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Se Bolton dalla Casa Bianca spinge Israele ad attaccare l'Iran

Il nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa caldeggia da tempo un intervento in Iran. La sua nomina è stata accolta bene dal governo israeliano. Ma per 4 ex capi dell’esercito la diplomazia rimane la via migliore. E l'accordo nucleare nel mirino di Trump e Netanyahu va salvato

Il presidente americano Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca. REUTERS/Kevin Lamarque
Il presidente americano Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca. REUTERS/Kevin Lamarque

«Ed è per questo che prima del 2019 festeggeremo a Teheran!».

Parigi, estate 2017. A galvanizzare la platea del Mujahedeen Khalq c’è John Bolton, l’uomo voluto da Donald Trump per ricoprire la carica di consigliere per la Sicurezza Nazionale a partire dal 9 aprile. Mesi fa, parlando a un congresso del gruppo di esiliati iraniani conosciuto come Mek, Bolton già prometteva un cambio di regime a Teheran.

D’altronde sono anni che John Bolton promuove l’idea dell’attacco preventivo contro la Corea del Nord o l’Iran. L’ex membro del dipartimento di Stato sotto George W. Bush, acceso sostenitore di quella campagna disastrosa conosciuta come la guerra in Iraq, è convinto da sempre che «Il comportamento e gli obiettivi del regime [iraniano] non cambieranno, e quindi l’unica soluzione è cambiare il regime stesso».

Bolton ha ricevuto applausi entusiasti da parte del Mek, un gruppo che è stato rimosso solo nel 2012 dalla lista delle organizzazioni considerate terroristiche dal Dipartimento di Stato Americano e che secondo l’analista iraniano-americana Holly Dagres è definibile come «Un culto totalitario di marxisti-islamisti alleati con Saddam durante la guerra tra Iraq e Iran» privo di supporto tra gli iraniani. Meno calda invece è stata la risposta dell’establishment militare israeliano.

Israele è il primo Paese dopo gli Stati Uniti a essere toccato dalla prospettiva di un attacco preventivo verso l’Iran, e molti a Gerusalemme e Tel Aviv hanno visto di buon occhio la scelta di Trump (ovviamente annunciata via Twitter).

Alcuni membri del governo israeliano hanno cinguettato la loro soddisfazione: il ministro dell’Istruzione Naftali Bennet ha fatto i suoi auguri a «Un esperto di sicurezza straordinario, diplomatico di lungo corso e sostenitore convinto di Israele»; la ministra della Giustizia Ayelet Saked ha sottolineato che «Il presidente Trump continua a nominare in posizioni di rilievo veri amici di Israele. John Bolton è uno dei più importanti». E anche per il viceministro per i rapporti Diplomatici Michael Oren la scelta di Bolton è un fattore positivo, perché indica che «Stanno finendo i giorni dell’accordo nucleare, che nella forma attuale è terribile».

Ma anche se l’ex ambasciatore all’Onu (Bolton ha rappresentato gli Usa tra il 2005 e il 2006) è considerato da molti un amico di Israele, pochi giorni dopo la sua nomina quattro ex capi dell’esercito israeliano hanno reiterato che la diplomazia resta la via migliore.

Trita Parsi, il leader del National Iranian American Council ha scritto su Twitter che “La nomina di Bolton è di fatto una dichiarazione di guerra con l’Iran. Con Pompeo [chiamato a guidare il dipartimento di Stato] e Bolton, Trump sta mettendo assieme un cabinetto di guerra”. E una guerra contro l’Iran non sembra essere nell’interesse di Israele, almeno secondo Shaul Mofaz, Dan Halutz, Moshe Ya’alon e Benny Gantz, i quattro ex capi dell’Esercito israeliano che durante una conferenza organizzata dal quotidiano Yediot Ahronot hanno affermato di essere contrari all’abolizione dell’accordo sul nucleare.

