Da maggio 2017, le autorità di Algeri hanno deportato più di 13mila persone abbandonandole nel Sahara. Migranti provenienti dall’Africa centrale e occidentale, diretti in Europa via Algeria e Marocco. Spesso non sopravvivono, confermando la pericolosità degli esodi attraverso i deserti africani

Una donna nel deserto del Sahara. REUTERS/Dani Cardona
Una donna nel deserto del Sahara. REUTERS/Dani Cardona

I migranti, incluse donne incinte e bambini, vengono lasciati nel Punto Zero. È questo il nome dell’area desertica dove passa il confine tra Algeria e Niger. 


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Stando alle informazioni diffuse da Iom e da un’inchiesta pubblicata da Associated Press, le deportazioni iniziano sulle strade delle città algerine, con veri e propri rastrellamenti diretti alle persone di pelle nera, a prescindere da età o genere.

I candidati al trasferimento forzato vengono prelevati senza preavviso, direttamente per strada, nei cantieri edili o nei mercati dove in molti lavorano – in nero, anche da anni – cercando di raccogliere quanto serve a vivere nel Paese, o a pagare il prezzo di un pass per l’Europa. Dopo il rastrellamento avviene un primo trasferimento, nei centri di raccolta gestiti dalla polizia algerina. Qui violenze e pestaggi sono la norma, così come la sottrazione del danaro e dei telefoni. Da queste basi logistiche il viaggio riprende in direzione della frontiera meridionale, sui cassoni scoperti dei camion, per ore sotto il sole, con pochissima acqua e cibo.

I migranti vengono scaricati sulla strada che divide in due la distesa sabbiosa, nel mezzo di una terra di nessuno da dove bisogna marciare per 13 chilometri fino ad Assamaka, l’unico avamposto nigerino sui 940 chilometri difrontiera con l’Algeria. Smarrire la via significa perdere la disponibilità delle uniche due pompe d’acqua – funzionanti a intermittenza – nel raggio di decine di chilometri. Molti deportati vengono assistiti dagli operatori umanitari, che di giorno in giorno perlustrano la zona alla ricerca dei dispersi. Non tutti sopravvivono al deserto. Qualcuno svanisce nel nulla, altri non hanno forza sufficiente a raggiungere il villaggio e si accasciano al suolo. Non è un caso se il Sahara è considerato il luogo più letale al mondo per i migranti. Qui passano le tratte più pericolose degli esodi africani. Sulla sabbia si muore di caldo, di sfinimento e di sete. Gran parte delle testimonianze raccolte parlano di corpi senza vita riversi al suolo. In pochi giorni le vittime vengono sepolte dalla sabbia, scomparendo alla vista e alle statistiche. Per ogni migrante deceduto nel Mediterraneo, almeno due muoiono nel deserto. Lo dice l’Iom, le cui stime portano a 30mila il numero delle vittime del deserto, dal 2014 a oggi.

Chi arriva ad Assamaka può scegliere di registrarsi negli uffici delle Nazioni Unite ed eventualmente tornare nel Paese di origine, oppure cercare un’altra via, magari ritentare il passaggio in Algeria. Altri fanno ritorno ad Agadez, dove finiscono inevitabilmente all’interno di campi sovraffollati, con persone dirette a nord e altre costrette al rientro.

La discussa strategia delle deportazioni adottata da Algeri si spiega volgendo lo sguardo al Mediterraneo e all’Europa. Come riportato recentemente da questa testata, con la riduzione degli arrivi in Italia seguiti alla chiusura del governo giallo-verde, i flussi europei si stanno sbilanciando di misura verso la Via del Mediterraneo Occidentale, diretta in Spagna. L’irrigidimento in materia di sbarchi voluto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini avrebbe contribuito alla svolta morbida di Sanchez. Come conseguenza, da gennaio a luglio 21.882 migranti sono giunti nella penisola iberica (18.738 via mare), rispetto ai 17.780 registrati nei porti italiani.

Ecco che lo slittamento degli esodi sulla rotta occidentale potrebbe incentivare il ricorso ai canali migratori nordafricani diretti ad Algeri, e da qui al litorale marocchino, o a ridosso delle enclavi spagnole in Nord Africa, a Ceuta e Melilla. Per limitare la pressione, il governo algerino ricorre da tempo alle espulsioni di massa. Quanto accade è frutto una tendenza che Iom ha iniziato a registrare 15 mesi fa, più o meno quando venivano messi in pratica gli accordi stabiliti dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti con gli amministratori di diverse città libiche interessate dal traffico di migranti, creando di riflesso più pressione sui Paesi confinanti, inducendoli ad aumentare i controlli alle proprie frontiere. In base al principio dei vasi comunicanti però, parte dell’esodo ormai diretto in Libia – e parte di chi trovandosi in Libia ha temuto il blocco delle partenze per il Sud Italia – ha trovato sfogo in Tunisia Tunisia .

Algeri ha quindi risposto con i trasferimenti forzati. Soluzione adottata per alleggerire la pressione interna nel Paese, dove nel 2017 i migranti internazionali erano più di 248mila, ma serve anche a dissuadere sfollati o rifugiati intenzionati a raggiungere il Paese in futuro. Ciò avviene trasgredendo ai principi della Convenzione di Ginevra cui l’Algeria aderisce, e in deroga all’iter stabilito dalla legge algerina introdotta nel 2008 per regolamentare le modalità di ingresso, permanenza e movimento degli stranieri nel Paese. Parallelamente ai trasferimenti dei migranti centroafricani eseguiti dalle autorità algerine, continuano anche i rimpatri dei nigerini illegali individuati entro i confini nazionali, così come stabilito da un accordo bilaterale sottoscritto nel 2015 con il governo del Niger.

L’aspra condanna internazionale seguita alla pubblicazione dell’inchiesta di AP aveva indotto Algeri alla momentanea sospensione delle deportazioni. Per qualche settimana centinaia di migranti rastrellati e destinati al trasferimento in Niger sono rimasti internati nei centri di raccolta, in attesa di sviluppi.

@EmaConfortin 

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