L’America Latina cerca il libero scambio contro il protezionismo di Trump

L’Alleanza del Pacifico – Cile, Colombia, Messico, Perù – riceve la richiesta di associazione della Corea del sud. E fa passi in avanti verso l’integrazione commerciale con il Mercosur. Ma resta l’incognita del nuovo presidente messicano

Il presidente della Colombia Juan Manuel Santos, il presidente del Perù Martin Alberto Vizcarra, il presidente messicano uscente Enrique Pena Nieto e il presidente del Cile Sebastian Pinera al 13 ° Summit dell'Alleanza del Pacifico a Puerto Vallarta, Messico, 24 luglio 2018. REUTERS / Carlos Jasso
Il presidente della Colombia Juan Manuel Santos, il presidente del Perù Martin Alberto Vizcarra, il presidente messicano uscente Enrique Pena Nieto e il presidente del Cile Sebastian Pinera al 13 ° Summit dell'Alleanza del Pacifico a Puerto Vallarta, Messico, 24 luglio 2018. REUTERS / Carlos Jasso

Dal 23 al 24 luglio si è tenuto a Puerto Vallarta, in Messico, il XIII vertice dell’Alleanza del Pacifico, il blocco commerciale latinoamericano nato nel 2011 su iniziativa peruviana e composto da Cile, Colombia, Messico e Perù.

Sovrastata dall’ombra della Casa Bianca e dei suoi dazi, la riunione si è conclusa con qualcosa di più delle solite dichiarazioni retoriche forse proprio grazie all’ostracismo degli Stati Uniti: sono stati presi impegni concreti per stringere i legami con il Mercosur – l’unione doganale tra Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay – ed è stato annunciato che la Corea del sud ha iniziato il percorso per diventare membro associato, sommandosi dunque a Canada, Singapore, Australia e Nuova Zelanda. Il mese scorso anche l’Ecuador aveva inoltrato una richiesta formale.

L’Alleanza del Pacifico riunisce circa il 38% del Pil dell’America latina, il 59% del commercio e il 37% degli investimenti esteri diretti nella regione. Nasce come unione commerciale, oggi libera da tariffe al 92%, ma cerca di favorire anche l’integrazione politica e la mobilità delle persone tra gli Stati membri. In tempi in cui Washington rigetta il multilateralismo e insegue il protezionismo, l’Alleanza del Pacifico dice di voler essere l’antitesi delle politiche di chiusura, promuovendo il libero scambio e puntando a una più rapida espansione dei rapporti con l’America latina e con l’Asia pacifica.

Uno dei grandi problemi dell’America latina, dicono gli esperti, è proprio la mancanza di integrazione regionale. A differenza dell’Unione Europea e dei suoi fitti scambi interni, i vicini latinoamericani commerciano invece relativamente poco tra di loro: i loro principali partner sono spesso Cina e Stati Uniti. Con le dovute eccezioni di Argentina e Brasile – ed escluso il Messico, che fa parte del Nord America –, le filiere produttive del subcontinente non sono poi molto connesse, tutt’altra cosa rispetto al Sud-est asiatico. L’America latina, inoltre, esporta soprattutto minerali e altre materie prime, restando così esclusa dal commercio di manufatti, che rappresentano la parte maggioritaria e più dinamica degli scambi globali.

I venti di guerra commerciale che soffiano da nord potrebbero forse contribuire a cambiare questa situazione. Intanto, il vertice di Puerto Vallarta si è concluso con un accordo concreto tra Alleanza del Pacifico e Mercosur – da cui era stato sospeso il Venezuela – per promuovere il libero commercio tra i due blocchi. I primi passi di avvicinamento erano stati fatti un anno fa e un’eventuale unione dei due sistemi metterebbe insieme circa l’85-90% del Pil della regione e l’80% della sua popolazione.

