Attacco a San Pietroburgo, nessuna rivendicazione ma affiora l’ipotesi ISIS

La pista sulla quale si sta concentrando l’antiterrorismo russo per risalire agli autori dell’attacco di ieri pomeriggio alla metropolitana di San Pietroburgo porta in Kirghizistan.

Un agente di polizia cammina con un cane al Tekhnologicheskiy Institut stazione della metropolitana di San Pietroburgo, Russia, 4 aprile 2017. REUTERS / Grigory Dukor
Un agente di polizia cammina con un cane al Tekhnologicheskiy Institut stazione della metropolitana di San Pietroburgo, Russia, 4 aprile 2017. REUTERS / Grigory Dukor

I servizi di sicurezza locali hanno infatti reso noto il nome dell’attentatore, che ha provocato la morte di 14 persone e il ferimento di altre 49 (di cui quattro versano in gravi condizioni) facendo esplodere un ordigno rudimentale a bordo di un vagone della metropolitana che correva in galleria, tra le stazioni Sennaya Ploshchad e Tekhnologichesky Institut.

Secondo le autorità di Biškek, il responsabile dell’ultimo attacco terroristico che ha colpito la Russia sarebbe Akbarjon Djalilov, cittadino russo, nato ventidue anni fa a Osh, la seconda più grande città del Kirghizistan.

Il ministro degli Esteri kirghiso, Erlan Abyldaev, nel corso di una conferenza stampa con il suo omologo russo Sergei Lavrov, ha confermato che «l’attentatore era un kamikaze e ha spiegato che al momento non sono noti i motivi per cui ha agito». Abyldaev ha anche evidenziato, che «allo stato attuale delle indagini non è possibile stabilire i legami dell’attentatore con il radicalismo islamico».

Secondo il Servizio per la sicurezza federale russo (Fsb) sarebbero circa 7mila i cittadini provenienti dalle ex repubbliche sovietiche del Caspio e dell’Asia centrale, che si sarebbero arruolati come foreign fighter fra le fila dello Stato islamico in Iraq e Siria.

L’esplosione di ieri a San Pietroburgo sin dalle prime ore è sembrato un attacco di matrice terroristica, ma finora nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità dell’attentato, che ha portato alla totale chiusura del sistema di metropolitana di San Pietroburgo.

Le autorità kirghise hanno già interrogato i genitori di Djalilov, ma non sono emersi particolari del colloquio. Il Kirghizistan è una nazione a maggioranza musulmana di circa sei milioni di persone, che faceva parte dell’Unione Sovietica ed è rimasta uno stretto alleato della Russia.

Gli analisti hanno ipotizzato che l’attentatore potrebbe essere affiliato a un gruppo separatista ceceno. La Russia è da tempo nel mirino dei ribelli separatisti, che in passato hanno compiuto diversi attacchi sul suo territorio.

Tra i più eclatanti, quello dell’ottobre 2002, nel quale vennero uccisi 120 ostaggi nel teatro Dubrovka di Mosca. Nel settembre 2004, vennero uccise 330 persone, di cui 186 bambini, nell’assalto alla scuola Numero 1 di Beslan nell’Ossezia del Nord. Nel novembre 2009,  28 passeggeri persero la vita in seguito a un attentato al treno passeggeri Nevsky Espress, che collega Mosca a San Pietroburgo. Nel marzo 2010, 41 persone rimasero vittime di un duplice attentato portato a termine da due giovanissime kamikaze nella metropolitana di Mosca.

Un’altra possibilità potrebbe essere quella di un attacco a opera dell’ISIS, che di recente ha portato a termine una serie di azioni terroristiche contro la Russia per il suo sostegno al dittatore siriano Bashar al-Assad.

L’intervento di Mosca nella guerra civile siriana è stato all’origine, nell’ottobre 2015, dell’attentato al volo MetroJet 9268 in sevizio da Sharm el-Sheikh a San Pietroburgo, precipitato sopra il deserto del Sinai in Egitto, dove morirono tutti i 224 passeggeri a bordo.

Peraltro, molti caucasici sono andati a combattere in Siria e in Iraq. Nell’agosto 2015, il Movimento islamico dell’Uzbekistan (MIU) ha ufficialmente giurato fedeltà all’IS entrando a far parte della wilaya Khorasan, che in teoria dovrebbe inglobare quella che era una provincia dell’impero abbaside che andava dall’Uzbekistan, al Tagikistan, all’Afghanistan, fino al fiume Indo. 

Nel 2013, Tarkhan Tayumurazovich Batirashvili, nome di battaglia Abu Omar al-Shishani, veterano della guerra russo-gerogiana del 2008, rimasto ucciso nel giugno 2015 in Iraq, lasciò la sua fazione Jaish al-Muhajireen wal-Ansar (JMA) legata all’Emirato del Caucaso per unirsi al Califfato, in cui venne nominato comandante delle milizie di al-Baghdadi nel nord della Siria.

Anche nella regione settentrionale del Caucaso, precisamente nella repubblica del Daghestan, ci sono alcuni gruppi, che tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015 hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico.

Quella dell’ISIS è una pista che potrebbe risultare credibile, anche per le rivelazioni pubblicate dal quotidiano Kommersant, che citando “una fonte attendibile”, scrive che i servizi segreti di Mosca sapevano della preparazione di attentati terroristici a San Pietroburgo. Secondo il giornale, erano stati avvertiti da un russo che collaborava con lo Stato Islamico, arrestato dopo il suo ritorno dalla Siria.

L’uomo, però, era un militante di livello inferiore e le informazioni in suo possesso non sarebbero state così complete da evitare l’ennesima strage di civili innocenti.

@afrofocus

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