A un passo dal Marocco, Maghnia è un collo di bottiglia per i migranti in arrivo dall’Africa subsahariana. Sono sempre di più, ma crescono ancora di più deportazioni, abusi e arresti. Una netta sterzata della politica algerina che ha coinciso con la chiusura delle frontiere europee

Un migrante africano in un accampamento improvvisato sotto il ponte di un'autostrada alla periferia di Algeri, Algeria, 28 giugno 2017. 2017 REUTERS / Zohra Bensemra
Un migrante africano in un accampamento improvvisato sotto il ponte di un'autostrada alla periferia di Algeri, Algeria, 28 giugno 2017. 2017 REUTERS / Zohra Bensemra

Maghnia è l’ultima città a nord ovest dell'Algeria: 20 chilometri la separano dal Marocco e appena il doppio dalla prima città oltre confine, Oujda. Una ferita fisica nel Maghreb fra due Paesi che alle spalle hanno anni di diffidenza se non di aperta ostilità. A cominciare dalla questione irrisolta dell'indipendenza del Sahara occidentale, rivendicata dal Fronte Polisario - sostenuto dall'Algeria - e osteggiata invece dal governo di Rabat, che pretende di avere il territorio sotto il proprio controllo.


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La frontiera è diventata invalicabile nel 1994, quando Algeri ha chiuso il confine in seguito alla risoluzione del Marocco di imporre il visto ai cittadini algerini. Una decisione determinata dal sospetto che l'intelligence algerina fosse coinvolta nell'attentato all'hotel Atlas Asni di Marrakech in cui rimasero uccisi due turisti spagnoli.

Una trincea profonda sette metri e larga tre, protetta da un alto reticolo metallico e sorvegliata dai militari, blocca il passaggio, almeno formalmente perché, come spesso accade, la frontiera che si vorrebbe invalicabile rimane porosa. Lo testimonia Chahreddine Berriah, responsabile della redazione locale del quotidiano El Watan: «Fino a tre anni fa, con il corrispettivo di 50 euro chi voleva entrare in Marocco passava senza troppi problemi. Oggi è molto più complicato perché i migranti devono dare non meno di 300 o 400 euro ai passeur, che a loro volta pagano le guardie di frontiera perché aprano dei varchi nella rete a un'ora stabilita: mettono delle tavole che fanno da ponte per superare la trincea e i militari fanno finta di non vedere».

Maghnia è un collo di bottiglia per i migranti dell’Africa subsahariana che finiscono molto spesso per essere bloccati proprio in questo angolo di Algeria, in attesa di continuare il viaggio verso il Marocco, la Tunisia o l'Europa. Quindici giorni fa, la polizia ha organizzato lo sgombero del grande campo informale che si era creato a ridosso della città e ha provveduto al rimpatrio forzato di tutti i rifugiati, comprese donne e minori: «Impossibile sapere esattamente quanti fossero perché il numero delle persone presenti nel campo cambiava in continuazione» afferma Berriah.

«All'inizio erano 4mila ma molti migranti avevano cominciato a cercare un riparo anche in città, occupando locali o affittando garage. Un migliaio si è nascosto al momento dello sgombero, gli altri sono stati mandati con dei bus a Tlemcen, capoluogo della provincia, e da lì al campo ufficiale di Tamanrasset, all'estremo sud dell'Algeria. Da qui ufficialmente dovrebbero essere rimpatriati nei Paesi d'origine ma è probabile che in realtà vengano semplicemente abbandonati oltre la frontiera con il Niger».

La migrazione subsahariana verso l'Algeria è un fenomeno relativamente nuovo. Mentre la migrazione interna alla regione è in corso dagli anni '70, principalmente tra Algeria, Mali, Niger e Mauritania, nuovi flussi sono partiti all'inizio degli anni 2000 in seguito a guerre o crisi locali, come quelle della Sierra Leone, della Liberia, della Repubblica Democratica del Congo, della Nigeria e della Costa d'Avorio, che hanno svolto un ruolo significativo nel reindirizzare i migranti verso il Nord Africa e l'Europa.

