Un attentato mette nel mirino il corridoio pakistano della Via della Seta. Il progetto può beneficiare il Belucistan, la regione più povera del Paese, ma è avversato da molti locali. Il Pakistan rischia di scivolare in una nuova stagione di violenza.  Che potrebbe chiamare in campo anche la Cina

Agenti di polizia raccolgono e fotografano una borsa contenente esplosivo dopo un attacco al consolato cinese, a Karachi, in Pakistan, il 23 novembre 2018. REUTERS / Akhtar Soomro
Agenti di polizia raccolgono e fotografano una borsa contenente esplosivo dopo un attacco al consolato cinese, a Karachi, in Pakistan, il 23 novembre 2018. REUTERS / Akhtar Soomro

Il 23 novembre il Pakistan è tornato a dover fare i conti con il terrorismo, con due attacchi avvenuti quasi in contemporanea ma caratterizzati da modalità e rivendicazioni radicalmente diverse.


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Nel nord ovest del Paese una bomba – che ha causato 25 vittime – è esplosa in un mercato frequentato soprattutto da appartenenti alla minoranza sciita che, nel contesto pachistano, è fatta bersaglio sia dall'Isis che dalla declinazione locale dei Talebani.

A Karachi, una cellula dell'Esercito di Liberazione del Belucistan, movimento armato che propugna l’indipendenza della regione, ha invece colpito la sede del Consolato cinese, provocando due morti.

Se il primo attacco si rifà al più ampio conflitto settario all'interno del mondo islamico tra sunniti e sciiti – di cui il Pakistan è solamente uno dei teatri – il secondo ha un'origine più prettamente locale ma, nella sua genesi, arriva a coinvolgere anche un attore come la Cina.

Pechino sta infatti portando avanti - nel più ampio contesto del suo grande progetto infrastrutturale Belt Road Initiative (Bri) - lo sviluppo del China Pakistan Economic Corridor (Cpec), che mira a modernizzare le disastrate infrastrutture pachistane garantendo alle merci della Repubblica Popolare un rapido e sicuro passaggio fino all'Oceano Indiano. Il terminale di questo corridoio è il porto di Gwadar, grande hub logistico del Belucistan realizzato dalla Cina, che progetta anche di trasformarlo in una zona economica speciale, garantendone un ulteriore sviluppo.

I vantaggi potenziali di una mole di investimenti che complessivamente entro il 2030 potrebbero arrivare a quota 60 miliardi di dollari, sono evidenti. Tanto più se si pensa che il Belucistan, nonostante la sua ricchezza in termini di risorse naturali, è la regione più povera e arretrata del Pakistan, nonché la più vasta - copre quasi la metà del territorio nazionale -. Ma l'Esercito di Liberazione del Belucistan, nonostante le potenziali ricadute positive, si oppone alle mire e agli investimenti cinesi. Oltre all'innata avversione a quanto viene deciso a Islamabad, capitale vista come accentratrice e intenzionata a soffocare ogni rivendicazione locale, il movimento è contrario al Cpec perché la sua realizzazione renderebbe ancora più aleatorie le proprie mire indipendentiste.

Aldilà delle rivendicazioni di un gruppo ritenuto da più parti come un'organizzazione terroristica, l'opposizione al Cpec trova sponde anche in ampi strati della popolazione locale. Il progetto, infatti, viene visto come calato dall'alto senza nessuna attenzione alle dinamiche regionali e, molto spesso, anche le stesse ricadute positive sono messe in discussione.

Nella costruzione del porto di Gwadar, ad esempio, è stata in gran parte utilizzata manodopera proveniente dal Punjab centrale e settentrionale o addirittura maestranze cinesi, evitando l'assunzione di lavoratori del Belucistan, ritenuti non sufficientemente preparati. Per ragioni di sicurezza, inoltre, le acque nelle vicinanze del porto sono spesso interdette ai pescatori locali, che fanno della loro attività una fonte di sussistenza irrinunciabile.

Se un tale malcontento dovesse rimanere completamente inascoltato a Islamabad, nonostante il neo Primo Ministro Imran Khan abbia annunciato a inizio ottobre che il progetto sarà rivisto per tutelare la popolazione locale, il Pakistan potrebbe scivolare in una nuova stagione di violenza. Tanto più se si pensa che, allargando lo sguardo all'economica pachistana nel suo complesso, è tutt'altro che improbabile il rischio di cadere in una situazione in cui la Cina potrebbe chiedere il pagamento dei debiti contratti dal Pakistan pretendendo il controllo delle infrastrutture realizzate con i fondi versati.

Le spinte autonomiste del Belucistan sono storicamente fonte di grattacapi per Islamabad. L’instabilità regionale è, ad esempio, uno dei tanti ostacoli a causa dei quali il gasdotto Tapi – Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India –, che dovrebbe transitare proprio dall’area, rimarrà probabilmente per sempre solo sulla carta.

In questa situazione ad essere coinvolta è però anche la Cina, partner che, per quanto attivo al momento solamente dal punto di vista economico, alla luce dei rischi posti al suo mastodontico progetto Bri, potrebbe considerare l'ipotesi di scendere in campo anche dal punto di vista della sicurezza.

@davidecancarini

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