Le barbe dell’Uzbekistan e quella newyorkese di Sayfullo Saipov

L’attentatore di Halloween è uzbeko, come altri quattro terroristi che hanno colpito nel 2017. Facile dipingere il Paese come un calderone del jihad. Ma gli “stan” post-sovietici esportano lavoratori, non jihadisti. La radicalizzazione avviene dopo, lontano da casa

Ritratto di Sayfullo Saipov in udienza davanti alla Corte federale. Credits Jane Rosenberg/NNS
Ritratto di Sayfullo Saipov in udienza davanti alla Corte federale. Credits Jane Rosenberg/NNS

La liberta’ che Sayfullo Habibullaevic Saipov cercava si nasconde tra le pieghe della barba che domina la sua foto segnaletica – lunga, folta, curata. L’attentatore 29enne che, lanciando un camion su una pista ciclabile, ha ucciso otto persone a New York lo scorso 31 ottobre, era nato e cresciuto in Uzbekistan, Paese centro-asiatico a maggioranza musulmana, ma ha dovuto aspettare di vivere negli Stati Uniti per farsela crescere.

борода опасна – la barba e’ pericolosa,” mi disse anni fa Alisher, musulmano osservante e studente di calligrafia all’ombra della moschea di Khoja Akhar Vali, la piu’ antica delle oltre 150 della capitale uzbeka. In Uzbekistan, dove l’allora presidente Islam Karimov (deceduto nel settembre del 2016) soffocava ogni manifestazione religiosa, la barba lunga era simbolo di estremismo, significava problemi con la polizia e i servizi segreti. E Alisher non voleva averne.

Farsi crescere la barba per affermare la propria identita’ religiosa non era nei piani Saipov ma, per ragioni diverse da quelle di Alisher, semplicemente non pareva curarsene. Le scarse notizie che filtrano dalla capitale dipingono un giovane nato e cresciuto in una famiglia dal credo blando, che desiderava solo andarsene e fare fortuna. L’occasione arrivo’ nel 2010 quando vinse la lotteria per la green-card che gli garantiva la residenza permanente negli Stati Uniti un biglietto di sola andata per la terra dove i sogni diventano realta’.

Ma qualcosa e’ andato storto, il sogno si e’ sciolto sulle infinite strisce di asfalto che Saipov ha macinato come autista di camion e taxi. Non era quella la sua idea di fortuna e qualcosa e’ scattato lungo la strada tra Ohio, Florida e New York dove l’uomo ha vissuto, messo su famiglia con una compatriota, e lavorato. E per molti analisti le risposte sono da cercare nei sogni infranti della sua vita americana.

Che l'attacco sia stato realizzato da un individuo della sfera post-sovietica, nello specifico uzbeko, non ha sorpreso gli osservatori. Saipov e’ solo l’ultimo responsabile, in ordine di tempo, di una serie di attacchi perpetrati da uzbeki nel 2017. Secondo la polizia turca era uzbeko e addestrato in Afghanistan Abdulkadir Masharipov, l’uomo che pochi minuti dalla mezzanotte sparo’ all’impazzata in un club di Istanbul, mentre le autorità russe hanno identificato in Akbarzhon Jalilov, uzbeko nato in Kirghizistan e con passaporto russo, l’autore dell’attentato alla metropolitana di San Pietroburgo che lo scorso aprile fece 15 morti. Poche settimane dopo, a Stoccolma, Rakhmat Akilov si lanciava con un tir contro la folla in una strada centrale, uccidendo cinque persone Uzbeko, era arrivato in Svezia nel 2014 e si era dato alla macchia quando la sua richiesta di asilo politico era stata rigettata.

Quattro persone non rappresentano i 32 milioni di abitanti dell’Uzbekistan ma, dagli attentati a dipingere il Paese come un calderone della jihad, il passo e’ stato breve. Ma il quadro e’ piu complicato e pieno di sfumature. Gli attentatori dei quattro attacchi del 2017 hanno vissuto per anni fuori dai loro Paesi d’origine: Uzbekistan e, nel caso dell'attacco di San Pietroburgo, Kirghizistan.

“La radicalizzazione avviene all’estero, è lontano da casa che questi individui vengono esposti a un’ideologia estremista,” spiega al telefono da Londra Shahida Tulganova, giornalista uzbeka gia’ producer di punta della BBC e profonda conoscitrice dei movimenti islamici nella regione. “Si tratta di individui che operano da soli, si ispirano allo Stato Islamico ma non fanno parte di alcun gruppo specifico, operano in solitudine.”

Saipov ne e’ l’esempio – sopravvissuto al conflitto a fuoco successivo al suo attacco, ha dichiarato fedelta’ all’Isis e sul suo cellulare sono stati trovati oltre 90 video del gruppo terroristico. Lo stesso governatore dello stato di New York, Andrew Cuomo, ha confermato alla CNN che il 29enne “è stato radicalizzato negli Stati Uniti.”

Edward Lemon, fellow all’Herriman Istitute della Columbia University, sottolinea come siano solo 62 gli incidenti a matrice islamica avvenuti all’interno dei cinque StansKazakistan, Kirghistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan - su 85.000 registrati tra il 2001 e il 2015 e che siano solo due su 61 i gruppi terroristici identificati dall’anti-terrorismo statunitense con un legame nella regione.

Piu’ che estremismo, l’Uzbekistan, e in generale l’intera regione, esporta soprattutto forza lavoro. Secondo la Banca Mondiale sono tra cinque e sette milioni i kirghizi, uzbeki e tagiki che lavorano in Russia e spediscono a casa rimesse che sostengono intere famiglie. L’economia tagika e’ la piu’ dipendente al mondo dalle rimesse dei migranti ma la poverta’ e’ una piaga comune a tutti gli Stans.

E se molti sono riusciti a costruirsi, emigrando, una vita decente, molti altri hanno annaspato. Individui con un’educazione, anche universitaria, sono relegati a svolgere semplici lavori manuali, spesso in condizioni di sfruttamento. A questo si aggiunge la diffidenza da parte delle autorita’ e la discriminazione, quando non la violenza, da parte di gruppi di estrema destra. Ne segue una spirale di disillusione e risentimento che diventa terreno fertile di reclutamento per i gruppi terroristici. Lemon calcola che per esempio “circa l’80 percento dei tagiki militanti nello Stato Islamico sono stati reclutati mentre lavoravano in Russia.”

All’ex madre Russia Saipov preferì gli Stati Uniti e, a sette anni dal suo arrivo, ha messo in atto l’attacco terroristico d’impronta islamica piu’ mortale dall’11 settembre, con la “pericolosa barba” e con il mezzo più semplice che conosceva, al volante di un camion.

@monicaellena

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