L'autunno triste di Evo Morales chiude la stagione bolivariana

Con la complicità del Tribunale Costituzionale, il presidente boliviano ignora il risultato del referendum e va in cerca del quarto mandato. Ma ora i sondaggi lo danno in picchiata, di fronte a un’opposizione composta da vecchi compagni delusi e reazionari “vendepatria" 

Un adesivo con l'immagine di Evo Morales attaccata in una cabina di una funivia Mi Teleferico a Oruro, in Bolivia, l'8 febbraio 2018. REUTERS / David Mercado
Un adesivo con l'immagine di Evo Morales attaccata in una cabina di una funivia Mi Teleferico a Oruro, in Bolivia, l'8 febbraio 2018. REUTERS / David Mercado

Nel 2025 la Bolivia celebrerà il bicentenario dell’indipendenza dalla corona spagnola. Una data importante, che Evo Morales vuole festeggiare ancora alla guida del Paese. Obiettivo apparentemente impossibile ai sensi dell’art. 168 della nuova Costituzione boliviana, promulgata nel 2009, che impedisce al mandatario uscente di essere rieletto per due volte consecutive.

Pur essendo al potere dal 2006, il Tribunale costituzionale diede il via libera alla candidatura di Morales nel 2014, stabilendo che la prima investitura non fosse da considerare nel computo dei mandati presidenziali. Erano già due quelli accumulati fino ad allora, in quanto antecedente all’entrata in vigore dell’ultima Costituzione.

Lo stesso Tribunale ha però spianato nuovamente la strada alle ambizioni del presidente boliviano lo scorso novembre, stravolgendo l’interpretazione del precetto costituzionale in modo da permettere a Morales di ricandidarsi nel 2019, alla fine dell’attuale legislatura. L’Alta corte boliviana, su ricorso di incostituzionalità presentato dal Movimiento al Socialismo (Mas) di Morales, ha infatti sancito che ogni autorità pubblica, se rieletta, può continuare ad esercitare le proprie funzioni in base ai diritti politici contenuti nella Convenzione Americana dei Diritti Umani del 1969 - riconosciuta dalla Bolivia - ritenuti prevalenti rispetto ai limiti temporali imposti dalla Costituzione.

Una sentenza ad hoc che ha avuto l’immediato effetto di annullare il risultato del Referendum del febbraio 2016, avente come oggetto proprio la modifica del limite costituzionale di soli due mandati presidenziali consecutivi.

Il no alla rielezione si era infatti imposto col 51,3% dei voti, segnando la prima, cocente, sconfitta di Morales nel suo decennio di potere. In favore della modifica della Costituzione avevano votato soltanto le regioni dell’altopiano andino, tradizionale bacino di voti del presidente boliviano, che aveva assicurato di voler rispettare la volontà popolare. Una volta certificato il risultato negativo, l’Evo nazionale ha accusato però l’opposizione di aver montato una guerra sporca nei suoi confronti, parlando apertamente di Referendum falsato e promettendo battaglia.

Il Mas aveva impostato l’intera campagna elettorale referendaria sulla necessità di garantire la continuità del progetto politico di Morales, esaltandone i benefici economici e sociali apportati alla Bolivia, per prevenire il possibile ritorno al potere della destra “vendepatria”, erede dei regimi che avevano saccheggiato il Paese prima dell’avvento del primo presidente indio nella storia boliviana.

Il risultato del Referendum ha però rivelato come il fronte del no alla continuità di Morales sia assolutamente eterogeneo, composto anche da associazioni, sindacati ideologicamente vicini al Governo boliviano e, soprattutto, da vecchi compagni di lotta del presidente come gli ex ministri Cecilia Chacón e Félix Patzi, attuale governatore del dipartimento di La Paz. L’accusa mossa a Morales, decretandone la sconfitta al Referendum, è stata quella di voler instaurare un regime dai tratti dittatoriali, lontano parente del suo primo mandato presidenziale ed interessato soltanto ad assicurare la sopravvivenza del proprio circolo di potere.

