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Roma contro Roma e lo spettro della lotta nelle chiese in Ucraina

La concessione dell’indipendenza alla Chiesa ortodossa ucraina apre una crisi gravissima tra Mosca e Costantinopoli. La disfida religiosa si sovrappone al conflitto russo-ucraino. E c’è il timore che possa portare a disordini tra i fedeli, fino a sfociare nell’occupazione di chiese e monasteri 

Il Patriarca Kirill, il capo della Chiesa ortodossa russa, partecipa ad una cerimonia di benvenuto dopo il suo arrivo all'aeroporto nazionale di Minsk, in Bielorussia, 13 ottobre 2018. REUTERS / Vasily Fedosenko
Il Patriarca Kirill, il capo della Chiesa ortodossa russa, partecipa ad una cerimonia di benvenuto dopo il suo arrivo all'aeroporto nazionale di Minsk, in Bielorussia, 13 ottobre 2018. REUTERS / Vasily Fedosenko

L'11 ottobre scorso, durante un incontro del Santo Sinodo del Patriarcato di Costantinopoli a Istanbul, il patriarca Bartolomeo ha formalmente concesso l'autocefalia, cioè l'indipendenza, alla Chiesa ortodossa in Ucraina. Incurante dell'ira del patriarca russo Kirill, sotto la cui influenza canonica si muovevano fino a ieri anche le comunità ucraine, Bartolomeo ha deciso di rispondere positivamente a una richiesta che da anni gli veniva avanzata da una parte dei fedeli - e dal presidente Poroshenko -.

La risposta di Mosca è stata durissima: il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa, riunito a Minsk, ha infatti affermato che «romperà la comunione eucaristica con il Patriarcato di Costantinopoli, vietando a clero e laici di concelebrare e partecipare ai sacramenti amministrati nella sua Chiesa».

Una spaccatura profonda che tocca proprio l'eucarestia, il “sacramento dei sacramenti”. «Il Patriarcato di Costantinopoli ha compiuto un'azione anticanonica senza precedenti che equivale a un tentativo di distruggere le fondamenta del sistema canonico ortodosso. È impossibile valutare in altro modo la dichiarazione di Costantinopoli circa l'entrata in comunione canonica con gli scismatici e con una persona sotto anatema da parte della Chiesa», ha detto senza mezzi termini il presidente del Dipartimento sinodale per le relazioni della Chiesa russa con la società e i media Vladimir Romanovich Legojda.

Adesso all'orizzonte scisma nel mondo ortodosso, con conseguenze imprevedibili anche sul piano politico. Di fatto Costantinopoli ha riaffermato i suoi diritti sull'Ucraina dopo più di tre secoli, revocando al Patriarcato di Russia la possibilità di nominare il metropolita di Kiev, sancita “provvisoriamente” da una lettera sinodale del 1686. Bartolomeo ha potuto farlo in virtù del suo essere primus inter pares fra i vescovi. Secondo i canoni secolari e la tradizione non solo presiede il Concilio panortodosso - l'ultimo si è tenuto a Creta nel 2016, non a caso disertato proprio dalla Chiesa russa - ma ha anche la facoltà di concedere l'autocefalia alle Chiese che ne facciano richiesta, come infatti è prassi nei Paesi che nel corso del tempo hanno conquistato l'indipendenza nazionale.

Le esatte prerogative del patriarca di Costantinopoli sono però oggetto di una grande discussione all'interno del mondo ortodosso e, inoltre, i numeri pesano a suo sfavore: il Patriarcato ecumenico conta oggi meno di cinquemila fedeli in Turchia e tre milioni nella diaspora, mentre il Patriarcato di Mosca annovera almeno cento milioni di fedeli.

Il Santo Sinodo russo ha espressamente rimproverato a Bartolomeo di aver agito per motivi politici e di essersi rimangiato le sue stesse decisioni a proposito dei vescovi scismatici espresse nel '92, quando aveva accettato la deposizione di Filarete da metropolita da parte dell'allora patriarca Alessio, riconoscendo «la piena ed esclusiva competenza della Santissima Chiesa russa in questa materia». Oggi Bartolomeo, decidendo di reintegrare i vescovi scomunicati - Filarete nel 1997 ha ricevuto addirittura un'anatema dalla Chiesa russa - “ignora una serie di decisioni successive dei Consigli episcopali della Chiesa ortodossa russa, la cui validità è fuori dubbio”, è stato ribadito a Minsk, “e deve essere scomunicato come colui che porta confusione nell'ordine della Chiesa”.

L'autocefalia della Chiesa ucraina era in ogni caso nell'aria da tempo. Kirill, evidentemente sulle spine, ad agosto era volato al Fanar di Istanbul per un colloquio a porte chiuse con Bartolomeo che però aveva già deciso come muovere le sue pedine. Infatti, appena una settimana dopo, è arrivata dal Patriarcato ecumenico la nomina ufficiale di due esarchi con il compito di riunire le Chiese ucraine, chiaramente con l'intento di spianare la strada all'autocefalia.

A quel punto, a nulla sono valse le minacce di Mosca, che gridava all'eresia e annunciava che da quel momento i vescovi russi avrebbero disertato le assemblee episcopali presiedute da Bartolomeo e il nome dello stesso patriarca non sarebbe più stato incluso nelle preghiere di rito durante le funzioni. Nonostante l'interruzione delle relazioni diplomatiche, il Patriarcato ecumenico non si è fatto smuovere e ha deciso ugualmente di concedere il tomos, la piena indipendenza e autonomia alla Chiesa ortodossa ucraina.

