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Se Macri riconsegna l'Argentina nelle mani del Fmi

La bicicletta finanziaria di Macri non ha funzionato. E quando Washington ha annunciato l'aumento dei tassi d’interesse, il peso si è schiantato. Così il presidente per la prima volta ha chiesto un prestito al Fmi per tentare di evitare il crac. Resuscitando vecchi fantasmi

Dimostranti che cucinano un pasto comune durante una protesta contro l'Fmi davanti alla Banca centrale a Buenos Aires. REUTERS/Martin Acosta
Dimostranti che cucinano un pasto comune durante una protesta contro l'Fmi davanti alla Banca centrale a Buenos Aires. REUTERS/Martin Acosta

Due anni fa Mauricio Macri è riuscito a convincere la maggioranza degli argentini di essere il presidente che avrebbe riassestato l'Argentina e modernizzata in profondità aprendola al mondo. Ora rischia di essere ricordato come il presidente del “tarifazo” (l'aumento esponenziale di tutte le tariffe-base, dal gas all'acqua) e soprattutto come l'uomo che ha riconsegnato il Paese al Fmi.

Non c'è argentino che non conosca il significato di quella sigla, Fondo Monetario Internazionale. E con chiunque parli a Buenos Aires, ti darà immediatamente due date: il 2001, l'anno del collasso, quando la maggioranza del Paese è sprofondata nella povertà e la classe media polverizzata. E il 2005: quando Nestor Kirchner, dopo aver assunto la presidenza di uno Stato allo sbando due anni prima, annunciava di cancellare l'intero debito con il Fmi, liquidando in una sola tranche di quasi 9 miliardi di dollari e quasi svuotando il Fondo di Riserva. Una mossa azzardata ma con un enorme valore simbolico. Persino tra i più acerrimi oppositori di Kirchner, ti daranno quelle due date e racconteranno il memorabile discorso di Nestor.

Il paragone è implacabile con la scelta di Mauricio Macri di ricorrere, per la prima volta da allora, al prestito del Fmi per tentare di salvare moneta e finanze pubbliche. Come è potuto accadere? Come è successo che il nome Argentina sia ritornato associato alla parola default?

Macri ha difeso la sua politica gradualista, evitando misure choc per raggiungere gli obiettivi che si era posto: ridurre un'inflazione attestata sul 40% (almeno) e far ripartire un'economia ammaccata e dipendente dall'export di soia, impostata sui sussidi e sul controllo cambiario, con risultati disastrosi in tempi di recessione. La stessa Christine Lagarde, a capo del Fmi, ha dovuto ribadire quanto la sua istituzione sia cambiata in questi anni e abbia appreso la lezione, provando a rassicurare un paese rimasto traumatizzato dai suoi predecessori. Le trattative sono ancora in corso. Ma per smentirla, gli oppositori le ricordano ogni giorno l'esempio della Grecia.

In questi due anni il presidente argentino ha puntato tutto sulla sua immagine di imprenditore di successo e sul suo governo di tecnocrati e milionari (anche se macchiati dagli eclatanti Panama Papers). Ha cercato disperatamente di attirare investimenti stranieri. Ha dato mandato alla Banca Centrale di piazzare titoli di Stato a corta scadenza e in pesos, aumentando enormemente il debito pubblico, pur di avere denaro fresco, di cui le casse dello Stato hanno bisogno.

Per rendere appetibili i cosiddetti Lebac (Letras del Banco Central) il tasso di interesse è stato da subito altissimo, arrivato i giorni scorsi al 40%, lasciando che gli investitori potessero cambiare i dollari in pesos e farne incetta, per poi ricambiare i pesos in dollari. "La bicicletta finanziaria", com'è conosciuta, sembrava per un momento magica. Eppure si calcola che negli ultimi due anni l'Argentina si sia indebitata di oltre 100 miliardi di dollari, esponendosi alle variabili volatili degli speculatori e del mercato internazionale. L'azzardo di Macri, opposto all'azzardo di Kirchner del 2005, non sembra aver funzionato. Almeno per ora.

Nessuno degli obiettivi del governo si è realizzato e gli investitori hanno cominciato a scalpitare. La notizia che gli Usa avrebbero alzato i propri tassi di interesse ha messo in subbuglio tutte le economie dei cosiddetti Paesi emergenti. E i più esposti, come l'Argentina, hanno cominciato a ballare paurosamente. Il crollo del peso sul dollaro è stato uno scossone tale che la Banca Centrale ha venduto in un solo giorno 1,5 miliardi di dollari delle proprie riserve cercando di contenere l'emorragia.

L'economista Alfredo Zaiat sul quotidiano di opposizione Pagina 12 ha scritto in questi giorni come «la fragilità dell'economia non siano i conti fiscali del Paese, espressi in pesos, bensì i conti con l'estero, espressi in dollari che il Paese non genera e non ne ha a sufficienza». Cosicché, dice, «il panorama si è oscurato in modo fulminante quando si è chiuso il rubinetto ed è esplosa la magia macrista. Non per il deficit fiscale, ma perché Wall Street ha smesso di apportare dollari per coprire l'immenso squilibrio esterno».

Per Mauricio Macri quello che sta succedendo è invece «una turbulencia», così l'ha definita nell'ultima conferenza stampa del 17 maggio. Una turbolenza dei mercati che considerano «non sufficiente la velocità che abbiamo dato al cambiamento. Per questo dobbiamo accelerare», ha aggiunto. Macri, che da molti è considerato più abile come politico che come gestore economico, potrebbe persino scommettere sulla drammatizzazione per tener stretto il timore in un panorama politico frantumato e avvelenato da dispute interne. D'altra parte, nella stessa conferenza stampa, ha ammesso un'unica autocritica: quella di «essere sempre ottimista» e di porsi «sempre obiettivi ambiziosi».

@fabiobozzato

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