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Quello che (per ora) l’Iran non fa

L’accordo nucleare è sotto il fuoco incrociato di Stati Uniti e Israele, che colpisce l’Iran anche con attacchi militari in Siria. L’obiettivo è arginare l’ascesa regionale iraniana. Teheran fin qui non risponde per evitare di auto-sabotarsi. Ma dopo il 12 maggio la reazione ci sarà

Il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif. REUTERS / Sergei Karpukhin
Il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif. REUTERS / Sergei Karpukhin

Prima Donald Trump, poi Benjamin Netanyahu: l’Iran deal da giorni è ancora una volta sotto il fuoco incrociato di Stati Uniti e Israele. Il leit-motiv è praticamente identico: “L’Iran mente” in materia di nucleare. L’obiettivo è triplice: sabotare la normalizzazione dei rapporti sull’asse Washington-Teheran iniziata con la presidenza Obama; spingere l’Iran nel ruolo di Stato canaglia e ridimensionare il suo ruolo in ascesa in Medioriente; costringerlo a un passo falso.

Finora è stata, per fortuna, solo una guerra di parole e Teheran non ha mostrato il fianco a un’escalation. A dieci giorni dalla decisione del presidente americano che il 12 maggio dovrà ratificare davanti al Congresso Usa l’Iran deal - lo storico accordo sul nucleare raggiunto il 14 luglio 2015 tra i Paesi del gruppo 5+1 (Stati Uniti, Russia, Francia, Cina, Gran Bretagna, più la Germania) l’Ue e l’Iran per la sospensione delle sanzioni imposte da Unione europea e Nazioni Unite contro la Repubblica islamica, in cambio dell’impegno iraniano a limitare il suo programma -, Teheran continua a non volere fare il gioco dei falchi e finire nella trappola dell’auto-sabotaggio.

Teheran (per ora) non vuole fare nessun passo falso

L’Iran risponde a tono attraverso le parole del ministro degli Esteri Javad Zarif, il suo portavoce Bahran Ghasemi, il suo vice Abbas Asraghchi, ma non alza l’asticella della minaccia. Fa capire che per il momento non farà per primo alcun passo falso ma reagirà di conseguenza, se gli Usa usciranno dall’accordo e, soprattutto, se i toni continueranno ad essere quelli finora utilizzati. Perché, come ripete da mesi il presidente Hassan Rouhani, «l’accordo non è negoziabile».

Da un lato c’è Netanyahu, che sostiene che l’Iran abbia continuato il suo programma nucleare, nonostante l’intesa firmata con l’Occidente, tanto da volere “cinque bombe atomiche”. Dall’altro c’è Trump, che dice di aver «avuto ragione al cento per cento» ad attaccare sistematicamente l’accordo sul nucleare iraniano, vista quella che definisce una «situazione non accettabile». Se diversi mesi fa aveva sostenuto che «l’accordo sul nucleare con l’Iran era il frutto di una incompetenza mai vista, il peggiore mai siglato da Washington… un imbarazzo per gli Stati Uniti», adesso continua a non rivelare cosa farà: «Vedremo cosa succede. Non vi dico cosa farò, ma in molti credono di saperlo».

Zarif, ministro degli Esteri iraniano e mister Iran deal, ovvero l’uomo che ha portato a casa un’intesa complicata dopo anni di isolamento di Teheran, ha risposto alle accuse di Netanyahu con un tweet, sminuendo a un atto infantile il discorso del premier israeliano, quindi depotenziandone de facto l’efficacia nella narrazione politica: “Il bambino che non riesce a smettere di gridare al lupo al lupo ci riprova, imperterrito nonostante il 'fiasco dei cartelloni' all'Assemblea generale dell’Onu. Solo pochi possono ricascarci così tante volte”.

Il portavoce Bahran Ghasemi ha parlato di un «ridicolo show di propaganda», da «ciarlatani», l’ultimo «episodio vergognoso contro un presunto programma nucleare iraniano (…) basato su bugie». Abbas Araqchi, vice di Zarif, ha continuato sulla stessa linea definendo la strategia di Netanyahu «infantile», «ridicola» e «senza basi».

Perché mantenere l’Iran come nemico conviene sia a Usa che a Israele

Le questioni in realtà sono due e interconnesse. In entrambe, gli Usa e indirettamente anche Israele hanno interessi.

