Crimine e brutalità esploderanno in America Centrale se Trump dovesse chiudere le frontiere

La stretta anti-immigrazione promessa, e parzialmente già messa in atto, da Trump danneggerà diversi paesi dell'America Latina. Il Messico sarà senza dubbio il più colpito, a causa della vicinanza e delle strette relazioni economiche che ha con il vicino del nord, ma non sarà l'unico a subire le conseguenze della chiusura delle frontiere americane. I Paesi dell'America centrale, nel cosiddetto "Triangolo del Nord", Guatemala, Honduras e El Salvador, potrebbero trovarsi in difficoltà molto maggiori, sia sotto un profilo economico che a causa di un’esplosione della criminalità.

 I bambini giocano davanti alla nuova costruzione del muro di confine Stati Uniti-Messico a Sunland Park, Stati Uniti di fronte alla città di confine messicana di Ciudad Juarez, in Messico. REUTERS/Jose Luis Gonzalez
I bambini giocano davanti alla nuova costruzione del muro di confine Stati Uniti-Messico a Sunland Park, Stati Uniti di fronte alla città di confine messicana di Ciudad Juarez, in Messico. REUTERS/Jose Luis Gonzalez

Queste piccole nazioni sono altamente dipendenti dalle rimesse inviate dagli immigrati che vivono negli Stati Uniti. Miliardi di dollari che arrivano ogni anno e che permettono a milioni di persone di sopravvivere. In Honduras le rimesse rappresentano oltre il 10% del PIL, mentre in El Salvador addirittura il 15%. Se questo flusso di denaro dovesse interrompersi, in America Centrale scoppierebbe una bomba sociale. Non solo, ma nel caso in cui divenisse realmente impossibile emigrare verso gli Stati Uniti, nel “Triangolo del Nord”, già oggi flagellato da una violenza criminale senza paragoni in tutto l’emisfero occidentale, si scatenerebbe un uragano di brutalità senza freni.  

Secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), già oggi i Paesi Triangolo del Nord vivono una crisi umanitaria in piena regola, molto più grave di quella in atto in Venezuela. El Salvador, Honduras e Guatemala compongono la regione del mondo dove, senza una guerra dichiarata, muoiono più persone di morte violenta in proporzione alla popolazione. L'anno scorso sono stati registrati oltre 16 mila morti, per una popolazione complessiva di poco più di 30 milioni di abitanti. Per avere un'idea, in Colombia, un Paese che conta circa 50 milioni di abitanti e che sta uscendo solo ora dalla guerra civile, ci sono state "solo" 12 mila morti violente nel 2016. Dietro questi massacri ci sono gang di narcotrafficanti il lotta per il controllo territorio, le cosiddette “maras”, che cercano di sottomettere la popolazione nelle maniere più violente possibili. “L’Honduras ha il più alto indice di omicidi delle Americhe. El Salvador è diventato invivibile. Le maras controllano tutto, ti vengono a cercare dappertutto. Chiedono il pizzo a tutti gli abitanti, non solo agli esercenti commerciali o ai professionisti. Se non paghi ti ammazzano seduta stante. Se paghi ti chiedono sempre di più, finché non rimani senza niente”, racconta a EastWest Francesca Fontanini, portavoce dell’UNHCR in Messico. Le maras non hanno pietà per nessuno: uomini, donne, anziani e bambini vengono brutalmente assassinati per strada, a scuola o anche nelle chiese, se si rifiutano di pagare. Per avere un’idea, oggi in El Salvador il tasso di omicidi di giovani tra i 15 e i 24 anni raggiunge l’incredibile cifra di 105,6 per 100 mila abitanti e 60,6 in Guatemala. In Colombia questo tasso è di 70, in Brasile 43. In Italia il tasso di omicidi ogni 100 mila abitanti è 0,8.

