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Ora è il monsone a minacciare il popolo dei profughi rohingya

Centinaia di migliaia di persone sono a rischio nei fragili accampamenti di Cox’s Bazar, dove hanno trovato rifugio i rohingya in fuga da Myanmar. Minacciati ora dalle scosse del cambiamento climatico, che in Bangladesh divora le terre e costringe il popolo a migrare

Una donna cammina su una strada allagata a Dacca. REUTERS/Mohammad Ponir Hossain
Una donna cammina su una strada allagata a Dacca. REUTERS/Mohammad Ponir Hossain

Il monsone alle porte minaccia i rohingya rifugiati in Bangladesh. A dare l’allarme sono le Nazioni Unite, il governo di Dacca e le organizzazioni umanitarie presenti a Cox’s Bazar, territorio situato a sud del Paese e affacciato sul Golfo del Bengala.

Particolarmente rischiosa l’area collinare dove si concentra parte dei 693mila sfollati, in gran parte musulmani di etnia rohingya fuggiti a partire dal 25 agosto 2017 per sottrarsi alle persecuzioni subite dall’esercito birmano, descritte dall’Alto Commissario Onu per i diritti umani come “esempio di pulizia etnica”. L’esodo è proseguito per mesi andando ad aggiungersi ai 212mila rifugiati rohingya già presenti in Bangladesh, arrivando oggi a più di 905mila persone, in gran parte dipendenti dagli aiuti umanitari.

Un’idea di quanto può accadere si è avuta con le piogge delle ultime settimane, quando veri e propri torrenti di acqua e fango sono finiti all’interno delle capanne aggrappate ai pendii, costruite con legname ricavato in loco e materiale da recupero. Fenomeni di modesta intensità ma comunque all’origine di decine di incidenti, con più di mille ripari danneggiati e novemila rifugiati coinvolti. La situazione è però destinata a peggiorare.

Il monsone a breve entrerà nel vivo e Cox’s Bazar, al pari delle zone costiere del Bangladesh, è fortemente esposto alle piogge torrenziali e ai cicloni che negli ultimi anni hanno registrato picchi di violenza senza precedenti. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono 200mila i rohingya a rischio, 25mila dei quali ad alto rischio in quanto assiepati all’interno di baracche disseminate sui pendii esposti, negli avvallamenti o sulla sommità dei rilievi. A compromettere la tenuta di un terreno, già di per sé instabile, ha contribuito il disboscamento dell’area da parte dei rifugiati stessi, alla ricerca di combustibile e di materiale da costruzione.

Le piogge monsoniche potrebbero quindi causare lo scivolamento del terreno trascinando via i ripari. Per ridurre il pericolo di smottamenti e attuare interventi di soccorso, al momento sono state ripristinate strade, rinforzati ponti e migliorati gli apparati di drenaggio delle acque. È stato anche creato qualcosa di simile a un sistema di allerta, organizzando servizi di informazione per istruire i rifugiati sulle modalità di comportamento in caso di forti precipitazioni.

Il rischio resta comunque elevato e le zone più soggette sono state evacuate, con il trasferimento di 12mila rifugiati in un’area di due chilometri quadrati, messa a disposizione dal governo del Bangladesh. Le zone sicure in cui trasferire i rifugiati sono comunque poche, e non da ultimo mancano dei ripari in grado di resistere alla violenza dei cicloni.

https://youtu.be/9h9S1vbFaX8

Cox’s Bazar è solo una delle aree esposte ai cambiamenti climatici, i cui effetti incidono con forza sugli equilibri del Bangladesh, considerato tra i Paesi più colpiti dal meteo estremo. Secondo una ricerca della Nasa, entro il 2050 l’11% delle terre del Bangladesh sarà sommersa per effetto dell’innalzamento degli oceani. A questo si sommano fenomeni meteorologici straordinari come i cicloni e le piogge torrenziali, prima causa delle valanghe di fango di Cox’s Bazar. Poi ancora alluvioni alternate a siccità prolungata, che nel loro insieme rappresentano un ostacolo allo sviluppo del Paese, e un incentivo all’emigrazione.

L’Asia meridionale subisce particolarmente le conseguenze del riscaldamento globale. Basta dare una scorsa al passato recente per farsi un’idea. Nel 2016 gli sfollati climatici nel mondo sono stati 24,2 milioni, il 68% concentrati in Asia, compresi 614mila bangladesi.

È andata peggio nel 2017, quando il ciclone Mora ha flagellato il Bangladesh, l’India e il Nepal causando 1.200 vittime. Un terzo del Bangladesh è finito sott’acqua, 100mila abitazioni sono state rase al suolo e più di 600mila danneggiate, causando 851mila sfollati. Oltre ai danni strutturali, il ritorno alla normalità è stato ostacolato dal danneggiamento della maggior parte delle risaie del Paese – la principale risorsa alimentare – e dalla scomparsa di 65mila pozzi di acqua potabile per effetto del fango. Le piogge torrenziali hanno spazzato l’area del Chittagon, poco lontana da Cox’s Bazar, uccidendo 145 persone travolte dal fango, questo però prima che l’esodo birmano concentrasse centinaia di migliaia di rohingya nei dintorni.

Oggi il numero delle persone esposte a fenomeni di pari intensità sarebbe nettamente più alto, condizione aggravata dall’assenza di ripari sufficientemente resistenti.

L’azione combinata di cicloni, alluvioni e innalzamento delle acque sta progressivamente erodendo le terre emerse del Bangladesh, dove 163 milioni di abitanti si contendono un territorio situato a 12 metri di altitudine media. Si tratta anche di una delle zone più densamente popolate, con 1.278 persone per chilometro quadrato. Condizioni che spiegano la diaspora dei bangladesi nel mondo, a partire dalla vicina India.

Sono 15 milioni i migranti che dal Bangladesh hanno attraversato il confine indiano. Questo almeno è il numero ufficiale, ma si stima che i migranti illegali siano altrettanti, per lo più destinati ad alimentare il mercato del lavoro nero a scapito delle popolazioni autoctone. La situazione peggiore riguarda l’Assam, nel Nord Est dell’India, ed è all’origine di episodi di razzismo e di violenza da parte di movimenti anti-migranti sempre più influenti, votati in maggioranza dagli elettori assamesi e all’origine di una vera e propria crisi tra New Delhi e Dacca sulla gestione dei migranti.

A complicare le cose sta per arrivare il monsone, con il suo carico di acqua e di disagi. L’emergenza rohingya sembrava destinata a ridimensionarsi con l’accordo di rimpatrio sottoscritto a gennaio tra Dacca e Naypyiadaw, ma rimasto mera speculazione alla luce di prove che dimostrerebbero come nello Stato birmano di Rakhine gran parte dei villaggi rohingya siano stati rasi al suolo e sostituiti da basi dell’esercito.

Secondo il rapporto Remaking Rakhine State di Amnesty International, dopo le persecuzioni ai danni dei rohingya, il governo guidato dalla premio Nobel Aung San SuuKyi starebbe ora sottraendo le loro terre. Accusa negata dal Myanmar, che sostiene di aver avviato la costruzione dei centri di accoglienza destinati ai rifugiati di rientro, come previsto dall’intesa con Dacca. Un ulteriore passo in avanti c’è stato tra marzo e aprile, con il ritorno delle prime famiglie rohingya avvenuto malgrado lo scetticismo delle Nazioni Unite, convinte le condizioni di sicurezza non siano ancora sufficienti.

@EmaConfortin 

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