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Birmania, l’uccisione di Ko Ni potrebbe aprire preoccupanti scenari

Dopo un mese, Aung San Suu Kyi, leader del National League for Democracy (NLD), ha rotto il silenzio sull’assassinio dell’avvocato musulmano Ko Ni. «La sua scomparsa - ha dichiarato la «signora della democrazia» durante un discorso pubblico - è una grande perdita per il nostro partito e per tutta la Birmania, che piange una delle personalità più autorevoli nel campo dei diritti umani e del diritto costituzionale». E che potrebbe anche far tornare i militari al potere. Ma andiamo per ordine.

Sostenitori portano il feretro di Ko Ni. REUTERS / Soe Tun Zeya
Sostenitori portano il feretro di Ko Ni. REUTERS / Soe Tun Zeya

Ko Ni, costituzionalista di primo piano e consulente proprio del partito guidato da Suu Kyi, è stato freddato a colpi di pistola nel pomeriggio di domenica 29 gennaio all’uscita dall’aeroporto di Yangon. Era appena rientrato dall’Indonesia, dove aveva partecipato con una delegazione birmana ad una conferenza sulla minoranza musulmana Rohingya, considerata l’etnia più perseguitata al mondo. Lui stesso ne aveva difeso i diritti più volte.

L’avvocato era diventato un personaggio molto scomodo da tempo. «Sono un obiettivo da colpire - aveva dichiarato nel 2015 a Fortify Rights, un’organizzazione per i diritti umani del Sudest asiatico - sia perché sono il consigliere legale del premio Nobel e della NLD. Sia perché sono membro del comitato centrale per la riforma costituzionale». E nell’ultimo periodo, a dire la verità, non aveva risparmiato neanche critiche contro la stessa Suu Kyi per non aver inserito candidati musulmani alle elezioni, denunciando una crescente «islamofobia» nel Paese, alimentata anche da gruppi nazionalisti vicini al governo.

Il suo assassinio è stato subito definito come un «atto terroristico». Tra le ipotesi iniziali più accreditate dagli osservatori c’era il movente dell’estremismo religioso buddista - sempre più diffuso - e l’impegno dell’avvocato per cambiare la Costituzione imposta dai militari nel 2008 con un referendum farsa. La riforma avrebbe avuto proprio l’obiettivo di limitare i poteri all’esercito che per decenni ha comandato la Birmania e che, ancora oggi, nonostante la vittoria del NLD alla elezioni del novembre 2015, continua ad avere molto potere sulla vita politica e sociale del Paese.

A due settimane dall'omicidio, l’ufficio della presidenza della Birmania ha riferito che sarebbe stato l’ex ufficiale dell’esercito Aung Win Khaing ad assoldare il killer che ha ucciso materialmente l’avvocato. L’obiettivo? Destabilizzare la nazione. Possibilità molto concreta visto il fragile equilibrio del Paese, dove le violenze sono all’ordine del giorno. In tale contesto, l’assassinio di Ku Ni potrebbe innescare una reazione a catena e far crollare la fragile impalcatura istituzionale che Aung San Suu Kyi ha cercato, finora, di tenere in piedi. 

Due scenari si profilano all'orizzonte. Le Forze armate potrebbero prendere il potere avvalendosi della norma costituzionale che consente al capo di Stato maggiore di dichiarare lo stato di emergenza nazionale e sciogliere il Parlamento in caso di crisi. Oppure, potrebbero impiegare una strategia attendista. E aspettare che il corto circuito etnico-religioso faccia perdere alla «signora della democrazia» il favore popolare. A quel punto, i militari avrebbero la chance di riassumere il controllo «democraticamente», evitando quindi nuove sanzioni internazionali.

Arriveranno a farlo davvero? Al momento, il panorama birmano è fosco. E la legge è dalla parte delle Forze armate. Oltre al 25 per cento dei deputati, detengono già - in base al dettato costituzionale - i ministeri chiave di Interni, Difesa e Affari di confine. Hanno, inoltre, una voce determinante nel Consiglio per la difesa e la sicurezza nazionale che può bloccare le leggi a loro sfavorevoli. La componente più oltranzista sembra, però, non accontentarsi più di simili agevolazioni. La tentazione della spallata è forte. E la «democrazia» birmana è in bilico.

@fabio_polese

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