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In America Latina ormai è guerra aperta tra politici e magistrati

Lula è in carcere, Cristina Kirchner a un passo dalla cella. E ancora: in Guatemala trema Jimmy  Morales, El Salvador condanna l’ex presidente Tony Saca, l’Ecuador spicca un mandato di cattura per Rafael Correa. Ma cosa sta succedendo tra politica e giustizia in America Latina?

Proteste in Guatemala contro la decisione del presidente Jimmy Morales di non rinnovare il mandato alla International Commission Against Impunity. REUTERS/Luis Echeverria
Proteste in Guatemala contro la decisione del presidente Jimmy Morales di non rinnovare il mandato alla International Commission Against Impunity. REUTERS/Luis Echeverria

Il 12 settembre in El Salvador, l'ex-presidente Tony Saca è stato condannato a 10 anni di carcere per essersi appropriato di 300 milioni di dollari dalle casse pubbliche. È il primo presidente a ricevere una condanna e il terzo a finire imputato, dopo Francisco Flores (morto mentre era ai domiciliari) e Mauricio Funes (fuggito in Nicaragua). In Guatemala, Jimmy Morales è accusato di gestire fondi neri assieme al figlio e al fratello e sta cercando in tutti i modi di tagliare le unghie ai magistrati. E ancora: in Ecuador un mandato di cattura è stato emesso nei confronti di Rafael Correa, che ora vive in Belgio, Paese natale della moglie. Correa è una delle icone della decade progressista: l'accusa è di corruzione, così come è successo ai suoi più famosi omologhi, il brasiliano Luiz Lula Da Silva e l'argentina Cristina Fernández de Kirchner, il primo in carcere e la seconda a un passo da entrarci.

In America Latina una intera classe politica è inseguita dalla magistratura. La risposta è aggressiva se si è ancora al potere, altrimenti ci si dichiara vittima di una vendetta politica. A quel punto la società civile si mobilita o cade vittima dell'ennesimo imbonitore. Ma cosa sta succedendo tra politica e giustizia in Sud America? «Il circolo vizioso della nostra democrazia si sintetizza nella dicotomia tra speranza e disillusione: vince le elezioni chi promette il cambio, non mantiene le promesse e finisce nel discredito». Luis Mack è un sociologo e politologo guatemalteco, docente all'Università San Carlos e alla Flacso. Parla del suo Paese, ma sembra il ritratto di un'intera regione.

Se il colosso brasiliano Odebrecht è stata la madre di tutte le tangenti, sotto vi è un enorme iceberg chiamato comunque corruzione. Endemica e pervasiva, dalle lunghe radici coloniali come ha ben spiegato uno storico peruviano, Alfonso Quiroz (il suo Storia della corruzione in Perù uscito postumo cinque anni fa è un caposaldo, ora ripubblicato per le edizioni Iep), la compravendita di ogni sfera della vita pubblica ha sempre tenuto ben alla larga la magistratura (o l'ha cooptata a suon di dollari), a parte casi isolati e mai a questo livello. Ovunque le indagini hanno stappato una colossale macchina illegale, che coinvolge i piani altissimi delle istituzioni. Solo in Uruguay, Cile e Bolivia per ora sembrano indenni. Eppure sono in molti a chiedersi se da questo protagonismo del potere giudiziario escano davvero rafforzate la democrazia e lo Stato di diritto.

Prendiamo il caso dell'Ecuador. Un anno fa, tutto faceva pensare che sarebbe stato un indolore passaggio di consegne tra Rafael Correa e il suo successore Lenin Moreno, entrambi del partito Alianza Pais. Invece, la distanza che sembrava solo di stile, più dialogante e meno autoritario, si è trasformata in una voragine e in un aperto conflitto. Il vice-presidente, Jorge Glas, uomo di fiducia di Correa, è stato arrestato e processato: corruzione, ovviamente. E da lì ha cominciato a sgretolarsi un intero ordine di potere. «È come se dalla rottura politica di un apparato che controllava tutte le istituzioni, il sistema giudiziario avesse preso respiro e voce propria», riflette per eastwest.eu Angelica Abad Cisneros, politologa dell'Università di Cuenca.

Qui come in altri Paesi il vulnus è il meccanismo di nomina dei magistrati. Quasi sempre sono controllati dall'esecutivo o dai parlamentari che a loro volta rispondono a lobbisti e finanziatori, dunque a grandi imprese a cui devono favori giganteschi.

In Ecuador i magistrati venivano finora nominati dal Consejo de participación ciudadana y control social, una sorta di quarto potere civico, ma di fatto in mano all'esecutivo e al partito di Correa. Ora Moreno ha attivato un organo transitorio che dovrebbe portare ad una completa autonomia del sistema giudiziario. «Ma cosa significhi questo si misurerà nel tempo», avverte Abad. Il rischio è che tutto si risolva in una zona d'ombra del potere. Il problema, dice, è che «in questi anni, tutti i corpi intermedi, i sindacati, le organizzazioni sociali, i partiti sono stati sterilizzati o cooptati o isolati». Quanto assomiglia la storia di Correa con quella di Lula? «Lula è un leader storico, una figura enorme, e il suo partito il PT può addirittura sopravvivere senza di lui. Invece Alianza País è Correa e una volta che lui ne perde il controllo il problema non è se ma quanto rapido si sbriciolerà».