1) L’Iran deal rappresenta l’intesa che ha aperto la strada al rientro dell’Iran nella piazza internazionale e ha riportato Teheran a negoziare con l’Occidente, riabilitandone il ruolo di interlocutore.

2) Teheran è da anni coinvolta in prima linea nella guerra siriana – diventata un conflitto per procura e un terreno di lotta egemonica regionale – in cui sostiene il presidente siriano Bashar Assad, insieme alle truppe russe e alle milizie libanesi di Hezbollah. In un’ottica geopolitica, che di certo tralascia le conseguenze sociali e il durissimo impatto umanitario di guerre e sanzioni, sia Trump che Netanyahu hanno bisogno del nemico Iran per continuare con le loro politiche fortemente invasive in Medioriente. Allo stesso modo, i falchi iraniani più ostili all’accordo necessitano di una politica più aggressiva e fortemente anti-imperialista e anti-sionista per legittimare il loro potere e giustificare il protrarsi dell’intervento in territorio siriano.

Per queste ragioni, sia Trump che Netanyahu da mesi cercano sistematicamente di sabotare l’Iran deal, che però sulla carta funziona e Teheran ha sempre rispettato i termini dell’accordo. Lo dice l’Agenzia internazionale per l’anergia atomica che ha continuamente vigilato sull’adempienza di Teheran all’intesa, perché non esiste “alcuna indicazione credibile di attività in Iran attinenti allo sviluppo di un ordigno nucleare dopo il 2009”. Lo ribadisce Federica Mogherini, specificando che l’accordo sul nucleare «non è basato su buona fede o fiducia, ma su impegni concreti, meccanismi di verifica e una rigido monitoraggio dei fatti», che certificano come «l’Iran rispetti pienamente i patti (…) Non ho visto da parte di Netanyahu argomenti che provino una violazione da parte dell'Iran» di un’intesa che «fu creata proprio perché fra le parti non c'era la fiducia». Le accuse di Netanyahu, sostenute da una serie di immagini satellitari raccolte da Google, sono state analizzate e decostruite qui.

La reazione di Teheran arriverà, è solo questione di tempo

Se, dunque, far saltare l’accordo sul nucleare per Usa e Israele rappresenta solo un grimaldello per scardinare l’intero assetto iraniano nella regione, la vera domanda è: quale sarà la reazione di Teheran?

Qualche settimana fa, Zarif aveva chiaramente detto che gli Stati Uniti «hanno la possibilità di uccidere l’accordo ma dovranno fronteggiare le conseguenze (...) Prenderemo le nostre decisioni sulla base dei nostri interessi di sicurezza nazionale quando sarà il momento ma qualsiasi esse siano non saranno molto piacevoli per gli Usa”.

Quindi, Teheran potrebbe ritirarsi dall’intesa e ciò significherebbe ritornare allo status pre-Iran deal, ovvero sui suoi precedenti piani di arricchimento dell’uranio. Finora Zarif si è limitato a dichiarare che sarebbe «altamente improbabile» restare in un accordo ormai mozzato. Rouhani tre giorni fa, proprio mentre il presidente francese Emmanuel Macron si muoveva da battitore libero dando in parte sostegno a Usa e Israele, aveva ribadito tre concetti. In primis, «l’accordo non è negoziabile»; secondo, «anche se gli Usa il 12 maggio annunceranno la loro permanenza nell’accordo, ma continueranno a procedere nello stesso modo degli ultimi due anni, per noi questo non sarà accettabile»; terzo, Teheran «ha preso in considerazione una serie di risposte a qualsiasi decisione gli Usa prenderanno».

In questo contesto già teso, al di là dell’Iran deal, la Difesa iraniana mostra segni di impazienza. Il ministro Hatami, riferendosi a Israele, ha avvertito «il regime sionista, il quale ha ormai preso le distanze dalla razionalità» che «il suo comportamento pericoloso» potrebbe avere «delle conseguenze sorprendenti e spiacevoli». E queste parole fanno pensare direttamente agli attacchi militare israeliani, quello sferrato la notte tra l’8 e il 9 aprile scorso, contro la base T4 in Siria, in cui erano rimasti uccisi sette militari iraniani, e quello di domenica scorsa, contro una base nei pressi di Hama.

La reazione iraniana in qualche modo arriverà. Sembra solo una questione di tempo.

@transit_star

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