A lungo sottovalutata, la realtà della migrazione subsahariana in Algeria già dieci anni fa riguardava 50mila migranti nella sola Tamanrasset e, secondo il Comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli, da 60mila a 85mila migranti subsahariani vivevano già in Algeria nel 2008, 26mila dei quali irregolari. Il numero degli arresti e delle deportazioni dei rifugiati è cresciuto di pari passo con i nuovi arrivi dal Mali e dal Niger.

Quasi superfluo aggiungere che, con l'attuale situazione della Libia e la chiusura delle rotte via mare, il flusso migratorio si sposta sempre più massicciamente verso nord. Verso il confine con il Marocco, appunto, dove al momento però non c'è più nulla.

Nel campo informale di Maghnia le comunità erano solitamente organizzate secondo nazionalità, con strutture gerarchiche piuttosto rigide e le condizioni generali – dall'igiene all'alimentazione e all'assistenza medica – erano molto precarie. Secondo quanto testimonia un resoconto dell'Euro-Mediterranean Human Rights Network del 2013, gli occupanti, soprattutto donne e bambini, erano quotidianamente esposti a violenze e abusi, anche da parte delle autorità che avrebbero dovuto proteggerli.

Chiunque abbia la pelle nera è guardato con sospetto, sottoposto a controlli di identità costanti per strada e spesso arrestato, a testimonianza di un clima di diffidenza verso lo straniero che si sta intensificando in tutto il Paese. Lo stesso primo ministro Ahmed Ouyahia, l'anno scorso, non ha avuto scrupoli nel dichiarare che «gli stranieri irregolari sono responsabili di crimini, traffici di droga e altre piaghe».

«L'Algeria vuole sbarazzarsi dei migranti: la ragione non è chiara ma i discorsi razzisti di Ouyahia e soprattutto il brusco cambiamento di rotta sulla politica dell'accoglienza, che osserviamo non soltanto in Algeria ma anche in Tunisia e in Marocco, ci inducono a riflettere. Solo cinque anni fa li si faceva lavorare e si facilitava la loro integrazione, oggi all'improvviso sono diventati tutti pericolosi e bisogna mandarli via: è perlomeno bizzarro», conferma Berriah. E fa una supposizione: «La stretta sull'immigrazione è arrivata in concomitanza con la chiusura delle frontiere in Europa: non penso sia casuale ma credo dipenda da un accordo sotterraneo fra i Paesi del Maghreb e l'Unione europea».

L'Algeria è già in fibrillazione pre-elettorale: le presidenziali si terranno nel novembre 2019 e l'ottantunenne presidente Abdelaziz Bouteflika potrebbe essere candidato per la quinta volta consecutiva, come uomo immagine di un sistema di potere che si consolida da quasi vent'anni. Il Fln, il Fronte di Liberazione Nazionale, sostiene il suo presidente ignorando lo scontento di gran parte della popolazione.

Veterano della guerra d'indipendenza contro i francesi, Bouteflika è ormai considerato una marionetta dagli intellettuali. Anziano e malato, è stato eletto per la prima volta nel 1999, al termine della sanguinosa guerra civile scoppiata fra le forze dello Stato e il Fis, il Fronte islamico di salvezza, iniziata nel '91 con il golpe militare dopo la vittoria degli islamisti alle legislative.

«Viviamo un momento di grande incertezza», chiosa Chahreddine Berriah, «vogliono imporci Bouteflika o un suo clone e temono che il popolo questa volta si ribelli alle ingiustizie e alla mancanza di libertà. Se non ci fosse stata la guerra del '90, l'Algeria sarebbe stato il primo Paese a scendere in piazza durante la primavera araba».

Il “decennio nero” è ancora ben presente nella memoria degli algerini, nonostante due amnistie generali. «Non è facile dichiararsi non musulmano o ateo in Algeria – sottolinea Berriah – il clima politico è rovente e il pericolo di una rivolta è tutt'altro che improbabile ma abbiamo sofferto troppo negli anni passati, molti nostri amici e famigliari sono stati trucidati e una seconda guerra civile sarebbe catastrofica».

@ingenuacronista

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