Perché l’Arabia Saudita va alla resa dei conti con l'Iran in Libano

Nulla di nuovo a Beirut: la lotta tra ingerenze straniere è figlia dalla spartizione del potere tra le grandi comunità libanesi e tra i loro protettori. Il fragile status quo non soddisfa più Riyad. E l’ambizioso erede al trono dei Saud trova sostegno in Francia e Israele

Il primo ministro libanese Saad al-Hariri stringe la mano al re Salman dell'Arabia Saudita a Riyadh, in Arabia Saudita, l'11 novembre 2017. Courtesy of Saudi Royal Court/Handout
Il primo ministro libanese Saad al-Hariri stringe la mano al re Salman dell'Arabia Saudita a Riyadh, in Arabia Saudita, l'11 novembre 2017. Courtesy of Saudi Royal Court/Handout

Sembra ormai abbastanza chiaro che le dimissioni a sorpresa del Premier libanese Saad Hariri siano state imposte e pilotate dal giovane principe ereditario saudita Mohammed bin Salman che presto potrebbe essere incoronato re. In molti, infatti, si aspettano che Salman abdichi in suo favore nelle prossime settimane.

Qual è il filo che lega la ridefinizione di un equilibrio di potere interno all’Arabia Saudita e il destino del Libano?

Se Hariri ha giustificato le sue dimissioni citando l’invadente influenza dell'Iran in Libano, il suo stesso atto rappresenta una clamorosa interferenza saudita negli affari e nella politica libanese. In Libano sono in molti a pensare che Hariri sia stato messo agli arresti domiciliari a Riyad prima che Macron si recasse nel regno del Golfo per negoziare un salvacondotto e portarselo a Parigi. Niente di nuovo sotto il sole: come molti analisti hanno ricordato nelle ultime settimane, il Libano è piuttosto abituato alle interferenze esterne. Quest’abitudine riflette il modo in cui lo Stato libanese è stato pensato e concepito già prima della sua indipendenza nel 1946.

Capire le ingerenze esterne nello Stato del Libano

La ta’ifiyya (il confessionalismo), ovvero l’istituzionalizzazione della spartizione del potere tra i tre macro-gruppi confessionali presenti nel Paese – cristiani, sunniti e sciiti – fa sì che ogni comunità religiosa sia di per sé sovrana: nella pratica, infatti, non è lo ‘Stato’ ma le élite delle comunità religiose che provvedono a fornire servizi sulla base di un “patto sociale” non tra Stato e cittadini, ma tra leader confessionali e soggetti politici classificati in base al culto. Se si guarda allo Stato del Libano in questi termini, le note interferenze nella sua politica interna riflettono spesso le conseguenze delle politiche estere e dei sistemi di alleanze di ogni comunità confessionale. Queste ultime agiscono come entità sovrane tanto nello spazio interno quanto in quello esterno dello Stato.

Se, dunque, è indubbio che l’Iran sia presente in Libano attraverso il suo legame con il partito e gruppo armato sciita Hezbollah, è anche vero che l’Arabia Saudita è presente nel Paese attraverso il suo legame con l’élite politica sunnita – in particolare con Saad Hariri. Quest’ultimo ha peraltro una doppia nazionalità (libanese e saudita) e le sue personali fortune economiche dipendono moltissimo dalla monarchia del Golfo. La sua azienda Oger international, registrata in Arabia Saudita e con un quartier generale a Parigi, andò in bancarotta a metà del 2014. Nel 2016 l’Arabia Saudita decise, dopo mesi di ambiguità, di salvare il gruppo. Dietro questa scelta c’erano motivi politici precisi: Hariri pareva allora l’unico uomo dell’élite sunnita libanese in grado di unificare una base fiaccata e disillusa e, soprattutto, limitare le influenze esterne e silenziose di Qatar e Turchia, capaci di sfidare il regno di Salman, usando un islamismo sunnita per perseguire la propria politica internazionale e transnazionale.

La competizione tra Qatar e Arabia Saudita, per esempio, è stata enormemente sentita tra 2015 e 2016 in una delle città cruciali per la politica confessionale dei sunniti libanesi, Tripoli, dove nelle legislative del maggio 2016 Hariri fece un fiasco clamoroso, sconfitto dal suo rivale Ashraf Rifi.

