Birmania: nella terra dei Karen, tra bambini e guerriglieri che lottano per l'autonomia - Seconda parte

Lay Wah (Karen State) –Le prime luci dell’alba stanno sorgendo e la temperatura, che di notte scende notevolmente, si sta pian piano rialzando. A «Kawthoolei» - che nella lingua Karen significa la «Terra senza peccato» - il tempo e le ore vengono scandite solamente dal giorno e dalla notte. Un giovane soldato di nome Shan Lee, vicino ad un piccolo fuoco acceso per scaldarsi, è intento ad intercettare, con una piccola e vecchia radio, le conversazioni dell’esercito birmano. La situazione - per ora - sembra tranquilla. «Sto controllando i loro spostamenti. Non sono nella nostra zona».



 Soldato Karen in perlustrazione - Photo Fabio Polese

«Mio fratello è un nostro nemico»
Shan Lee, ha ventotto anni e una storia molto particolare. Suo padre è Shan – una delle tante etnie che vivono nel Paese – ed è un ufficiale dell’esercito. Sua madre è di etnia Karen e suo fratello, dopo gli studi a Rangoon, è entrato a far parte del «Tatmadaw», l’esercito birmano. «Io ho fatto la mia scelta ormai dieci anni fa, quando mi sono arruolato come volontario nell’Esercito di liberazione Karen». Shan Lee non vede nessuno della sua famiglia da anni. «Ora la mia famiglia è questa», dice con una voce che sembra non traspirare nessun rimorso, indicando i soldati vicino a lui. In realtà, il giovane volontario Karen, sa benissimo che potrebbe trovarsi davanti a suo fratello da un momento all’altro. Anche in uno scontro a fuoco. E se questo accadesse? «L’esercito di cui fa parte è il nostro nemico, è quello che da oltre sessant’anni uccide e tortura la nostra gente».

Più di trecento le basi militari birmane nello Stato Karen
«Quella è una base militare birmana», dice il generale Nerdah Mya, leader della Karen National Defence Organization (KNDO), mentre ferma il pick-up impolverato da una terra rossastra tipica di questa zona e indica la collina in alto, sopra al villaggio di Maw Khee, dove vivono circa trecento civili Karen. «Questa è uno dei trecento avamposti del Tatmadaw che occupano lo Stato Karen». Ogni fortino dei soldati birmani – spesso situati in aree militarmente strategiche - ha dai cinquanta ai cento uomini che fanno turni di un anno e poi vengono spostati in altre zone. «Nel 2010 - racconta il generale Nerdah Mya – abbiamo circondato e attaccato questa base, impedendo così l'arrivo di rifornimenti alla postazione». E ora? «Attualmente la situazione è apparentemente calma. Ma tutto potrebbe cambiare in qualsiasi momento. Ed è per questo che controlliamo ogni loro spostamento».


Soldato Karen in difesa dei villaggi - Phot Fabio PoleseSoldato Karen in difesa dei villaggi - Phot Fabio Polese

Le violenze dell’esercito birmano non si fermano
In questi giorni gli scontri più violenti si stanno verificando a nord dello Stato Shan, nella regione del Kokang, al confine con la Cina. Il bilancio dei combattimenti tra il «Ta'ang National Liberation Army» (TNLA) – che come il popolo Karen richiede l’autonomia dal governo centrale - e l’esercito di Rangoon, è drammatico. Dal nove febbraio scorso si contano oltre 130 vittime e più di 30mila sfollati, molti dei quali costretti a scappare nella vicina Cina. Diverse organizzazioni umanitarie che operano in queste zone di conflitto hanno accusato l’esercito birmano di crimini contro l’umanità.

«Vogliamo solo vivere in pace nella nostra terra»
Intanto, nel villaggio Karen di Maw Khee, sotto la base militare, la vita sembra scorrere normalmente. I bambini giocano con quello che trovano, mentre gli adulti, uomini e donne, sono al lavoro nei campi. I Karen, che vivono prevalentemente di agricoltura, coltivano riso, arachidi, granturco e diversi ortaggi. «Molte volte i nostri campi sono stati prima derubati e poi dati alle fiamme dai militari birmani», spiega Pae Nak, un contadino che avrà circa settant’anni. «Perché ci fanno questo? Noi vogliamo solo vivere in pace nella nostra terra». Una pace che, purtroppo, sembra essere ancora molto lontana.

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