Arabia Saudita e Iran, la nuova guerra fredda

Le due potenze regionali si confrontano da anni per la supremazia nel Medio Oriente. Una guerra senza esclusione di colpi che mette a rischio il futuro della Regione e pesa sull’economia mondiale.

REUTERS/Faisal Al Nasser

BEIRUT - È in corso una nuova guerra fredda, che si sta combattendo in una regione davvero calda. In Medio Oriente dietro al feroce scontro religioso tra l’Islam sunnita e quello sciita si nascondono ragioni economiche e politiche. Il conflitto in corso, se letto in chiave geopolitica, ricalca perfettamente modi e schieramenti di quello tra le due superpotenze che ha segnato il secondo dopoguerra.
Nella lotta per il predominio regionale Iran e Arabia Saudita, i due campioni in lotta, si confrontano senza combattersi direttamente, come fu tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
Il conflitto non comporta, almeno per ora, un confronto militare diretto tra i due rivali. Si combatte sul piano diplomatico, ideologico ed economico, soprattutto nel mercato petrolifero, e attraverso guerre per procura, come quelle in Siria e Yemen.

Nella fase attuale la bilancia sembra pendere a favore della Repubblica Islamica dell'Iran. Il raggiungimento dell’accordo sulla proliferazione nucleare e la decisione del leader supremo, Ayatollah Ali Khamenei, di accettarlo sta portando il Paese alla fine dell’isolamento internazionale e al termine delle sanzioni economiche. Grazie a questo nuovo scenario l’economia iraniana probabilmente supererà presto le difficoltà che l’hanno segnata nell’ultimo decennio. Da un lato l'Iran spera di rilanciare la sua economia tornando protagonista sul mercato del greggio, dall’altro tutti i paesi industrializzati sono già al lavoro per stringere accordi commerciali nei più diversi settori.
Nel frattempo, Teheran sembra sfruttare la situazione di guerra nella Regione per espandere la sua influenza. Per arginare l’avanzata del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi le truppe speciali iraniane, circa due anni fa, sono entrate in Iraq e da allora si registra sul campo una lenta e strisciante annessione di territori, anche con la tacita e passiva accettazione statunitense.
A questo si devono aggiungere le sorti delle guerre in Siria e in Yemen. Nella prima il fronte russo iraniano, che appoggia il Presidente Bashar al-Assad, sembra guadagnare continuamente posizioni rispetto ai diversi gruppi di opposizione sostenuti in gran parte dall’Arabia Saudita. Nel dimenticato Yemen nonostante l’impegno diretto di Riyadh, a capo di una coalizione di paesi arabi, i ribelli Houthi e i loro alleati sciiti continuano a tenere in scacco le forze governative. Infine, anche i tentativi politici diplomatici dell’Arabia di indebolire gli Hezbollah libanesi, il più fedele alleato regionale dell’Iran, non sembrano aver portato a risultati concreti.
Contemporaneamente, l’Arabia Saudita si sente abbandonata dal suo alleato storico, gli Stati Uniti d’America, che siglando l’accordo sul nucleare con Teheran non hanno rispettato la volontà di Riyadh.

In questo contesto la politica estera del Regno diventa sempre più aggressiva e appare sempre più delegata dal sovrano, Re Salman bin Abdul-Aziz al-Saud, al giovane Ministro della Difesa, il figlio, Mohammad bin Salman al-Saud. Sua sarebbe la scelta, condivisa con la Turchia, di continuare nel sostegno alle formazioni che combattono Assad, anche quelle legate ad al-Qaeda come il Fronte al-Nusra. Sempre sua sarebbe stata la decisione di scatenare la guerra contro i ribelli sciiti in Yemen. In politica interna è il fautore di un ulteriore giro di vite nei confronti di qualsiasi forma di opposizione, specie della minoranza sciita che vive nel Paese.

Soprattutto, il potente Ministro è stato il fautore della politica di guerra economica all’Iran attraverso il calo costante del prezzo del petrolio. Si spiega così la sostituzione, nel maggio scorso, del Ministro del Petrolio saudita, Ali al-Naimi, con un fedele alleato di Mohammad, Khalid al-Falih. Il cambiamento, inatteso, ai vertici del dicastero più importante del Regno è un indicatore della volontà di Mohammad di utilizzare il prezzo del petrolio come arma contro l’Iran e il suo principale alleato, la Russia. L’Arabia Saudita possiede riserve di greggio estraibile a basso costo talmente grandi da essere arbitro del mercato mondiale.
Può quasi autonomamente decidere se affogare o strozzare il mercato. Ora sta tenendo il prezzo intorno ai 40 dollari al barile, cercando di mettere in difficoltà i suoi nemici che hanno costi di estrazione superiori e bisogno di un prezzo di almeno 70 dollari per sostenere la crescita economica. Nel contempo l’Arabia spera di mettere in difficoltà i produttori statunitensi, che impiegano il sistema della frantumazione idraulica (fracking), molto più costoso dei metodi tradizionali di estrazione. Negli ultimi anni questa tecnologia innovativa, ma molto discutibile dal punto di vista ambientale, aveva contribuito ad allentare la dipendenza degli USA dal petrolio mediorientale.
Ill principe Mohammad ha dichiarato recentemente: “Il Regno non si preoccupa del prezzo del petrolio, 30 o 70 dollari per noi sono uguali.”
L’industria petrolifera degli Stati Uniti,però, si è rivelata più adattabile e resistente del previsto, impianti a frantumazione più economici sono stati aperti e quelli vecchi chiusi. Anche l’Iran sembra in grado di sostenere la corsa al ribasso..

Difficilmente Iran e Russia potranno prendere il controllo completo di una regione dove più del 90% della popolazione è sunnita, quindi potenzialmente alleata della monarchia saudita. Gli sciiti potranno facilmente mantenere il controllo su parti dell’Iraq e della Siria, potranno influenzare, attraverso il partito di Hezbollah, la politica libanese.
Si delinea una situazione di equilibrio instabile tra le due potenze regionali. Il timore di molti è che i rispettivi potenti alleati, Mosca e Washington, possano perdere il controllo politico della situazione e la guerra fredda degenerare in un conflitto frontale, che inevitabilmente coinvolgerebbe tutti i paesi della Regione.

@MauroPompili

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