In altri casi, quello guatemalteco è emblematico, «i partiti hanno un ciclo di vita breve, si coagulano forze effimere a ridosso delle elezioni e poi scompaiono – ci racconta Luis Mack – Svincolati da qualunque potere di controllo civico, i deputati hanno un potere enorme, senza contrappesi, e dipendono dai soli finanziamenti privati. I rimborsi post-elettorali da parte dello Stato coprono dal 2 al 5% delle spese. Riuscite a immaginare cosa significa?». È facile immaginarlo: i deputati rispondono ai finanziatori che chiedono mano libera per i loro affari e dunque impunità. Alla fine, come sottolinea Angelica Abad, «la debolezza delle strutture di rappresentanza rende un Paese a bassa qualità democratica».

E la giustizia? Può riprendere voce se il patto politico fra questi soggetti si incrina, come spiega la docente ecuatoriana. O può restare intrappolata in una serie di faide, come dimostra il caso del Perù, dove il torbido travolge a turno tutti, politici e magistrati. Può anche rimanere blindato, ma aprirsi una falla esterna: è il caso del Venezuela.

Qui Odebrecht potrebbe essersi giocata la partita del secolo: il suo manager a Caracas ha confessato ai magistrati brasiliani di aver consegnato a Nicolas Maduro solo per la campagna elettorale del 2013 (dopo la morte di Hugo Chavez) 35 milioni di dollari. Secondo la Fiscal General ora in esilio a Bogotà, Luisa Ortega Diaz, altri 100 milioni sarebbero finiti nelle tasche del numero due, Diosdado Cabello. Oltre Odebrecht, sta emergendo una gigantesca fabbrica di corruzione e di lavaggio di denaro: nei giorni scorsi la procura di Andorra ha aperto ufficialmente l'inchiesta contro 29 ex-alti funzionari ed ex-ministri con l'accusa di aver sviato 2 miliardi di dollari dalla petrolifera Pdvsa e di averli fatti passare nelle banche del piccolo Stato dei Pirenei. Un'inchiesta che potrebbe essere la miccia di una catena giudiziaria contro l'intera cupola attorno a Maduro, isolandolo ancora di più.

Anche in altri casi, solo attori esterni sono riusciti ad arrivare agli intoccabili. Il Guatemala è emblematico. Qui dal 2006 opera la Commissione Internazionale contro l'impunità (Cicig), frutto di un accordo con l'Onu per supportare un sistema giudiziario allo sbando, legato al potente di turno o spazzato via dai militari durane la guerra civile. Grazie al lavoro congiunto con la Fiscal General Thelma Aldana (il suo mandato è terminato a maggio), la Cicig è diventata negli ultimi anni popolare nel Paese per aver scoperchiato grandi frodi fiscali e elettorali, reati ambientali, omicidi e paramilitari. Fino alla scoperta nel 2015 di una complessa impresa mafiosa guidata dall'allora presidente Otto Pérez Molina e la sua vice Roxana Baldetti, costretti a quel punto a dimettersi.

Stretto a sua volta dalle indagini, l'attuale presidente Jimmy Morales, un comico televisivo andato al potere sull'onda anti-corruzione e sostenuto da un partito di ex-militari, ha dichiarato indesiderata la Cicig e vietato al magistrato in capo, il colombiano Iván Velásquez Gómez, l'ingresso al Paese. La mossa ha aperto un fronte interno e uno diplomatico assieme: la Corte Costituzionale ha dichiarato illegale la decisione del presidente e le strade della capitale in questi giorni si sono riempite di guatemaltechi furiosi.

Ma la Cicig può rappresentare un modello per altri Paesi della regione? «Certo, in Honduras ad esempio sono in molti a chiedercelo. La Cicig ha creato un precedente di successo: per questo mi chiedo quale sia il governo che voglia scegliere la corda con cui impiccarsi», sorride Mack. Di sicuro, una giustizia vivace e autonoma ha dato respiro alla società civile: «Lo spazio pubblico si è riempito di pezzi della società che un tempo mai sarebbero scesi in piazza, bloccati dalla paura e dalla repressione: molta classe media, studenti e giovani, comunità religiose. E questo è un contrappeso che costruisce democrazia».

Da maggio il Paese ha una nuova Fiscal General, Maria Consuelo Porras. Scelta dallo stesso presidente, in una rosa di nomi, è stata criticata dalle organizzazioni per i diritti umani «e tutti i nostri dubbi sembrano confermati e lei si è come impoltronita nella burocrazia – racconta amara Iduvina Hernández, una delle più conosciute giornaliste e attiviste guatemalteche, direttrice di Sedem, una ong che indaga sull'impunità dei crimini di Stato. «Il sistema è a due teste, Fiscalia e Cicig: se una si spegne e l'altra è espulsa, cosa rimane?». E aggiunge: «come può il presidente, oggetto di indagini scegliersi il magistrato più alto e farsi giudice? Oggi lo Stato di diritto corre un gravissimo pericolo».

E qui la storia prende un'altra piega. La ex-Fiscal General, Thelma Aldana, si è detta pronta a candidarsi alle presidenziali del 2019. E già c'è chi grida alla politicizzazione della giustizia. Iduvina Hernández soppesa le parole: «Aldana è stata un'eccellente magistrata, anche se solo all'ultimo ha messo in guardia le procure locali sull'impunità dei crimini contro le comunità locali e gli attivisti dei diritti umani. Può giocare la carta del suo prestigio e del suo volto nuovo: ma basteranno per essere una buona politica? Non rischia di bruciarsi se non riuscirà fin da subito a tagliare i nodi che tengono sequestrata la democrazia?».

@fabiobozzato 

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