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Il trionfo di Vucic a Belgrado è un altro passo verso l'autocrazia

Il partito del presidente stravince le comunali in un voto segnato da denunce di brogli, che consacra il ritorno del culto del capo, sempre più solo al comando. E i Democratici vanno incontro a una storica, forse definitiva disfatta elettorale

Il presidente della Serbia Aleksandar Vucic parla durante un'intervista con Reuters a Belgrado, in Serbia, il 16 febbraio 2018. REUTERS / Marko Djurica
Il presidente della Serbia Aleksandar Vucic parla durante un'intervista con Reuters a Belgrado, in Serbia, il 16 febbraio 2018. REUTERS / Marko Djurica

Belgrado - Il Partito Progressista Serbo del presidente Aleksandar Vučić ha conquistato il 45% dei voti alle elezioni comunali di Belgrado dello scorso 4 marzo. Un risultato schiacciante, ma non imprevisto, che permetterà al partito di governo di occupare la maggioranza dei 110 seggi del municipio, riconfermandosi alla guida della capitale serba.

Mentre Vučić – che ha prestato nome e immagine per la campagna elettorale – si rivela sempre più uomo solo al comando, si registra l'ennesima, forse definitiva, débacle dell'opposizione.

Il principale sfidante, Dragan Đilas, già sindaco di Belgrado dal 2008 al 2013, si è fermato al 19%. Hanno superato la soglia di sbarramento del 5% anche la lista di Aleksandar Šapić e il candidato dei socialisti, Aleksandar Antić, che hanno ricevuto rispettivamente il 9 e 6%. Restano dunque escluse dall'assemblea di Belgrado tutte le altre venti liste di candidati.

Il risultato che fa più clamore però, è quello della storica esclusione della coalizione attorno al Partito Democratico, di cui facevano parte anche i socialdemocratici dell'ex presidente Boris Tadić, che ha racimolato un misero 2%. È la prima volta dall'introduzione del multipartitismo in Serbia che i democratici restano fuori dall'assemblea della capitale, una roccaforte che non avevano mai abbandonato dall'elezione a sindaco di Zoran Đinđić nel 1997.

L'opposizione paga dunque a caro prezzo il non sapere andare oltre le proprie divisioni e presentarsi in modo compatto come alternativa di governo. E forse anche questo elemento spiega l'alta astensione. L'affluenza si è attestata infatti al 51% degli oltre un milione e mezzo di belgradesi chiamati alle urne. Un dato in armonia con le precedenti tornate elettorali nel Paese che conferma la crescente apatia dei cittadini serbi verso la politica.

Il voto di Belgrado ha dimostrato non solo che il partito di governo gode di un'incontrastata maggioranza ma anche del come sia disposto a tutto per mantenerla. Per quanto il ministro degli Interni e capo dei progressisti di Belgrado, Nebojša Stefanović, abbia elogiato lo svolgimento “regolare” del voto, infatti, per tutto il giorno sui social si sono susseguite accuse di brogli elettorali indirizzate al Partito Progressista.

Gli osservatori di Crta, centro di ricerca che monitora le procedure di voto in Serbia, hanno documentato irregolarità nell'8% dei seggi elettorali. Una percentuale che per la delegazione osservatrice del Partito Democratico salirebbe addirittura al 30%. Tra le altre denunce, si sono registrati casi di compravendita di voti; scrutatori di seggio che tenevano liste parallele di elettori (per accertarne “la fedeltà”); pullman carichi di non residenti a Belgrado arrivati appositamente per votare; così come episodi di aggressione agli stessi osservatori di Crta.

Denunce che difficilmente verranno accertate ma che dicono molto sullo stato di salute della democrazia serba. Lo stesso Vučić ha salutato la vittoria come un segno della maturità democratica della Serbia, ma ci si chiede se non sia piuttosto un ulteriore passo verso l'autocrazia.

D'altro canto, questa tornata elettorale conferma che in Serbia il culto del capo è definitivamente tornato a essere il protagonista. È raro infatti vedere un presidente della repubblica che tiene così tanti comizi di partito per delle elezioni locali. L'impressione è che sia Vučić l'unico a decidere, non solo a livello nazionale, ma anche locale. Lo conferma la presenza del suo nome in quello della lista progressista, come se fosse lui il candidato sindaco – personalità che invece rimane ancora sconosciuta.

Vincere a Belgrado, dove dopo il trionfo alle presidenziali si verificarono prolungate manifestazioni di piazza, è stato un ulteriore test alla stabilità di governo dei progressisti.

Dal canto loro, la volontà di portare a casa un risultato schiacciante è stata dimostrata da una campagna elettorale dove non hanno risparmiato colpi bassi.

In uno spot elettorale, lo sfidante Dragan Đilas e i suoi sostenitori politici Vuk Jeremić e Saša Janković, sono stati interpretati da attori nelle vesti di politici avidi di denaro e alle dipendenze di uno spietato tycoon che, scimmiottando “Il Padrino”, vuole sovvertire l'ordine politico in Serbia.

È ancora presto per dire se verrà riconfermato a sindaco Siniša Mali, la cui amministrazione è stata caratterizzata da ambiziosi e oscuri progetti infrastrutturali.

Su tutti,“Belgrado sull'acqua”, un quartiere futuristico lungo il fiume Sava che ricorda tanto Dubai. La sua realizzazione fin qui è stata accompagnata da scandali e dall'episodio “Savamala”, zona interessata dalle costruzioni in cui due anni fa uomini incappucciati distrussero alcuni edifici rimanendo poi impuniti. E mentre per questo progetto – che Vucic ha definito di interesse nazionale – il comune ha disposto un investimento da due miliardi di euro, molti quartieri della capitale restano ancora senza rete fognaria.

Infine, sarà interessante vedere quante delle promesse annunciate in campagna elettorale verranno effettivamente realizzate: a partire dalla linea metro tanto contesa con Đilas, che ne proponeva una tutta sua. Un progetto che viene riproposto sin dai tempi della Jugoslavia e questo, forse, giustifica l'incredulità dell'elettorato serbo per un reale cambiamento.

@Gio_Fruscione

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