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Una guerra in Libano non conviene né all'Arabia Saudita né a Israele

Cresce la pressione su Hezbollah, ma l’intervento ha troppe controindicazioni. Israele teme di rafforzare la legittimità del Partito di Dio, in crisi per il suo ruolo in Siria. A Riyad l’alleanza con lo Stato ebraico può innescare la rivolta degli oltranzisti. E anche i partner stranieri frenano

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. REUTERS/Jonathan Ernst
Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. REUTERS/Jonathan Ernst

Un nuovo conflitto sembrerebbe profilarsi all’orizzonte del Libano. Questa percezione è stata in parte corroborata dalla decisione del capo delle forze armate libanesi Joseph Aoun di schierare per precauzione l’esercito al confine. Ma una guerra contro Hezbollah in questo momento non converrebbe quasi a nessuno. Sopratutto a chi dovrebbe "farla". A questo proposito, occorre tener presente che, mentre l’Arabia Saudita esacerba le pressioni internazionali contro Hezbollah, il regno di Salman non sarebbe in grado di lanciare alcuna azione militare diretta contro il partito libanese. Il principe ereditario Mohammed bin Salman (presunto vero architetto dell’imbroglio libanese) conta(va) probabilmente di stimolare il prurito di Israele, aizzandolo contro il suo arci-nemico in Libano.

L’asse Arabia Saudita - Israele è fondato sulla comune opposizione a Teheran e i suoi alleati. Tuttavia, un attacco israeliano non provocato sul territorio libanese avrebbe innanzitutto l’effetto di irrobustire la legittimità popolare di Hezbollah nella regione che invece è ai minimi storici dopo la decisione del partito di entrare in Siria a fianco del dittatore Assad. Israele ha appreso, soprattutto dopo la guerra di luglio 2006, che il sostegno popolare è uno degli strumenti di sopravvivenza del ‘Partito di Dio’, forte almeno quanto le sue armi. Israele non ha, insomma, interesse a rafforzare la reputazione di Hezbollah, trasformandolo in un martire sull’altare sacrificale, assieme a (e non contro) il Libano intero.

È per di più quasi scontato che una potenziale nuova invasione del Libano avrebbe una magnitudine ben superiore a quella della guerra del 2006.
Quel luglio di 11 anni fa si risolse, infatti, in una non-vittoria per Israele e una finta vittoria per Hezbollah. Con queste prospettive, un attacco senza provocazione avrebbe conseguenze pesanti proprio sulla reputazione di Israele che, nonostante il relativo successo di una campagna di criminalizzazione del movimento Bds (Boycott, Disinvestment, Sanctions), fa i conti con un montare della critica internazionale alle sue politiche.

Israele e Hezbollah stanno peraltro già combattendo una guerra a bassa intensità sul campo siriano, dove Israele può contare su una ben più solida legittimità morale, anche se qui la Russia fa da bilanciatore tra la sua amicizia con Tel Aviv e la preservazione dei suoi interessi in Siria, in cui Hezbollah è (ancora) partner cruciale di Mosca.

Il dilemma siriano

Una destabilizzazione del Libano sarebbe un potente amplificatore dell’insicurezza regionale, Siria in primis. Ma proprio qui – in nome
della guerra globale al terroregli interessi di Stati Uniti, Russia, Europa e (non da ultimo) Iran convergono schizofrenicamente su una cristallizzazione dello status quo con Assad presidente. Ironicamente è proprio il discutibile e per molti immorale ruolo di Hezbollah in Siria a fare il gioco del partito nella disputa con l’Arabia Saudita. Il culmine ironico di questa convergenza si è materializzato proprio ieri in un balletto incrociato tra Rouhani e Trump: il primo da Teheran proclamava una “vittoria” unilaterale sullo ‘Stato Islamico’, il secondo faceva gli auguri al presidente libanese per l’anniversario dell’indipendenza, ringraziandolo per il contributo cruciale del Libano nella guerra al terrore. D'altronde, proprio per celebrare il 74esimo compleanno del Libano il 22 Novembre, Hariri è rientrato a Beirut: è un indubbio segnale di unità che fa spola con i toni moderati e conciliatori di Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, che ha sin da subito difeso il premier uscente, seppur rivale politico, definendo ingiusto il trattamento "umiliante" riservatogli da Riyad.

La debolezza delle misure di Riyad

La politica avventizia dell’Arabia Saudita emerge ancor più nella debolezza delle sue azioni: tutto quello che finora re Salman ha portato a casa è stata una risoluzione della Lega Araba (dagli anni ’90 poco più di un’ombra della frammentazione regionale e delle ambizioni saudite) che ha condannato il 20 Novembre Hezbollah come ‘gruppo terrorista’. Non vi è però alcuna novità sostanziale: la Lega Araba aveva già adottato questa risoluzione nel marzo 2016, sulla falsariga di una (identica) risoluzione del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc), invitando il Libano a prendere misure di conseguenza. Allora come oggi, la risoluzione provocò solo imbarazzo tra tutti i partiti politici libanesi (e soprattutto i leader sunniti) che furono costretti a replicare a sua eccellenza a Riyad che, pur comprendendo le sue preoccupazioni, Hezbollah è parte del tessuto sociale libanese e ne rappresenta politicamente una buona fetta (con tanto
di ministri nel governo).

C’è poi un ultimo aspetto problematico nell’avventurismo saudita ed è proprio la sua collaborazione con Israele. Riyad non è certo la prima capitale araba a stringere la mano a Tel Aviv. Ma il pragmatismo saudita in politica estera, seppur conscio della forza della repressione, potrebbe sottovalutare la peculiare opposizione interna al regno: non quella dei bloggers frustrati nelle carceri, bensì quella wahhabita più oltranzista.
Nella storia dell’Arabia Saudita è proprio da qui che è venuta la più grande minaccia alla coesione del regno in risposta alle profanissime liaisons della famiglia reale con i governi occidentali, culminate nell’assedio di Mecca del 1979 e nelle proteste contro l’offerta di un corridoio sul suolo saudita per i marines statunitensi durante la prima guerra del Golfo, a pochi passi dai luoghi sacri di Mecca e Medina. Fu proprio qui - pare - che Bin Laden voltò le spalle alla monarchia saudita.
Al netto della durissima repressione interna, come Mohammed bin Salman potrà spiegare una collaborazione con Israele allo zoccolo duro e più ideologico della sua base?

Al netto di tutto questo, se con il “sacrificio” di Hariri da parte della famiglia reale saudita rafforza il suo network di alleanze internazionali, l’impressione è che gli alleati siano più disposti a dare rassicuranti pacche sulle spalle al rampante principe ereditario che prestare il fianco alla sua ambizione di ‘rifare’ il Medio Oriente a suo gusto. A partire proprio dal presidente Macron che, auto-elettosi arbitro dell’affaire Hariri, ieri sera, rivolgendosi simultaneamente a Rouhani e a Netanyahu, ha detto perentorio che “è necessario un Libano stabile”. (seconda parte - fine)

@marinacalculli

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