BMIS: a Gibuti nella base in cui gli italiani combattono i pirati somali

BMIS (Base Militare Italiana di Supporto - Gibuti) è il nome di un'installazione che, dal 2013, ospita forze italiane impegnate in un angolo di mondo dimenticato, a metà strada fra il Canale di Suez e l'Oceano Indiano.

REUTERS/NATO/PO Luigi Cotrufo (SOMALIA)

Il contingente 

Il Corno d'Africa è un'area geografica molto instabile nella quale l'Unione Europea e la NATO hanno spiegato forze militari per il contrasto degli illeciti, in particolare delle incursioni piratesche contro il naviglio mercantile. Le principali MSO (Maritime Security Ops) sono: OCEAN SHIELD (NATO) alla quale, secondo dati del Ministero della Difesa, l'Italia può contribuire su chiamata ed European Union Naval Force ATALANTA (EU NAVFOR), attiva dal 2008 (il cui termine è stato prorogato al 2018) che coinvolge anche la nostra Marina Militare, alla quale appartiente il vice comdanante della missione ammiraglio Giovanbattista Raimondi. All'attivo, nella repubblica africana, sono impegnati 90 soldati italiani, parte del contingente di 335 unità (Missione Atalanta) e delle 232 impegnate nel Corno d'Africa (dati documento pluriennale della Difesa, 2015-17). 

IRTC e MSCHOA 

Quello monitorato è tutt'altro che un piccolo tratto di mare: c'è lo Stretto di Bab el Mandeb (circa 5200 km2 di fronte a Gibuti) e c'è il Golfo di Aden (320 km di larghezza per 900 di lunghezza), quest'ultimo punto cruciale a causa delle incursioni di pirati e per via del contrabbando e del traffico di uomini, attività illegali che affondano le loro radici nella storia stessa di un'angolo del Globo lontano ma molto trafficato e per il quale transitano milioni di tonnellate di merci ogni anno.

Il pericolo di attacchi ha spinto le nazioni occidentali dapprima, ad un controllo navale dell'IRTC (International Recommended Transit Corridor) poi, dal 2008, al dispiegamento delle citate Ocean Shield e Atalanta.

Controlli... 

ma come si può coprire uno spazio così esteso? Con le navi militari, certo, ma anche con gli aerei e con una centrale operativa, Maritime Security Centre for Horn Of Africa (MSCHOA), vero cuore pulsante di EU Nav For. In Azioni di contrasto della pirateria: dal controllo dei mari a quello dei flussi finanziari (Atti del convegno tenutosi a Bari l'11 marzo 2013 presso la Scuola Sottufficiali della Marina Militare “Lorenzo Bezzi” a cura di Uricchio Antonio Felice) si legge che “[...]ogni mercantile che si accinge ad entrare nel Golfo di Aden o, proveniendo da Oriente, sta per attraversare l'Oceano Indiano, è invitato a registrarsi presso il centro, indicando i suoi dati essenziali, quali il carico, le predisposizioni di sicurezza, la massima velocità, il bordo libero (distanza tra il livello del mare ed il ponte stagno più alto, nda)[...]”.

Attività 

La presenza italiana in terra gibutina è, dunque, parte di un ingranaggio che vede la nostra Marina impegnata in mare con la fregata “Espero” e a terra con l'unità di controllo e con un'attività di coordinamento che coinvolge anche i locali, che ricevono supporto e addestramento per essere capaci, un domani, di muoversi con maggiore agilità contro il pericolo piratesco. Tuttavia, Ocean Shield ed Eu Nav For non sono le uniche forze in campo: Russia, Cina, Malesia e Corea del Sud lavorano, infatti, sotto il cappello di CMF (Combined Maritime Forces); a pattugliare, poi, ci sono unità di altre marine quali la US Navy e, a più a est, in prossimità delle coste iraniane, anche la Marina Militare della Repubblica Islamica dell'Iran.

Risultati 

Sono quasi 7 mila i militari italiani impegnati in operazioni estere, 21 in totale delle quali 10 targate UE, 3 targate ONU e 8 targate NATO. 

MSCHOA ed Eu-Nav-For sono, certamente, meno note al grande pubblico sia per la posizione geografica, sia perché i pericoli derivanti dalle azioni di pirati e terroristi sono percepite come “distanti” dagli italiani, forse più preoccupati per l'esodo migratorio che non per le razzie marittime nel Corno d'Africa. 

Eppure, i successi delle MSO ci sono e sono molto importanti. Infatti, se nel 2011 i pirati somali hanno catturato 736 ostaggi e attaccato 32 navi in un solo anno, già nel 2014 il numero degli ostaggi scende a 30 e nessun battello viene “conquistato” dai bucanieri di Aden. Certo, ciò non significa una cessazione degli illeciti: il naviglio, come sopra citato, continua a ricevere fastidi dai banditi, pur con minor probabilità di cadere nelle loro mani. 

Prima ancora di Eu-Nav-For e della Task Force 150, però, la Marina italiana è già stata impegnata in azioni di contrasto del fenomeno piratesco. Negli anni '90 del XIX Secolo, infatti, la Regia Marina schiera a Massaua la Divisione Navale del Mar Rosso le cui unità Etna, Dogali, Scilla, Etruria, Curtatone contrastano il contrabbando di armi. Altro episodio pre MSO dei pirati in Africa Orientale risale alla II Guerra Mondiale e coinvolge il Comandante Diavolo (Cummandar es Sciaitan), generale Amedeo Guillet ufficiale di cavalleria artefice di una leggendaria guerriglia a cavallo contro le forze britanniche nel Corno. Dopo la caduta di Massaua, si finge lavoratore yemenita per sfuggire all'intelligence di Londra; imbarcatosi su un sambuco di contrabbandieri per raggiungere le coste dello Yemen, è depredato e abbandonato nel deserto eritreo. 

Guerra o pace, dunque, la pericolosità delle acque del Mar Rosso e dell'Oceano Indiano è nota ai navigatori, ai guerriglieri, alle spie e ai soldati regolari e le diverse missioni di contrasto palesano quanto tempo ed energie siano necessari per garantire sufficiente sicurezza sicurezza a navi ed equipaggi e per combattere scorriere che non si limitano alla sola Somalia, all'Eritrea e a Gibuti, poiché abbordaggi ed incursioni sono diffusi anche lungo le coste asiatiche, dall'Iran alla Thailandia passando per India, Bangladesh e Birmania. 

@marco_petrelli 

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