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Birmania, le milizie filogovernative controllano la produzione e il commercio dell’oppio

Non è una novità che la Birmania sia il secondo produttore mondiale di oppio dopo l’Afghanistan. I dati parlano chiaro da tempo e vengono confermati anche dall’ultimo rapporto annuale stilato dall’«Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine» (UNODC). La situazione non fa altro che peggiorare, soprattutto nelle zone dove vivono le etnie che richiedono la propria autonomia dal governo centrale.

MANTONG, Myanmar - Eike Tun (R), 40, an opium field worker, sits on the field next to a Taang National Liberation Army (TNLA) soldier (L) destroying poppy plants, near Loimgmain village, Mantong township, in the northern Shan state, January 16, 2014. Eike Tun gets 200,000 kyats ($200) for per opium season. The United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) said opium production in Myanmar increased 26 percent in 2013 to an estimated 870 tonnes, the highest since joint-assessments with Myanmar's government began in 2002. The report said the increase is due to an expansion in the cultivation of areas in northern Myanmar from an estimated 51,000 hectares (510 sq km) in 2012 to 57,800 hectares (578 sq km) in 2014. It said 92 percent of opium poppy cultivation in the country is in Shan state, home to several armed groups that have been linked to the drugs trade for many years. Picture taken January 16, 2014. REUTERS/Soe Zeya Tun

 Solo nello Stato Shan, al confine tra Birmania e Cina, viene prodotto il 90 per cento della coltivazione di papavero del Paese asiatico. E con la produzione è aumentato anche l’uso: sempre secondo il rapporto dell’UNODC, infatti, in queste zone la dipendenza da oppio, eroina ed anfetamina da parte della popolazione, è quasi triplicata negli ultimi due anni.

Il governo birmano ufficialmente sostiene di affrontare il problema dell’oppio e indica come colpevoli per la produzione e il traffico di stupefacenti le diverse etnie che compongono il difficile mosaico del Paese. Ma molte organizzazioni, come l’americana «Free Burma Rangers» (FBR) – un’organizzazione umanitaria che porta aiuto ai rifugiati interni della Birmania – e quelle etniche come la «Kachin Women Association Thailand» (KWAT) e la «Palaung Women Organization» (PWO), sostengono l’esatto contrario. Dietro al business milionario dell’oppio, presumibilmente, ci sarebbe proprio il governo di Naypyidaw che, grazie all’aiuto di milizie filogovernative presenti sul posto, controllerebbe gran parte della produzione e del commercio.

«La politica del governo birmano sta permettendo alla sua milizia locale di coltivare l’oppio e produrre eroina e altre droghe», ha sostenuto Luna Nay Li, coordinatrice del KWAT. «Invece di affrontare il problema, il governo trae più benefici dalla diffusione di droghe perché fornisce sia un’arma efficace contro la resistenza etnica, sia un business molto redditizio. Con il caos, infatti, è più facile controllare tutte le risorse naturali dei nostri territori e costruire nuovi avamposti militari per attaccarci».

Gli scontri di questi giorni nello Stato Kachin e nello Stato Shan, sembrerebbero confermare la tesi delle organizzazioni, perché coincidono proprio con l’operazione anti-droga «per arginarne l’abuso dilagante nella comunità» lanciata dal «Ta’ang National Liberation Army» (TNLA), ala militare dell’etnia Ta’ang che controlla una striscia di terra lungo il confine sino-birmano, alleata dei ribelli Kokang del «Myanmar National Democratic Alliance Army» (MNDAA) e del «Kachin Independence Army» (KIA).

«Il nostro obiettivo non è quello di combattere, noi vogliamo solo distruggere i campi di coltivazione dell’oppio», ha spiegato Tar Ora, vice comandante del TNLA. «Sappiamo che il Tatmadaw (l’esercito birmano, ndr) e le milizie filogovernative non ci faranno mai distruggere le piantagioni di papavero senza combattere. Quindi siamo pronti a farlo». Giovedì scorso l’esercito di liberazione Ta’ang ha anche annunciato il sequestrato di un grande quantitativo di eroina dal valore stimato di 3,5 milioni di dollari. «Il carico – si legge in una nota del TNLA - prima di essere sequestrato, era passato indisturbato ad un check-point dei militari birmani posizionato lungo la strada».

Gli attacchi delle truppe birmane – anche con l’ausilio di aerei da combattimento – contro i gruppi etnici Kachin, Kokang e Ta’ang, hanno causato – da poco più di un mese a questa parte - la morte di oltre duecento persone e decine di migliaia di sfollati. Per i giornalisti è difficile avvicinarsi nelle aree di conflitto, ma diverse organizzazioni umanitarie hanno accusato l’esercito di Naypyidaw di crimini contro l’umanità, mostrando molte foto raccapriccianti che documenterebbero gli innumerevoli abusi commessi dai militari governativi verso la popolazione civile.

Intanto, come se nulla fosse, molti stati occidentali, che hanno in gran parte cancellato le sanzioni economiche a quella che viene definita la nuova «Tigre asiatica» – sulla base di presunte riforme politiche e sociali - stanno firmando grandi appalti milionari da realizzare anche nelle aree etniche. Italia compresa.

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