stanno stringendo sempre più alleanza con i gruppi islamici radicali. Questo crea non pochi problemi alle potenze occidentali, che avevano costruito la loro strategia in Siria sul sostegno all’opposizione moderata a Bashar al-Assad

Di fronte alla nuova offensiva del governo e dei suoi alleati per la conquista della città, la maggioranza dei leader dei gruppi moderati affermano che la politica occidentale in Siria è fallita. Dichiarano di non avere altra scelta se non allearsi agli islamisti, esattamente l’opposto dell’obiettivo perseguito dagli Stati Uniti e dalle altre cancellerie che li hanno armati e sostenuti.

Ad Aleppo, i ribelli che combattono sotto la bandiera dell’Esercito Libero Siriano (ELS) stanno condividendo la lotta con Jaish al-Fatah, alleanza di gruppi islamici tra cui Jabhat Fatah al-Sham, l’ala siriana di al-Qaeda. Gruppo che continua a essere tra i più radicali in azione nel Paese, anche se lo scorso luglio sembra aver rotto i legami con la centrale del terrorismo.

Nella vicina provincia di Hama gruppi dell’ELS, armati dagli Stati Uniti anche con missili anti-carro, stanno prendendo parte a una grande offensiva insieme agli uomini di Jund al-Aqsa, legato ad al-Qaeda. Un’operazione che ha costretto parte dell’esercito governativo ad allontanarsi dalla battaglia per Aleppo.

Forse questa non è una scelta particolarmente voluta dagli uomini dell’ELS. Le loro forze, però, in questi cinque anni di guerra si sono fortemente ridotte e, anche se a volte si sono scontrate con i gruppi islamistici, oggi queste alleanze appaiono l’unica via di salvezza.

Abdul Hamid Turki, comandante della formazione Nour Eddin al-Zinki, gruppo dell’ELS di Aleppo, ha detto: “In molte occasioni abbiamo combattuto contro di loro perché abbiamo differenze ideologiche e religiose profonde. Per questo qualsiasi tipo di fusione politica con loro è fuori discussione, ma la sopravvivenza ora è il nostro primo obiettivo. L’Occidente non riesce a trovare il modo per impedire a Damasco, ai russi e agli iraniani di fermare l’attacco ad Aleppo. Quella città per noi è vitale, è la sola roccaforte urbana che ci rimane.”

“Quando stai morendo – ha aggiunto - il primo pensiero non è quello di verificare se un gruppo di alleati è classificato come terrorista o no. Combattere insieme è la sola possibilità che abbiamo”.

Le potenze occidentali e i nemici regionali di Assad, come la Turchia e l’Arabia Saudita, hanno costruito gran parte della loro politica di intervento in Siria intorno al sostegno ai ribelli dell’ELS, finanziandoli, armandoli e addestrandoli.

Oggi la prudenza degli Stati Uniti, che non hanno fornito all’ELS missili antiaereo e altri armamenti sofisticati, sembra giustificata e lungimirante. La paura che questi potessero finire nelle mani dei gruppi più radicali si è trasformata in una tragica realtà.

Sul campo i ribelli denunciano che i loro sostenitori stranieri li hanno lasciati indifesi, disarmati e incapaci di affrontare gli attacchi degli aerei da guerra russi o dei potenti mezzi delle milizie iraniane. 

Il capitano Abdul-Salam Abdul-Razak, portavoce militare dell’ELS ha dichiarato: “Le nostre brigate rivoluzionarie da sole non possono fare nulla contro questa offensiva, non abbiamo armi adeguate. Alleati con gli altri gruppi i nostri uomini potrebbero, però, intraprendere un’azione militare per rompere l’assedio nella zona orientale di Aleppo. Per questo il coordinamento e l’alleanza con le altre forze ribelli continueranno a crescere e a consolidarsi.”

I fatti sembrano dare ragione al capitano Abdul-Razak. Il gruppo armato Jabhat Fatah al-Sham, membro dell’alleanza islamista Jaish al-Fatah, lo scorso agosto ha avuto un ruolo fondamentale nel rompere l’assedio governativo ad Aleppo orientale. Un assedio che gli uomini di Assad hanno ripristinato un paio di settimane più tardi.

Questo rinnovato quadro di alleanze sul campo complica di molto la posizione degli Stati Uniti e degli altri paesi occidentali. Un quadro che, però, non sembra dispiacere all’Arabia Saudita, che vede di buon grado una fusione tra ELS e gruppi radicali sunniti nella lotta contro Assad e i suoi alleati sciiti dell’Iran e del Libano.

A ingarbugliare ulteriormente la situazione si aggiunge il problema rappresentato dalla politica di Erdogan. Il presidente della Turchia, Paese della Nato, ha fatto entrare il suo esercito in Siria. Ufficialmente per arrestare l’espansione di ISIS, nei fatti per combattere i curdi dell’YPG e spegnere sul nascere il progetto di uno stato curdo ai confini turchi. I combattenti dell’YPG, però, fino ad oggi sono stati i migliori alleati degli USA nella lotta contro ISIS.

Gli Stati Uniti, e l’occidente tutto sembrano, essere precipitati in un pantano politico e militare dal quale è veramente difficile uscire.

Non possono dare armi più potenti agli uomini dell’ELS, per evitare che finiscano direttamente nelle mani dei gruppi Qaedisti. Non possono progettare un loro coinvolgimento diretto, la diplomazia russa nei giorni scorsi ha fatto sapere che un'entrata sul terreno di forze armate occidentali sarebbe uno “sconvolgimento tettonico degli equilibri geopolitici mondiali”.

D’altra parte la riconquista di Aleppo sarebbe una vittoria strategica e politica fondamentale per Assad e i suoi alleati. Rappresenterebbe la realizzazione, politica e fisica, di un asse che unisce Damasco a Baghdad e a Teheran. Quel corridoio sciita che fa paura a molti, fuori e dentro il Medio Oriente.

@MauroPompili

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