Ad inquinare la figura del presidente boliviano negli ultimi anni, ha contribuito anche il gigantesco caso di corruzione del “Fondo Indigena”, relativo alla costruzione di 50 opere pubbliche fantasma, che ha visto coinvolti diversi esponenti del Mas, così come lo scandalo legato a Gabriela Zapata, ex compagna di Morales e direttore commerciale in Bolivia della Camc Engineering, una società cinese titolare di contratti milionari col Governo boliviano, ottenuti, secondo l’opinione pubblica, attraverso l’intercessione dello stesso presidente presso la Zapata.

La vittoria del no al Referendum del 2016 non deve quindi interpretarsi come un successo dell’opposizione, ridotta numericamente ai minimi termini ed ormai incentrata intorno a Samuel Doria Medina, ricco imprenditore del cemento a capo del Frente de Unidad Nacional, ripetutamente sconfitto da Morales alle urne. L’opposizione non è mai stata in grado di rappresentare una valida alternativa al governo del Mas nel corso degli ultimi anni, marchiata a fuoco dal ricordo dei disastri dell’epoca neo liberale, culminata con la Guerra del Gas nel 2003, ben impressi nella memoria dell’elettorato boliviano.

La decisione di non accettare il risultato del Referendum, culminata con la favorevole sentenza confezionata dal Tribunale costituzionale su ricorso degli uomini di Morales, ha però catapultato il presidente in un ginepraio di polemiche. Lo slogan NO es NOriecheggia ormai da alcuni mesi nelle strade di La Paz e delle principali città boliviane, mentre l’opposizione ha accusato apertamente Morales di rottura dell’ordine democratico con l’intenzione di convertire la Bolivia in una riedizione del Venezuela di Maduro. Anche sul fronte internazionale, in primis gli Usa e l’Organizzazione degli Stati Americani (Oea), si sono levate pesanti critiche all’operato del Tribunale Costituzionale, esortando Morales a rispettare la volontà popolare.

Il presidente boliviano, dal canto suo, ha rigettato le accuse di voler instaurare un regime dittatoriale, sottolineando che toccherà al popolo determinare la sua eventuale continuità al potere nelle elezioni presidenziali del 2019. Gli ultimi sondaggi certificano però un crollo nelle intenzioni di voto, attribuendo a Morales soltanto il 22% a fronte del 64% ottenuto alle urne nel 2014. Numeri che parlano chiaro, confermando che Morales è stato capace di raggruppare contro di se un fronte eterogeneo ma coeso nel non volerne il perpetuarsi alla guida della Bolivia.

Il decennio di governo masista ha lasciato un’impronta indelebile nel Paese, mutuando il modello economico chavista incentrato sulla nazionalizzazione delle risorse naturali per finanziare programmi sociali ed ottenendo anche il plauso del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) per i risultati ottenuti (Pil al 4,3% e riduzione della povertà al 38,5%). Ma il mancato rispetto del risultato referendario potrebbe costare carissimo a Morales alle prossime elezioni.

Le vicende del presidente boliviano hanno un inevitabile riflesso sulla geopolitica del continente sudamericano, dove la sinistra nata sotto l’ala protettrice ed ispiratrice di Hugo Chávez sembra ormai al passo d’addio, lasciando proprio Morales come ultimo esponente di quella stagione politica. Alla vittoria di Macri in Argentina, mentre Maduro tenta di resistere sul ponte di comando venezuelano, si è infatti aggiunta la recente sconfitta di Michelle Bachelet in Cile, che ha segnato il ritorno al potere di Piñera. L’Ecuador ha infine voltato definitivamente le spalle a Rafael Correa attraverso un recente Referendum, stabilendo che l’ex presidente non potrà ricandidarsi alle prossime elezioni.

@MarioMagaro

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