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Birmania: la giada e gli sporchi affari degli ex generali

Mancano pochi giorni alle elezioni legislative che si svolgeranno in Birmania l’otto novembre prossimo. Quelle elezioni che molti vedono come una rinascita del Paese. Un cambio netto. La fine della dittatura controllata dai militari. E l’inizio di una vera democrazia. Ma non è così. In realtà, non solo i vecchi generali che erano al potere negli anni della sanguinaria giunta militare controllano ancora la vita politica e sociale del Paese asiatico, ma oggi come allora, continuano ad arricchirsi grazie a mercati legali ed illegali.

People look for precious stones in the mine dump piled by major mining companies at a jade mine in Pharkant township in Myanmar's Kachin state late January 10, 2010. REUTERS/Soe Zeya Tun

La giada più preziosa si trova nei territori Kachin.

Uno dei più redditizi, stando a quanto riporta una recente ricerca durata dodici mesi fatta da Global Witness, un’organizzazione investigativa con base a Londra che si occupa di risorse naturali, è il mercato della giada.

La giada più preziosa al mondo, infatti, si trova tra le montagne del nord e del nord-est del Paese, quella parte di terra dove vive l’etnia Kachin, da anni in guerra per richiedere la propria autonomia dal governo centrale. Un conflitto anche economico che, solo dal 2011 ad oggi, ha causato la morte di migliaia di persone e oltre centomila sfollati.

Questo ricchissimo commercio ha un volume di affari enorme.

Secondo il rapporto diffuso, il valore proveniente dal mercato della giada sarebbe pari a 31 miliardi di dollari solo nell’ultimo anno, circa il 50 per cento del Pil della Birmania. E di quasi 123 miliardi nell’ultimo decennio. Cifre da capogiro che mostrano un business di almeno tre volte superiore ai 12,3 miliardi di dollari regolarmente dichiarati e venduti soprattutto all’ormai turbocapitilasta Cina, il destinatario finale di quasi tutto il mercato dei preziosi in uscita dal Paese.

Il padre-padrone della Birmania ha guadagnato 220 milioni di dollari negli ultimi due anni.

Secondo Global Witness l’80 per cento della giada arriva nel Paese del Dragone saltando i controlli. E ad arricchirsi maggiormente sono gli ex generali della giunta. Primo fra tutti, spiega il rapporto, sarebbe il “generalissimo” Than Shwe, padre-padrone della Birmania dal 1992 al 2011, e la sua famiglia che, nel biennio 2013-2014, avrebbe guadagnato più di 220 milioni di dollari. Ma non solo. Nello sporco affare della giada ci sarebbero anche le famiglie di Maung Maung Thein e Ohn Myint, anche loro ex generali ed ex ministri.

“Se una famiglia dell’alta cerchia dell’esercito non possiede una compagnia mineraria del settore della giada si tratta di una mosca bianca, più unica che rara”, ha spiegato Michael Davids, direttore per l’Asia dell’organizzazione che ha stilato la ricerca. “Queste famiglie hanno costruito una fortuna enorme in denaro. Si tratta di centinaia di migliaia di dollari”.

Anche i militari attualmente al governo fanno business.

Il rapporto di Global Witness accusa anche i militari attualmente in carica. “Il Tatmadaw, l’esercito birmano, è proprietario di imprese che lavorano nel settore dell’estrazione”. In particolare, le principali company, sarebbero la Myanma Economic Holdings Limited e la Myanmar Economic Corporation, che avrebbero “venduto giada di alta qualità per un valore di 100 milioni di dollari nel 2013 e 180 milioni nel 2014”. Secondo la ricerca fatta dall’organizzazione, l’esercito birmano, sarebbe legato anche al business del narcotraffico. Anche questo un affare da miliardi di dollari.

La Birmania è il Paese più povero del sud-est asiatico.

Eppure, mentre i generali che hanno governato il Paese negli ultimi decenni continuano ad arricchirsi, gran parte della popolazione vive in miseria. Quasi un terzo dei birmani vive al di sotto della soglia di povertà. Soprattutto nelle zone rurali, dove risiede più del 70 per cento della popolazione. E le cose, per ora, sono difficili da cambiare. Anche se con le prossime elezioni vincerà la Lega nazionale per la democrazia (Nld), il principale partito d’opposizione guidato da Aung San Suu Kyi. Perché, è bene ricordarlo, la ex giunta militare occupa il 25 per cento del totale dei seggi in parlamento. E continuerà a farlo anche dopo queste elezioni “democratiche”.

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