Birmania: il conflitto contro le etnie? Guerra giusta

Nonostante la vittoria alle elezioni dello scorso otto novembre da parte della National League for Democracy (NLD) - il partito guidato dal premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi -, la situazione per le etnie non sembra cambiare. Anzi, gli attacchi delle truppe militari del Tatmadaw - l’esercito birmano - si sono intensificati in diverse aree.

Volontari dell’Esercito di liberazione Karen in perlustrazione intorno ai villaggi. Photo credits Fabio Polese

Via terra, ma anche con aerei militari ed elicotteri da combattimento MI 35, i soldati birmani hanno bombardato i villaggi e le postazioni dei gruppi armati etnici nelle regioni Kachin, Shan, Arakan e Karen. Ma questi attacchi, secondo il generale Min Aung Hlaing, capo dell’esercito birmano, intervenuto ad una cerimonia svolta a Naypyidaw in onore dei soldati il quattro gennaio scorso, «sono una guerra giusta». Una guerra a «beneficio della Nazione, per la stabilità del Paese».

In Birmania, nascosto da un silenzio assordante, è in atto un conflitto interno che dura da oltre sessant’anni. E anche se un processo di pace con diverse etnie è iniziato nel 2011, con una serie di riforme politiche, il modus operandi dell’esercito birmano non è cambiato. E l’obiettivo rimane lo stesso: far scomparire le etnie, impadronirsi delle ricche risorse naturali e della grande importanza strategica dei territori di confine controllati dai guerriglieri.

La cerimonia in onore del Tatmadaw è continuata con un elogio ai militari, pronti «a sacrificare la propria vita». «Tutti i nostri soldati, me compreso – ha concluso il generale Min Aung Hlaing - possono giurare che stiamo combattendo una guerra solo per i nostri cittadini e per il nostro esercito».

Nelle stesse ore Aung San Suu Kyi, che con il suo partito dovrebbe entrare al potere in questi giorni, ha ribadito che il suo governo farà della pace una priorità assoluta. «La prima responsabilità del nostro governo è quella di costruire la pace. Organizzeremo una conferenza efficace per migliorare il cessate il fuoco recente, cercando di far partecipare tutte le etnie». La tavola rotonda promessa dal premio Nobel per la Pace è iniziata questo lunedì alla presenza dei leader di alcuni gruppi etnici e delle massime cariche dell’esercito. Ma diverse etnie rimangono scettiche e l’impegno preso con la maggioranza del popolo birmano che ha votato il partito della Suu Kyi nelle elezioni di novembre, sarà difficile da mantenere.

I generali che hanno controllato il Paese per decenni, infatti, hanno fatto bene i loro conti prima di arrivare a quelle che il mondo ha erroneamente pubblicizzato come «le prime elezioni democratiche nel Paese». La carta costituzionale, non solo riserva ai militari il 25 per cento dei seggi parlamentari indipendentemente dall’esito delle elezioni, ma continuerà a controllare il ministro degli Interni, della Difesa e quello per gli Affari di Confine che, non è una casualità, è proprio quello che si occupa delle zone abitate dalle diverse etnie. E ancora, sempre la vecchia giunta, è parte del Consiglio per la Difesa e la Sicurezza Nazionale, che può in qualsiasi momento bloccare o modificare le leggi che vengono considerate pericolose per l’unità e la sicurezza del Paese.

Ecco, Aung San Suu Kyi, nonostante la vittoria, dovrà agire all’interno di questi duri limiti imposti dalla vecchia dittatura militare. Una dittatura violentissima che ancora oggi continua ad attaccare, uccidere e reprimere chiunque vada contro i suoi sporchi interessi.

@fabio_polese

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