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Chicha e le nonne argentine che non smetteranno mai di cercare i nipoti

Chicha Mariani se n’è andata a 94 anni, dopo aver passato gli ultimi 42 a cercare Clara, uno dei tanti bambini rubati durante la dittatura. Fondò l’associazione "Abuelas de plaza de Mayo”. La loro ricerca continua nell’Argentina di Macri, sfidando la ritrovata volontà di seppellire il passato

Un frame dal video “La abuela amor”.
Un frame dal video “La abuela amor”.

Il giorno in cui María Isabel Chorobik de Mariani, detta Chicha, fece il suo ingresso nell’aula del Tribunale della città di La Plata, vicino a Buenos Aires, solo un uomo, con in mano un rosario, non si alzò. Nascose invece il viso tra le mani, spingendo la fronte contro quel rosario che stringeva forte.

Quell’uomo era Miguel Osvaldo Etchecolatz, direttore delle indagini della polizia bonaerense - che opera nella provincia della capitale argentina - e responsabile della morte del figlio e della nuora di Chicha. E di decine di omicidi, torture e rapimenti di bambini durante l’ultima dittatura militare argentina (1976-1983), come l’uccisione di sei ragazzi, tra i 16 e i 18 anni il 16 settembre del 1976, in quella che fu chiamata La notte delle matite spezzate.

Nella sua testimonianza Chicha gli chiese di rivelare dove fosse sua nipote Clara Anahi, scomparsa in quel pomeriggio del 24 novembre 1976 in cui poliziotti, esercito e squadristi crivellarono di colpi per quattro ore la casa di suo figlio Daniel per eliminare la tipografia clandestina dove si stampava la rivista Evita Montonera. Daniel non c’era quel giorno. Lo avrebbero trovato e ucciso otto mesi dopo.

C’era invece sua moglie Diana Teruggi, insieme ad altri compagni di militanza: nessuno sopravvisse. A operazione conclusa, i militari si portarono via una bambina nascosta nella vasca da bagno e coperta con un materasso. Aveva tre mesi e si chiamava Clara Anahi Mariani.

Etchecolatz, che di quell’operazione era il responsabile, durante quel processo del 2006 continuò a stringere il rosario e a tacere. A oggi non ha mai rotto il patto di silenzio che esisteva e continua a esistere tra i militari argentini: Chicha è morta il 20 agosto scorso, a 94 anni, senza riuscire a riabbracciare Clara nonostante 42 anni di ricerche.

Fino a quel pomeriggio fatale, Chicha era stata un’insegnante di liceo e nonna amorevole. La politica l’aveva conosciuta tardi. Viveva, come lei stessa ha dichiarato in diverse interviste, «tra le nuvole». Aveva scoperto l’esistenza di Che Guevara durante un racconto di viaggio di suo figlio, rientrato dal nord argentino entusiasta di aver dormito nello stesso letto del Che in una casa di Misiones.

Quel 24 di novembre, era tornata di corsa a casa perché di lì a poco sarebbe dovuta arrivare Diana per lasciarle la bambina. Nell’attesa Chicha aveva cominciato a lavorare a maglia per fare delle scarpette a Clara Anahi, un lavoro che rimase per sempre incompiuto.

All’improvviso, si ritrovò sola. Suo marito era in Italia, dove andava spesso per lavoro, e non riuscì più a tornare. Non poteva accettare l’idea che la sua terra lo avesse privato della sua famiglia. Lei cominciò le ricerche di sua nipote. Andava in giro con una foto della bambina, cercava in ogni volto una somiglianza, un indizio. In molti dicevano che era pazza.

Poco dopo Lidia Pegenaute, un’avvocatessa che lavorava al tribunale minorile di La Plata - e uno dei pochi casi in cui il potere giudiziario corse in aiuto dei parenti degli scomparsi -, le diede l’indirizzo di Licha, all’anagrafe Alicia Zubasnabar De la Cuadra. Licha aveva cominciato ad andare insieme a suo marito alle riunioni delle Madres de Plaza De Mayo: cercava suo figlio, sua figlia incinta, sua nuora e suo genero. Appena si conobbero, capirono di non essere le uniche. C’erano altre nonne che cercavano i nipoti e poco dopo erano già dodici.

Quelle dodici signore, che avevano trascorso gran parte della loro vita tra le pareti domestiche, fondarono una delle organizzazioni più importanti della storia recente. All’inizio si chiamarono Abuelas argentinas con nietitos desaparecidos (nonne argentine con nipotini scomparsi) poi cambiarono il nome in Abuelas de plaza de Mayo.