 Per questo nei mesi finali del 2016, Riyad diede il suo consenso perché Hariri formasse un governo che include (includeva?) anche ministri di Hezbollah. La pre-condizione dell’accordo fu anche il voto di Hariri per far eleggere il leader cristiano-maronita Michel Aoun alla Presidenza della Repubblica. E Aoun, alleato di Hezbollah dal 2006, in questi giorni ha tuonato contro l’Arabia Saudita

A cosa mira l’Arabia Saudita in Libano?

Chi osserva storicamente la politica libanese e le sue liaisons dangereuses con l’esterno sa che non vi è nulla di più volatile in Libano di uno status quo. Così, con l’accordo sulla presidenza Aoun e la premiership di Hariri alla fine del 2016, i sauditi congelavano un equilibrio non ideale eppure un optimum relativo per la congiuntura regionale e internazionale di allora: Obama era ancora presidente, il destino della Casa Bianca incerto, l’apertura entusiastica degli europei al business iraniano materializzava concretamente il reintegro di Teheran nella comunità internazionale, la guerra allo Stato Islamico era già entrata nella fase di offensiva finale con Mosca, Washington, Francia e Regno Unito sulla stessa linea circa la necessità di non complicare il quadro securitario mediorientale, almeno fino allo smantellamento territoriale del sedicente Califfato.

Quasi come una bomba ad orologeria, la totale ripresa di Raqqa da parte della coalizione internazionale ha fatto scoppiare la controffensiva saudita, nel timore che l’Iran possa consolidare la sua leadership sul Levante arabo: Teheran è ancora molto influente in Iraq nonostante i tentativi sauditi di dividere l’élite sciita irachena. In Siria, il regime di Assad canta forse prematuramente vittoria ma è oggettivamente assai più forte sul terreno e sul piano diplomatico rispetto a un anno fa. Hezbollah è una piccola potenza militare sempre più organizzata, dal 2013 coordina le sue operazioni con la Russia ed è sempre più forte come attore politico in Libano.

Alla luce di tutto ciò, si capisce perché la controffensiva saudita abbia puntato a consolidare un allineamento con Israele. Riyad e Tel Aviv condividono il disappunto sul Nuclear Deal di Obama e la linea comune è stata espressa per la prima volta in modo esplicito il 15 novembre 2017 dal generale delle Forze di Difesa israeliane Gadi Eisenkot: “Israele è pronto a collaborare con l’Arabia Saudita per contrastare l’ingerenza dell’Iran nella regione”.

Fa da sfondo una nuova configurazione del mondo con Trump presidente, ossessionato dall’obiettivo di distruggere l’eredità di Obama, a partire proprio dal Nuclear Deal. La nuova Casa Bianca, l’estrema destra israeliana e la famiglia reale saudita sono unite in un gioco che si dispiega in un intreccio tra ambizioni personali, realismo cinico e business.

In questo gioco si sta inserendo prepotentemente la Francia di Macron, che da quando è stato eletto ha sfoggiato capacità di arbitro tra autocrati e businessmen mediorientali, promuovendo gli interessi delle aziende francesi sempre più presenti in Medio Oriente. Non è un caso che sia stato proprio l’inquilino dell’Eliseo a volare a Riyad per risolvere l’affaire Hariri, offrendo all’(ex?) premier libanese una via di fuga. La Francia è un partner cruciale per l’Arabia Saudita e vanta, con una certa nostalgia coloniale, un ruolo di “protettore” del Libano. Dopo una telefonata con Trump, Macron ha prima ribadito la necessità di ridurre le ingerenze straniere in Libano, senza nominare il Paese invadente in questione, poi ha espresso preoccupazione per la strategia aggressiva dell’Iran nella regione e per il suo programma missilistico. Teheran non ha apprezzato e ha chiesto all’Eliseo di non interferire. L’Arabia Saudita insomma è tutto fuorché sola nel suo scontro con l’Iran. Ma la sua controffensiva trova dei limiti molto evidenti nel mondo arabo. (prima parte – segue)

@marinacalculli

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