Un gesto radicale che apre, però, non pochi interrogativi su quel che succederà adesso. Infatti bisogna ricordare che, sin dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica, in Ucraina la Chiesa ortodossa è divisa in tre parti. In primo luogo c’è la Chiesa ortodossa legata a Mosca, con circa 12 mila parrocchie, 9mila sacerdoti e 300 monasteri, che corrispondono alla metà delle parrocchie di tutto il Patriarcato di Mosca e al 60% del clero. Poi il Patriarcato di Kiev, nato una ventina di anni fa con a capo il discusso Filaret, prima fedelissimo di Mosca e poi autoproclamatosi patriarca indipendente al momento della proclamazione dello Stato nazionale, con 4mila parrocchie e 3mila sacerdoti. In fine la piccola Chiesa autocefala ucraina, nata nel 1920 e già scismatica da quasi un secolo, guidata da Macarius Maletich con1200 parrocchie e 700 sacerdoti. Finora l'unica Chiesa riconosciuta dall'ortodossia canonica era il Patriarcato di Mosca: le altre due erano considerate illegittime, i sacerdoti che vi officiavano fuori dalla comunione di fede e i riti nulli.

Una situazione spinosa, in cui le tensioni fra le “due Rome”, Mosca e Costantinopoli, hanno radici antiche: dal 988, quando l'allora Rus’, che si estendeva dall'Ucraina fino agli Urali, divenne ortodossa con la conversione del principe Vladimir e Kiev una provincia ecclesiastica sotto la giurisdizione del Patriarcato di Costantinopoli, fino alla decadenza del XII secolo, quando i vescovi cercarono scampo dai barbari trovando rifugio a Mosca, fondata nel 1147. La Chiesa ortodossa russa diventerà indipendente soltanto nel 1448 e Patriarcato nel 1589, con l’influenza su tutta la regione, Ucraina compresa. Ecco perché oggi gli ucraini, tra le altre cose, rivendicano la primogenitura sull'ortodossia in terra slava e mal sopportano il controllo russo.

Un Consiglio straordinario in cui decidere le sorti della neonata Chiesa ortodossa ucraina dovrà essere convocato in tempi brevi, probabilmente già a novembre, per tastare il polso delle comunità nel Paese e verificare quante vogliono veramente la separazione dai russi.

Su chi sarà il nuovo patriarca, si possono soltanto fare delle ipotesi: «Probabilmente ,per evitare contrasti iniziali nell'unione delle due Chiese autocefale, in un primo momento verrano mantenuti entrambi i leader attuali», spiega Lyubomir Ferens, giornalista ucraino esperto in questioni ecclesiastiche, «e poi, alla morte di Filarete e di Maletich, si eleggerà un nuovo nome».

Comunque vada, non sarà un processo semplice: la preoccupazione maggiore, espressa anche nella dichiarazione ufficiale del patriarca Bartolomeo, è che la notizia dell'autocefalia porti a disordini fra i fedeli, con tanto di occupazione delle chiese e dei monasteri del Patriarcato di Mosca, a partire dallo splendido Lavra, il monastero dell'XI secolo residenza ufficiale del metropolita di Kiev.

Timori in parte confermati anche da Ferens: «Kirill sa bene che l'autocefalia per il Patriarcato di Russia significa perdere in Ucraina parrocchie, sacerdoti, fedeli e in ultima analisi soldi. Persino qualche vescovo potrebbe decidere di andarsene in favore della nuova Chiesa nazionale».

Ma se i seguaci di Filarete pensano a una transizione pacifica, il metropolita di Mosca Hilarion li ha subito avvertiti: «La gente andrà in strada e proteggerà i suoi luoghi sacri». Lo stesso messaggio è arrivato dal Cremlino per mezzo del suo portavoce Dmitri Peskov che ha fatto sapere che, se le cose si dovessero mettere male, «La Russia difenderà gli interessi degli ortodossi». Soddisfazione arriva invece da oltreoceano, dove il presidente Trump ha subito detto di essere a favore dell'autonomia della Chiesa in Ucraina, «Segno di libertà religiosa».

Le tensioni scatenate dalla decisione di Bartolomeo vanno inoltre ad aggiungersi alla guerra tuttora in corso nel Donbass fra i separatisti filorussi supportati da Mosca e l'esercito ucraino, conflitto che dura da quattro anni e che ha già fatto più di 10mila vittime e un milione e mezzo di profughi, per non parlare delle difficili condizioni di vita, in particolare la penuria di acqua e cibo, denunciate più volte dall'Onu.

Inoltre, se da un lato l'autocefalia è uno schiaffo politico a Putin e ai suoi sogni di influenza sull'Ucraina dopo l'annessione della Crimea nel 2014, dall'altro i gruppi filonazisti in crescita nel Paese non vedono l'ora di approfittare dell'indipendenza ecclesiastica per dare nuova benzina alla retorica - e alla violenza - nazionalista.

Una cosa è certa: una Chiesa ortodossa slegata dall'influenza russa è fortemente voluta dal Parlamento ucraino, che nell'aprile scorso aveva anche approvato formalmente la proposta dell'indipendenza, subito dopo una visita del presidente al patriarca Bartolomeo. «Poroshenko è contentissimo del tomos», conclude Ferens, «perché vanta l'autocefalia come un suo successo personale e questo gli fa guadagnare consensi in vista delle elezioni presidenziali del prossimo marzo».

@ingenuacronista

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