«Lasciate stare quelle vecchie pazze piagnone, si stancheranno», gridavano i militari. Un po’ alla volta, però, quelle vecchie pazze impararono a muoversi nella clandestinità, aiutate solo da vicini e amici. Le istituzioni chiusero loro le porte. Papa Giovanni Paolo II non le ricevette quando vennero a Roma - con Chicha in prima linea - per chiedere aiuto.

Grazie però alla loro tenacia e all’aiuto di persone come quelle della squadra della genetista statunitense Mary Claire King, nel 1984 fu creato l’ indice de abuelidad (indice di discendenza): una formula che a partire dal materiale genetico, stabilisce al 99,99% la parentela tra nonno/a e nipote. Questa formula ha permesso il ritrovamento di 128 nipoti - dei circa 500 che si stima furono rapiti o nati in centri di detenzione -, l’ultimo ritrovato proprio all’inizio di agosto.

Una ricerca che con il passare del tempo si fa sempre più difficile, da un lato per l’età delle signore che poco alla volta stanno morendo e dall’altro per una ritrovata volontà di seppellire quel passato. Se, infatti, durante i governi dei Kirchner (Nestor prima e Cristina poi) la lotta per memoria, verdad y justicia aveva avuto un ruolo di primo piano diventando un punto di forza della coppia presidenziale, con il governo di Mauricio Macri, definito del cambiamento, le cose hanno cominciato a scricchiolare.

All’indomani della vittoria elettorale del novembre 2015, il quotidiano La Nacion pubblicò un editoriale non firmato - dal quale prese le distanze parte della redazione - dal titolo Basta vendetta in cui si chiedeva sostanzialmente pietà per i repressori condannati in quegli anni data la loro ormai avanzata età.

Nel tentativo di annichilire il cosiddetto kirchnerismo che, bisogna ricordare, ha dato un’impronta profondamente politica alla questione, gli organismi di tutela dei diritti umani sono stati presi di mira e alcuni archivi sono stati cancellati. Le teorie negazioniste, sempre esistite, sono emerse cercando la loro legittimazione nelle azioni di quella parte dei Montoneros che aveva intrapreso la strada della lotta armata prima del colpo di Stato.

Al momento, gli ex centri di detenzione clandestina - almeno 130 - diventati “spazi per la memoria” possono contare a livello nazionale solo su due archeologhe. Una di loro è Laura Duguine, Archeologa del centro di detenzione Club Atletico e della Ex Esma, che ci racconta come stiano cercando di formare nuovi professionisti e, soprattutto, quanto questo sia necessario dato il minuzioso lavoro che devono portare avanti.

«Qualche anno fa, mentre esaminavamo una cella del centro, ci siamo resi conto che c’era un nome inciso sul muro e grazie alla rete di informazioni che si è creata nel tempo siamo riusciti a risalire, con molta fatica, alla persona tenuta prigioniera in quel luogo. L’uomo, di cui non posso dare informazioni, era sopravvissuto e, grazie a questo, è riuscito a capire dove era stato recluso», racconta Duguine. «Lui pensava di essere stato tenuto prigioniero da un’altra parte, non riusciva a trovare pace e stava cominciando a credere di essersi inventato tutto. Questa scoperta gli ha dato, per quanto possibile, un po’ di tranquillità. È riuscito a ricostruire la sua storia e in qualche modo a superarla. Come lui, ci sono centinaia di persone ancora alla ricerca della loro storia, dei loro figli e dei loro nipoti. L’unica cosa che possiamo fare è cercare i piccoli pezzi che permettano di ricostruire il quadro generale. Se i militari parlassero avremmo le liste, i nomi, i luoghi. Così dobbiamo procedere a tentoni».

È la stessa ricerca che Chicha ha portato avanti per metà della sua lunga vita. L’unica cosa che le interessava. Lasciò la presidenza e l’organizzazione delle abuelas nel 1989 e non ha mai dato troppe spiegazioni in merito, se non che non le interessava la strada politica che cominciava a prendere l’associazione.

Qualche anno dopo, aiutata e incitata da amici e persone care, ha fondato la Asociación Anahí e ha continuato le ricerche di sua nipote. La sua morte è stata compianta da tutte le organizzazioni, con una promessa: “Cara Chicha, continueremo a cercarla, insieme a tutti i nipoti che ancora mancano”.

@GiuliaDeLuca82

"La abuela amor", videointervista in cui Chica racconta la propria storia con sottotitoli in italiano.

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