Bolivia: la coca della discordia

In Bolivia il braccio di ferro tra lotta alla cocaina e tradizione ancestrale produce risultati inattesi.

Photo credits www.un.org

Nell'altipiano boliviano la popolazione indigena mastica coca da prima degli inca. L'acullico , che vuol dire tenere le foglie di coca nella guancia, riduce la fame, toglie la stanchezza e aiuta a sopportare gli effetti dell'altitudine – La Paz  sta a 3.650 m sopra il livello del mare ed è la più alta  capitale  al mondo.

La foglia di coca ha un ruolo centrale nelle culture quechua e aymara ed è considerata sacra. Nelle offerte per ringraziare ogni 1° agosto  la Pachamama, la Madre Terra, per quello che dà, si includono le foglie di coca. I colonizzatori spagnoli  decisero di bandirla, ma la permisero nuovamente appena capirono che i nativi lavoravano di più, soprattutto nelle miniere, quando masticavano foglie di coca.

Dalle foglie di coca si estrae, però, anche l'alcaloide che serve per produrre la cocaina. La produzione di cocaina segue sempre "l'effetto palloncino": quando in un luogo, in questo caso la Colombia, la produzione si contrae, da un'altra parte aumenta. Negli ultimi 15 anni è toccato a Perù e Bolivia. secondo dati Onu, dal 2000, mentre in Colombia la coltivazione calava del 65% in Bolivia aumentava al doppio (32.000 ha).

Le stime su quanti ettari di piante di coca occorrano per il consumo delle foglie da parte della popolazione indigena sono contraddittorie, chi dice 12.000 ettari chi molto meno. In ogni caso, dato che la superficie coltivata era più del triplo, c'è voluto poco nell'ultimo decennio  perché dalla Colombia e non solo  scendessero nelle giungle boliviane i trafficanti e i loro tecnici  in grado di trasformare le foglie di coca in cocaina.

La tentazione   per molti cocaleros, i coltivatori di coca, è stata irresistibile e da lì a poco lungo le frontiere con Brasile, Argentina e  Perù si erano aperti numerosi corridoi per il commercio  dei cristalli, dell'alcaloide liquido o della pasta di coca.

In tutto il Sudamerica, nella lotta alla cocaina è onnipresente  la Dea, l'agenzia contro la droga statunitense. I suoi ufficiali hanno sempre incoraggiato i governi, anche con aiuti materiali, a distruggere le piantagioni facendole sradicare a  truppe di terra o con fumigazioni dall'aria.

In Bolivia, tuttavia, la pressione   della Dea si è scontrata con le molto compatte organizzazioni dei cocaleros, forti al punto da riuscire a mandare al governo uno di  loro nel 2005. Evo Morales, di origine aymara, il primo presidente nativo boliviano, per prima cosa, nel 2006, manovrò per far includere le foglie di coca nella Costituzione. Poi fece della resistenza agli Stati Uniti e al loro modo di combattere la droga  un suo cavallo di battaglia. Lo slogan era "Viva la coca, a morte gli yankee". Nel 2008, la Dea fu espulsa dal paese.

Inizialmente Morales avrebbe voluto fare  depenalizzare la coca anche in sedi internazionali, ma non riuscendoci si accontentò  – caso eccezionale  –  di ottenere l'esenzione al divieto di piantare coca per il consumo delle foglie nel territorio boliviano.

A metà agosto, il rappresentante della Bolivia dell'Unodc, l'organizzazione  Onu sulla droga, Antonino de Leo, ha fatto sapere in una conferenza stampa a La Paz che gli ettari coltivati in Bolivia si erano ridotti, rispetto al 2013, dell'11%, da 23.000 ha a 20.400. In ogni caso, si parla di un totale di 33,1  tonnellate, il 60% delle quali è stato venduto ne nei due mercati formali. Ora lo slogan è "Coca sì, cocaina no".

La riduzione è   un successo di Morales, che può vantarsi di averlo conseguito lavorando a stretto contatto con i sindacati dei cocaleros e soprattutto "di averlo fatto pacificamente e nel rispetto dei diritti umani", come ha detto de Leo. Per esempio, Morales ha sollecitato i coltivatori a non piantare coca nei parchi nazionali, per non scalfire l'immagine del paese all'estero.

Un importante meccanismo per il controllo  degli ettari coltivati è stato l'affidare il monitoraggio della superficie piantata non all'esercito ma agli stessi cocaleros della zona. Questo tipo di controllo è già operante nell'80% nella zona di Cochabamba.

In Bolivia, non a tutti bastano  questi successi. La deputata Norma Piérola, e con lei diversi altri sindacati, come quello dei macellai, continuano a sostenere che il cocaleros siano avvantaggiati, per esempio, non pagando le tasse. "Consumano risorse e vivono proprio bene. Basta andare a visitare [la regione de]  Chapare".

Del tutto pacifico lo sradicamento delle piante non è mai stato e non tutti i cocaleros sono convinti della bontà di passare a coltivare caffè. Nel tempo ci sono stati molti morti,  soprattutto in scontri con l'esercito.

Lontano dalla selva, anche ai piani alti si sono registrate delle vittime: un generale arrestato l'anno scorso a Panama mentre si preparava a spedire 150 chili di cocaina negli Stati Uniti. E non era un generale qualsiasi , ma il capo dell'agenzia antinarcotici del governo Morales. Stessa sorte è toccata a una sua ex fidanzata e alla sorella. Gli oppositori sostengono che l'alto profilo di questi arresti indichino  quantomeno un'ambivalenza del governo rispetto al narcotraffico.

Secondo le statistiche, il 93% delle foglie di coca prodotte nelle regioni dei Yungas vanno al mercato verificato a La Paz,  ma di quella prodotta nel Chapare solo il 10% è venduta per l'uso di masticazione e infusi.

Resta quindi  la domanda: che fine ha fatto l'altro 40% delle 33,1 t prodotte? La risposta sta nei laboratori clandestini nella giungla. Con la globalizzazione dei cartelli della cocaina, la produzione non poteva non estendersi anche alle Ande boliviane, dove la presenza di forze militari è scarsa. Ciò ha dato luogo a una sorta di gioco della talpa. Quando i militari ne distruggono uno, non tanto lontano ne sorge un altro. Distruggerli è facile perché sono piccole strutture e vasche di legno  all'interno delle quali due persone per volta pestano le foglie. Il liquidò raccolto poi sarà filtrato e decantato per produrre la pasta o i cristalli destinati al mercato internazionale.

Evo Morales, che ha ricevuto  Papa Bergoglio appendendole al collo una chuspa, la tasca che si utilizza per portare le foglie di coca,  ignora le critiche e si dice soddisfatto. Se si esclude la produzione illecita di  cocaina e la relativa corruzione, tutto sommato può esserlo. La Bolivia è uno dei pochi paesi che negli ultimi nove anni è cresciuto stabilmente di più del 5% annuo, riducendo  la povertà estrema dal 38,3%  della popolazione  al 17,8%. Molti lo chiamano il "miracolo boliviano".

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