Le proteste di piazza fanno parte della cultura politica dell’Armenia sin dai tempi dell’Urss. E si sono moltiplicate da quando la generazione 90 si è mobilitata per combattere (e vincere) battaglie molto concrete. Ora nel mirino c’è l’inamovibile uomo forte Sargsyan

Manifestanti fanno gesti di protesta mentre la polizia antisommossa spara sulla folla con I cannoni d’acqua durante la manifestazione contro il rincaro dei prezzi dell'elettricità pubblica a Yerevan, in Armenia, il 23 giugno 2015. REUTERS / Vahram Baghdasaryan / Photolure
Manifestanti fanno gesti di protesta mentre la polizia antisommossa spara sulla folla con I cannoni d’acqua durante la manifestazione contro il rincaro dei prezzi dell'elettricità pubblica a Yerevan, in Armenia, il 23 giugno 2015. REUTERS / Vahram Baghdasaryan / Photolure

Da una settimana migliaia di persone presidiano la capitale armena Erevan per protestare contro la nomina dell’ex presidente Serzh Sargsyan a primo ministro. L’abile cambio di poltrone, che riporta al più celebrato tandem Vladimir Putin – Dmitry Medvedev, è stato possibile grazie a un’altrettanto scaltra revisione costituzionale e cementa così il potere personale di Sargsyan, nonché del partito repubblicano al governo.


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Nel suo decennio alla guida del Paese le proteste contro Sargsyan e la sua cerchia sono diventate un esercizio annuale, a partire dalla sua elezione. Il voto del febbraio 2008 fu macchiato da accuse di brogli su larga scala che spinsero migliaia di persone in piazza con scontri che provocarono dieci morti e centinaia di feriti.

Le proteste di piazza fanno parte della cultura politica dell’Armenia. Larghe manifestazioni, poi sfociate in rivoluzioni colorate e fiorite a denuncia di brogli elettorali o corruzione dilagante, non sono rare nell’ex spazio sovietico ma il richiamo alla piazza in Armenia ha caratteristiche diverse. E’ stato – ed è ad oggi – un laboratorio di libertà applicata dove si invoca sì un cambio di rotta ma dove si dà soprattutto voce al dissenso su questioni pragmatiche che altro non sono che la conferma di un profondo malessere socio-economico.

Un laboratorio che è cambiato nel tempo - nell’Armenia sovietica e analogica rifletteva la necessità di affermare la propria l’identità, in quella indipendente e digitale l’obiettivo è sostenere la democrazia, seppure debole e claudicante.

Il primo test avvenne in tempi non sospetti, in piena Urss, dove la libertà d’assemblea era un concetto non contemplato. Il 24 aprile del 1965 migliaia di persone si radunarono sulla piazza dell’Opera, l’attuale piazza della Libertà, chiedendo che i massacri contro gli armeni ad opera dei turchi del 1915 venissero riconosciuti come genocidio. Come da copione la protesta, che colse i Soviet di sorpresa, fu repressa ma le autorità avviarono la costruzione del memoriale del genocidio sulla collina di Tsitsernakaberd che sovrasta la capitale. Fu inaugurato nel 1967.

Due decenni dopo, quando ormai l’Urss rantolava, la piazza dell’Opera tornò a pulsare, questa volta a sostegno della regione del Nagorno Karabakh. Il 13 febbraio 1988 la popolazione armena della regione che si trova all’interno del territorio dell’allora repubblica socialista sovietica dell’Azerbaijan fece appello al Cremlino per l’annessione alla repubblica armena. L’appello si trasformò presto in un movimento destinato a sconvolgere il Caucaso del sud e, caduta l’Unione sovietica, sfociò in una guerra aperta tra Armenia e Azerbaijan che si concluse con un cessate il fuoco nel 1994 che relegò la questione a un pericoloso limbo che vige tutt’oggi.

Archiviata l’indipendenza e congelato il conflitto, l’Armenia degli anni Novanta è un Paese che deve risollevarsi. Con due frontiere sigillate, quella con la Turchia e l’Azerbaijan, stremata dalla guerra e dalla conseguente crisi economica ed energetica, l’Armenia attinge alla Russia e alla vasta diaspora. Sono gli ambiti nei quali nasce una classe di oligarchi che lentamente ne strangola l’economia e costruisce una rete inestricabile di rapporti con la politica. Ed è contro questi affaristi che una nuova generazione di armeni ha alzato le barricate.

