Arriva il Papa, ma a Dacca ancora aspettano la rivoluzione bolscevica

Non manca nulla: l’elogio della scienza sovietica; le icone di Stalin e Mao, l’attacco ai revisionisti. Oggi in Bangladesh arriva Bergoglio, ma la sua giustizia sociale ai compagni non basta: “La dittatura del proletariato è l’unica garanzia di uguaglianza”. E con l’Ottobre rosso in testa, preparano la rivoluzione

Foto di Giuliano Battiston
Foto di Giuliano Battiston

“Compagni, il centenario della gloriosa rivoluzione d'Ottobre ci ricorda che il capitalismo produce alienazione, la democrazia borghese la disuguaglianza. Oggi come sempre è necessario instaurare la dittatura del proletariato!”. L'auditorium gremito di gente si riempie di applausi. C'è chi si alza in piedi. Chi annuisce soddisfatto.

Siamo in un auditorium su via Topkhana, nel centro di Dacca, la megalopoli da 18 milioni di abitanti capitale del Bangladesh. Fuori il frastuono dei clacson. Il traffico paralizzato. Dentro, forte e decisa, solo la voce di Khalequzzaman, segretario generale del Comitato centrale del Partito socialista del Bangladesh (Bangladesher Samajtantrik Dal-Basad). Di fronte a lui, almeno duecentocinquanta persone. Più che a Papa Bergoglio, che giovedì arriverà a Dacca per una visita di tre giorni in cui parlerà di pace, armonia e giustizia sociale, tutti aspettano la rivoluzione che verrà.

Qui il profeta non è lui, il Papa messaggero di pace e guardiano della minoranza cattolica (384.000 persone su 170 milioni di abitanti), ma i cinque uomini i cui volti campeggiano rassicuranti nei ritratti incorniciati alla base del palco, radici e colonne su cui costruire il radioso futuro. Da sinistra a destra, Marx,  Engels,  Lenin, Stalin e Mao Tse Tung, nomi ricorrenti nel discorso del Segretario generale, che gesticola con enfasi davanti a un leggio ricoperto da un telo rosso con falce e martello.

Alla sua sinistra, sul palco, un lungo tavolo coperto da una bandiera rossa. Alle spalle dei relatori – concentrati a prendere appunti –  un grande poster con l'immagine di Lenin: “Seminario Internazionale. Centenario della Rivoluzione Socialista. Insegnamenti, Risultati e Importanza”. La giornata celebrativa è organizzata dal Partito socialista, fondato il 7 novembre 1980 per segnare “una discontinuità con la tendenza piccolo-borghese” degli altri partiti comunisti “eredi della vecchia tradizione revisionista del Partito comunista del Pakistan dell'est” (l'attuale Bangladesh, divenuto indipendente nel 1971).

Recita così A Short Background, il libretto che racconta la storia più che trentennale del partito, la battaglia ideologica e la struttura organizzativa, i vari fronti (dal Fronte del Lavoro a quello del Contadini, dal Forum delle donne al Fronte studentesco), le relazioni internazionali, le responsabilità del movimento comunista internazionale in un'epoca in cui, nonostante siano “state create le condizioni obiettive per l'inevitabile collasso del capitalismo”, il capitalismo “continuerà a putrefare l'intera società a meno che non venga sradicato forzatamente dalla rivolta comunista”.

Il libretto è un dono del Partito all'ospite straniero, inatteso, accompagnato in prima fila, nel posto d'onore, sotto lo sguardo attento del compagno Saiful Huq, presidente del Partito rivoluzionario dei lavoratori del Bangladesh (Rwpb). Nasir Uddin Prince, giovane segretario del Fronte studentesco del Partito socialista, ci consegna un foglio fitto fitto di nomi e sigle: è la trascrizione dell'intervento di Khalequzzaman, il segretario generale, l'uomo che sa scaldare i cuori parlando di “metodologia scientifica guidata dal marxismo-leninismo”. Khalequzzaman ringrazia i compagni maoisti venuti dal Nepal e dall'India, che abbozzano un sorriso in segno di riconoscenza. Ringrazia la delegazione dello Sri Lanka. Ringrazia tutti i compagni presenti, a cui ricorda che “non c'è alternativa al socialismo e al comunismo”, che “bisogna costruire un'organizzazione rivoluzionaria della classe lavoratrice”, “che vanno seguiti gli insegnamenti storici della Rivoluzione russa. Perché nel nostro Paese ci sono le condizioni oggettive della rivoluzione, ma la preparazione soggettiva è debole, lontana, incompleta. Le forze comuniste e di sinistra sono divise, isolate. L'unità di tutte le forze democratiche è una necessità del nostro tempo. Il capitalismo non ha futuro!”, conclude chiamando un altro applauso scrosciante.