Il risultato di tanta efferatezza è una massiccia fuga degli abitanti verso il Messico e gli Stati Uniti. Circa il 10% degli abitanti del Triangolo del Nord hanno già lasciato i loro Paesi negli ultimi anni. Non è un caso che l’ONU abbia dichiarato la crisi umanitaria in questa regione, e che lanci appelli disperati a tutti i Paesi del continente americano affinché agiscano per evitare che il bagno di sangue continui o addirittura si intensifichi. Nel 2016 oltre 450 mila persone si sono messe in cammino per cercare di raggiungere il Rio Grande ed entrare in territorio americano, il 23% in più rispetto all’anno precedente. Quasi tutti vengono dal Triangolo del Nord. Durante l’amministrazione Obama, oltre la metà di loro sono stati deportati verso i Paesi d’origine. Nel caso in cui questa rotta dovesse chiudersi definitivamente, e Trump arrivasse a bloccare o tassare le rimesse dagli USA, la situazione di questi Paesi potrebbe peggiorare ulteriormente. Senza i dollari provenienti da chi è già emigrato negli Stati Uniti, milioni di persone si troverebbero letteralmente alla fame, e il numero di omicidi non farebbe che aumentare. Inoltre, molti giovani, non avendo più alternative, sarebbero spinti nelle braccia del crimine, generando legioni di disperati disposti a tutto pur di sopravvivere. “Oggi centinaia di migliaia di giovani lasciano questa regione per evitare reclutamenti forzati, stupri o di essere obbligati a diventare corrieri della droga. Se rifiuti di ammazzano. Se te ne vai almeno hai una possibilità di sopravvivere”, dice Fontanini, “Se però sei costretto a tornare, perché la frontiera è chiusa o perché ti deportano, per te è finita. Tornare in questi Paesi dopo aver cercato di fuggire è una sentenza di morte. Le maras non dimenticano”.

Un ulteriore problema per chi fugge da Triangolo del Nord potrebbe venire dalla rottura tra Trump e il presidente messicano Enrique Pena Nieto. Negli ultimi anni gli USA hanno versato milioni di dollari al governo messicano affinché facesse il “lavoro sporco”, ovvero bloccasse i migranti provenienti dal centroamerica ed analizzare in territorio messicano la loro domanda di asilo negli USA, senza che però questi potessero accedere al territorio americano. Una pratica evidentemente non compatibile con La Convenzione di Ginevra sui Rifugiati del 1951, ma che è  servita ad arginare la marea umana che cercava di raggiungere gli Stati Uniti. Secondo l'UNHCR, da gennaio a ottobre del 2016 sono state registrate oltre 110 mila domande di asilo di persone provenienti dall’America Centrale. Un aumento del 150% in due anni. Tuttavia, il numero reale di migranti è sicuramente molto più elevato. Molti abbandonano le loro case di corsa, senza portarsi dietro documenti oppure non presentano domanda di asilo per paura di venire deportati. “Intere famiglie vengono sterminate, e le altre fuggono per evitare la stessa sorte. Ormai non sono solo più minori non accompagnati che lasciano il Triangolo del Nord, ma interi nuclei famigliari. Intere città ormai sono deserte o perché sono stati tutti trucidati, o perché sono scappati tutti”, spiega Fontanini. Tuttavia, nel caso in cui Trump insistesse con la costruzione del muro, la denuncia del NAFTA e la deportazione di milioni di messicani, la rottura con il Paese vicino sarebbe inevitabile, e a quel punto il Messico non rispetterebbe più gli accordi presi con Washington. Il risultato sarebbe un vero e proprio assalto alla frontiera americana.

Se Trump dovesse emanare un atto per proibire l’ingresso di latinos, così come ha fatto per i musulmani di diversi Paesi mediorientali, sarebbe un problema per tutti gli Stati a sud del Rio Grande. Ma per centinaia di migliaia di persone del Triangolo del Nord, la firma presidenziale su quell’atto siglerebbe inesorabilmente la loro condanna a morte. 

@carlocauti 

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