Durante il panel, Mofaz (che è nato a Teheran) ha raccontato che durante il mandato da ambasciatore di Washington presso le Nazioni Unite, Bolton «Ha provato a convincermi che Israele avrebbe dovuto attaccare l’Iran». Ma «questa non sarebbe una mossa saggia», ha proseguito Mofaz, «non solo da parte degli americani oggi, ma da parte di nessuno fino a quando questa minaccia non sarà diventata reale». E questo non significa che Israele resterà a guardare. Secondo Mofaz infatti «l’Iran rappresenta una minaccia significativa per la sicurezza di Israele. È già sui confini israeliani, in Siria e in Libano. Non possiamo assicurare il futuro dei bambini israeliani se l’Iran dovesse arrivare ad avere armi nucleari».

Ma la diplomazia e la tenuta dell’accordo firmato nel 2015 sembrano essere la strada migliore per gli ex gate-keepers israeliani intervenuti alla conferenza. E mentre il primo ministro Benyamin Netanyahu continua a ricordare che il testo dell’accordo deve essere modificato sostanzialmente oppure affossato, la cancelliera Angela Merkel fa sapere che il collasso dei rapporti con l’Iran potrebbe portare ad una guerra regionale. Barak Ravid, il corrispondente dell’emittente israeliana Channel 10, ha riportato che a fine gennaio, poco dopo l’annuncio del presidente Trump di voler ritirare gli Usa dall’accordo, Merkel e Netanyahu si sono confrontati sulla questione al vertice di Davos.

Secondo il racconto riportato da un funzionario della delegazione tedesca a Barak Ravid, la cancelliera avrebbe sottolineato che se l’America si sfilasse «Metterebbe noi [la Germania], gli inglesi e i francesi dalla stessa parte di Russia, Cina e Iran, mentre gli Stati Uniti e Israele sarebbero dall’altro lato. È questo quello che volete?». Sempre secondo la ricostruzione di Ravid, Angela Merkel avrebbe ascoltato le ragioni di Netanyahu, e dopo avergli chiesto qual è la sua alternativa avrebbe messo in chiaro che senza una soluzione diplomatica quella militare ritornerebbe in cima alla lista, con il rischio reale di un conflitto.

Il 12 maggio è la scadenza indicata da Donald Trump ai partner europei per stendere una nuova versione dell’accordo con l’Iran, e sono già stati fatti progressi sul rafforzamento delle ispezioni da parte delle Nazioni Unite a luoghi considerati siti nucleari sospetti. Per assicurarsi che Trump non abbandoni il tavolo, la triade Francia, Germania e Gran Bretagna ha proposto agli altri Stati europei una serie di nuove sanzioni, che però hanno provocato scetticismo tra le delegazioni di Italia, Spagna e Austria.

In realtà pare che sia i membri Ue che Netanyahu siano consapevoli che le chances di tenere gli Usa nel gruppo siano molto poche. Mercoledì l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Danny Danon ha parlato ai membri del consiglio di sicurezza dell’importanza di «correggere gli errori del passato», affermando che «Siamo arrivati a un bivio cruciale […]». Danon ha lanciato «un messaggio semplice per i membri permanenti di questo consiglio: non perdete questa opportunità […] Potete scegliere di collaborare con gli americani e sostenere i loro sforzi sinceri per rendere il Medio Oriente un posto più sicuro – o scegliere l’Iran e abilitare un regime pericoloso».

Sei organizzazioni ebraiche di stampo liberal – JStreet, Americans for Peace Now, Ameinu, T’ruah, il New Israel Fund e il National Council of Jewish Women - hanno espresso esattamente il timore opposto, affermando che proprio la nomina di Bolton, con “la sua ideologia bellicosa” potrebbe portare presto l’America “sul sentiero di un’altra guerra voluta e non necessaria”.

John Bolton d’altronde è l’autore di un editoriale pubblicato dal New York Times nel 2015 intitolato “Per fermare la bomba iraniana, bombardiamo l’Iran”. Nell’articolo in cui accusava Obama di “promuovere un Iran nucleare” Bolton ha anche spiegato la sua visione: «La verità sconveniente è che solo un’azione militare come l’attacco israeliano del 1981 contro il reattore Osirak di Saddam Hussein in Iraq, o la distruzione di un reattore siriano nel 2007, progettato e costruito dalla Corea del Nord, può portare a termine ciò che è necessario».

@federicasasso

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