Il giorno dopo andiamo a trovare il segretario del Fronte studentesco nella sede del partito, a pochi passi dall'auditorium, al primo piano di un edificio malridotto. Un lato dell'ufficio è occupato dagli schedari in metallo. Sopra la porta, un'immagine ingiallita di Stalin. Sulle panche davanti alla scrivania di Nasir Uddin Prince, un paio di ragazzi si scambiano i materiali da distribuire all'università per la prossima iniziativa: “un dibattito sull'importanza della scienza sovietica e su quanto le scienze siano necessarie alla rivoluzione”, spiega il segretario.

Volto paffuto, sguardo attento e gentile, occhialetti rettangolari, ha trent'anni e fa politica da quando ne aveva 13, racconta. Una passione di lunga data. Ma ancora più lungo e molto più rilevante, spiega, è il ruolo giocato dagli studenti nella storia del Bangladesh: negli anni Cinquanta contro l'eredità del colonialismo inglese, “una battaglia che abbiamo pagato con il sangue dei nostri martiri”, negli anni Sessanta nelle richieste represse nel sangue per maggiore democrazia, poi nella guerra di liberazione dal Pakistan, quando all'università di Dacca gli studenti “issavano la bandiera del Bangladesh indipendente e chiamavano allo sciopero nazionale”.

Per Nasir Uddin Prince, gli studenti “sono stati i protagonisti indiscussi di tutti i momenti cruciali della storia del Paese”. Eppure, oggi faticano a ritrovare la centralità di allora. E il bilancio complessivo non è positivo. “Sono passati 41 anni dall'indipendenza, e cosa ci troviamo? Un Paese in cui le divisioni tra ricchi e poveri sono più radicate e nette di prima. E che ha rinunciato ai quattro pilastri inseriti nella Costituzione: democrazia, socialismo, nazionalismo, secolarismo”. La responsabilità “è dei borghesi che hanno impedito l'emancipazione della classe lavoratrice occupando il potere”. Si riferisce ai due maggiori partiti del Bangladesh, l'Awami League della primo ministro Sheikh Hasina e il Bangladesh Nationalist Party, “partiti borghesi che si alleano per convenienza, una volta l'uno una volta l'altro, con “i fondamentalismi islamici del Jamiat-e-Islami”. Sono questi partiti “ad aver voluto introdurre l'Islam come religione di Stato”. Sono loro a “voler sfruttare le risorse nazionali del Paese e i lavoratori”.

L'attuale governo “si regge solo grazie alla polizia”. E con un'impostura: “sviluppo in cambio di democrazia”. Oltre che con l'intimidazione: “chi critica il governo rischia di finire in carcere. Lo dice la legge”. Per cambiare lo stato delle cose, sostiene il segretario del Fronte studentesco, “non basta il lavoro sociale, si deve cambiare la politica”. Le elezioni servono solo “a non rimanere isolati”. Ma sono inutili: “qui contano le tre 'm': money, media, muscle. Noi non ne abbiamo. Anche se le avessimo, non ci teniamo a fare la fine dei sistemi bipartitici, pressoché identici tra di loro, come negli Stati Uniti”.

L'obiettivo è molto più ambizioso: “la dittatura del proletariato. Unica garanzia di uguaglianza”. La giustizia sociale su cui insiste Papa Bergoglio, conosciuto in Bangladesh per aver condannato gli sfruttatori dei “nuovi schiavi” dopo la strage al Rana Plaza nel 2013, “è un'altra cosa, non confondiamoci”, precisa Nasir Uddin Prince. “Il nostro modello semmai è Cuba”.

@battiston_g

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