Il Mercosur e l’Alleanza hanno le loro differenze. La seconda ha sempre promosso l’apertura al mondo, con un occhio di riguardo per l’Asia pacifica; il primo ha mantenuto a lungo una impostazione nazionalistica e autarchica che l’ha indebolito ma che oggi è stata accantonata dai president argentino Macri e dal brasiliano Temer. Che questa distanza non significhi tuttavia incompatibilità l’ha detto martedì anche il presidente dell’Uruguay Tabaré Vázquez. In attesa di sviluppi, che oggi non sembrano più così impossibili, Messico e Brasile hanno firmato un accordo di cooperazione doganale.

L’altra grande notizia del summit, annunciata dal ministro messicano degli Esteri Luis Videgaray, è stato l’ingresso della Corea del sud nella lista di Paesi che hanno fatto richiesta per diventare membri associati dell’Alleanza del Pacifico; lista che contiene già Australia, Canada, Nuova Zelanda e Singapore. Tutti questi ultimi, più tre dei quattro fondatori dell’Alleanza – Colombia esclusa –, fanno anche parte della Cptpp, l’accordo di libero scambio del Pacifico nato in seguito all’uscita degli Stati Uniti dalla Trans-Pacific Partnership.

Per Seul, come per Ottawa e per le altre nazioni, l’associazione all’Alleanza servirà a rafforzare i legami con un blocco promotore del libero commercio internazionale, in una fase di incertezza dei rapporti economici e geopolitici con gli Stati Uniti. Lo stesso vale a parti invertite, anche se la ricerca di una proiezione verso l’Asia già rientrava negli intenti fondativi dell’Alleanza.

La Corea del sud ha raggiunto un’intesa commerciale con Washington – la revisione del trattato era stata voluta da Donald Trump – ed è stata esclusa dai dazi sull’alluminio e l’acciaio ma sta comunque valutando se unirsi o meno al Cptpp. Quei dazi hanno invece colpito il Canada e il Messico che con gli Stati Uniti sono impegnati da quasi un anno nelle trattative per l’aggiornamento del North American Free Trade Agreement (Nafta), rivelatesi più lunghe e complicate del previsto. Accordi più saldi con l’America latina o il Pacifico dovrebbero permettere alle due nazioni nordamericane di allentare almeno un po’ la dipendenza dagli Stati Uniti, partner di primissimo piano per entrambe.

L’incognita Amlo

Al vertice di Puerto Vallarta è pesata l’assenza di Andrés Manuel López Obrador, uscito vincitore dalle elezioni presidenziali messicane del 1 luglio con il 53% delle preferenze. Il successore di Enrique Peña Nieto ha cancellato la sua partecipazione sostenendo di non aver ancora ricevuto l’accredito formale di presidente eletto - l’insediamento vero e proprio ci sarà invece a dicembre -.

I futuri ministri dell’Economia e degli Esteri, Graciela Márquez e Marcelo Ebrard, hanno dichiarato che López Obrador sostiene l’integrazione e il libero commercio latinoamericano, proprio come già sostiene la prosecuzione dei negoziati a tre del Nafta.

L’agenda economica di López Obrador, a tratti ambigua e di difficile decifrazione, sembra però più rivolta al mercato interno che a quelli esteri. Per sua stessa ammissione, la diplomazia messicana tornerà inoltre ad osservare il tradizionale principio di non ingerenza. Si teme pertanto, nonostante le rassicurazioni offerte dai membri del prossimo gabinetto di governo, che López Obrador possa allontanarsi dal Gruppo di Lima e dall’Alleanza del Pacifico o che, quantomeno, possa rivelarsi meno attivo rispetto all’attuale amministrazione Peña Nieto.

Non ci sono al momento abbastanza elementi che permettano di capire quale sarà l’approccio di López Obrador nei confronti del libero scambio con il Sudamerica. Oggi il Messico, seconda maggiore economia dell’America latina, è forse il più grande araldo regionale del libero commercio. Una sua ritirata totale dalle questioni meridionali non sembra probabile, ma anche un arretramento potrebbe complicare le importanti e delicate trattative tra l’Alleanza del Pacifico e il Mercosur. Senza contare la perdita di peso che soffrirebbe il Gruppo di Lima nella gestione della crisi in Venezuela, in cui López Obrador dice di non voler interferire.

@marcodellaguzzo

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