Nell’ultimo decennio la nazione ha cambiato pelle, ha riannodato i fili di una coscienza civile. Questa rinascita - zart’vonk’ in armeno - non è casuale e coincide con la maggiore età della generazione nata all’indomani della frantumazione dell’Urss e lo sviluppo incalzante di internet e relative mezzi di comunicazione. Non a caso la maggior parte degli attivisti sono 20-30enni attivi sulla rete come sulla piazza, a indicazione che i movimenti di piazza hanno un forte fattore generazionale.

Nel 2012 un sit-in organizzato per protestare contro lo sviluppo edilizio nel centrale parco Mashtots si gonfia, trasformandosi nel Movimento per Mashtots Park. L’attentato al parco diventa il simbolo della speculazione, della distruzione di aree pubbliche e, mutuando il movimento Occupy Wall Street, fioriscono gli hashtag #occupamashtots e #salvailparcomashtots.

L’anno dopo è la volta dei trasporti pubblici. L’annuncio di un aumento da 100 a 150 dram (da €0.16 a 0.25) dei biglietti dell’autobus portò migliaia di persone in strada. Gli autisti sfidarono le autorità esponendo cartelli “Continuate a pagare 100 dram,” giovani attivisti convincevano i passeggeri in attesa a non pagare 150 dram al momento di salire sull’autobus, mentre personaggi conosciuti e persone comuni cominciarono a offrire passaggi sulla propria auto seguendo l’esempio del comico Hayk Marutian. La rete social servì anche in questo da cassa di risonanza: per giorni l’hashtag #nonpagherò150drams (#iwillnotpay150drams) tenne banco nel caldo luglio armeno.

A fine 2013 il risultato era un due a zero per la piazza: il previsto cantiere nel parco su smantellato, il prezzo dei biglietti del trasporto pubblico non aumentò.

Poi arrivò Electric Yerevan. Dopo due aumenti in due anni un rincaro del 16% sulla bolletta della luce scatenò le ire della popolazione e a fine giugno 2015 decine di migliaia di persone bloccarono le vie tra la piazza della libertà e Baghramyan avenue, sede di edifici governativi chiave, incluso il palazzo presidenziale. All’apice della protesta Vaghinak Shushanyan, tra i leader della manifestazione, disse: «Non ho mai avuto 20.000 invitati alla mia festa di compleanno» prima di tagliare la torta del suo 24° compleanno. Sopra, il simbolo del volt elettrico.

L’immagine della polizia che spara cannonate d’acqua sulla folla fece il giro del mondo e l’hashtag #ElectricYerevan diventò virale. Il provider, un gruppo privato russo, confermò il rincaro ma il governo varò una serie di misure a sostegno delle famiglie. Nessun risultato poi per Voch, “no” in armeno, il movimento che pochi mesi dopo, nell’ottobre 2015, disse no alla revisione costituzionale per il passaggio da repubblica presidenziale a parlamentare, passaggio alla base delle manifestazioni anti-Sargsyn oggi. Dove, ancora una volta, la rete social l’ha fatta da padrone: l’hashtag #RifiutaSerzh (#RejectSerzh) traina la rivolta sul web, rilanciando a livello globale le immagini di giovani disarmati trascinati da agenti in assetto anti-sommossa, grazie all’enorme diaspora armena.

Queste iniziative hanno tutte avuto un carattere apolitico, anche se a forte impronta anti-governativa, e improvvisato: il motore è la passione, abbondante materia tra la generazione 1990.

La protesta si concentra su questioni circoscritte e di interesse pubblico ma le radici affondano in un difficile contesto socio-economico, dove tre armeni su dieci vivono al di sotto della soglia di povertà di $2.90 al giorno, un numero superiore al 2008, e dove in dieci anni 300mila persone sono emigrate alla ricerca di lavoro. Le manifestazioni danno voce alla rabbia contro la corruzione, l’assenza di un vero stato di diritto, il capitalismo oligarchico e l’incapacità, o la riluttanza, dell’élite politica di affrontare i problemi della gente.

Le manifestazioni, di oggi e di ieri, sono la conferma del fatto che “la società armena è più aperta e pluralistica dello Stato armeno,” ha spiegato Anahit Shirinyan, analista alla Chatham House di Londra, in un lungo commento affidato, non a caso, a Twitter. “Per rimanere in vita governo e partiti di opposizione dovranno inevitabilmente adattarsi e aprire alle richieste della popolazione.”

Ad oggi l’apertura non c’è stata e le concessioni non sono arrivate. E gente rimane in piazza.

@monicaellena

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