Birmania: alla vigilia delle elezioni si stringe il bavaglio sui giornalisti

La commissione elettorale ha fissato ieri la data delle prossime elezioni politiche in Birmania. Salvo imprevisti, si svolgeranno il prossimo otto novembre. Queste elezioni, secondo lo stesso governo birmano, dovrebbero essere le prime consultazioni democratiche del Paese.

Yangon, Myanmar - Student protesters and policemen push each other as the students try to pass a police line during a protest against military representatives in parliament who have been appointed by the military commander-in-chief and who occupy a mandatory 25 percent of parliamentary seats, in Yangon June 30, 2015. REUTERS/Soe Zeya Tun

Ma ad ora, a discapito delle presunte sbandierate riforme del presidente Thein Sein – un ex generale della giunta militare - che hanno portato anche ad una parziale cancellazione delle sanzioni occidentali, di democratico sembra non esserci proprio nulla. Non solo nei giorni scorsi è stato bocciato un emendamento alla Costituzione che avrebbe dato la possibilità ad Aung San Suu Kyi - Premio Nobel per la pace nel 1991 - di candidarsi alla presidenza - in quanto l’articolo 59 comma F della costituzione vieta la candidatura alla carica di presidente a chiunque abbia sposato stranieri o abbia avuto figli da quest’ultimi -, ma anche le rigide norme che regolamentano la libertà d’informazione in Birmania stanno diventando ancora più dure e i giornalisti denunciano intimidazioni e arresti.

Amnesty International ha recentemente sottolineato, attraverso un dettagliato rapporto, come gli operatori dell’informazione siano ostacolati nella loro attività professionale. Il documento presentato dall’associazione per i diritti umani, dal titolo «Caught between state censorship and self-censorship: Prosecution and intimidation of media workers in Myanmar», sostiene che le autorità birmane stanno progressivamente intensificando le azioni per soffocare il giornalismo indipendente del Paese. «La repressione che stiamo vedendo oggi in Birmania è camuffata come se fosse un progresso ma le autorità usano ancore i vecchi metodi», ha spiegato Rupert Abbott, direttore di Amnesty International per il Sud-Est asiatico e il Pacifico. «Gli arresti, il controllo, le minacce e il cercare continuamente di chiudere la bocca ai giornalisti che coprono argomenti che vengono considerati scomodi, sono un esempio concreto. La libertà di stampa è peggiorata nel corso dell’ultimo anno».

Della stessa opinione anche il vice direttore per l’Asia di Human Rights Watch (HRW), che ha criticato la comunità internazionale per essere stata troppo ottimista sui cambiamenti democratici del Paese. «Il governo sta intensificando le sue politiche e i giornalisti lo stanno pagando a caro prezzo. Prevedo che con l’arrivo delle elezioni politiche questa situazione potrebbe peggiorare». Dal 2014 ad oggi, undici reporter sono stati imprigionati in relazione alla loro attività giornalistica e tantissimi altri hanno riferito di minacce dirette e dell’impossibilità di accedere a determinate zone del Paese dove sono in atto ancora sanguinosi combattimenti con le diverse etnie che si battono per ottenere la propria autonomia.

Nel luglio del 2014, cinque giornalisti del quotidiano «Unity Weekly News» erano stati condannati a dieci anni di carcere e lavori forzati – pena ridotta successivamente in appello a sette anni – per aver rivelato l’esistenza di un impianto per la produzione di armi chimiche. Wah Win Maung, l’avvocato che li aveva assistiti, aveva riferito che la legge per la quale erano stati condannati risaliva al 1923, quando ancora, la Birmania, era sotto la colonizzazione britannica.

Sempre nel 2014, nel mese di ottobre, il reporter il freelance Aung Kyaw Naing è stato ucciso mentre era in custodia militare. Un’inchiesta per fare luce sul caso è stata aperta e il suo corpo - che è stato recentemente riesumato - aveva evidenti segni di tortura. Ma ancora, come spesso accade in Birmania quando si ha a che fare con i militari, nessun responsabile dell’omicidio è stato arrestato.

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