Brasile, è arrivato l’anti-Bolsonaro?

Investito da Lula, Haddad deve recuperare un forte svantaggio. I sondaggi lo danno in crescita, così come il candidato di estrema destra Bolsonaro, che però faticherebbe al secondo turno. In mezzo, il polo moderato che non vuole restare fuori dal ballottaggio più importante della storia

Fernando Haddad durante la campagna elettorale. REUTERS/Rodolfo Buhrer
Fernando Haddad durante la campagna elettorale. REUTERS/Rodolfo Buhrer

È arrivato Fernando Haddad. Alla corsa per la presidenza del Brasile si aggiunge un protagonista finora rimasto nelle retrovie, ma con un potenziale di voto sufficiente per arrivare al secondo turno contro Jair Bolsonaro. Haddad, com’è noto, è stato indicato come il successore dell’ex presidente Lula, detenuto a Curitiba per una condanna a 12 anni per corruzione e riciclaggio. Per questioni giuridiche, e non politiche, si ripete dunque il canovaccio adottato con Dilma Rousseff: Lula indica un delfino/a, sperando che il suo elettorato lo digerisca in tempi brevi e lo voti.

Nel 2010 e nel 2014 ha funzionato, ma nel 2018 le difficoltà, dovute soprattutto agli scandali di corruzione che hanno travolto il Pt (Partido dos Trabalhadores), non assicurano ad Haddad un passaggio al secondo turno. I sondaggi indicano un trend di crescita per Bolsonaro e Haddad. Dopo l’agguato e l’operazione all’addome, il candidato di estrema destra, secondo l’ultima ricerca Datafolha, ha raggiunto il punto più alto della sua campagna: il 26% nelle intenzioni di voto. Dal 22 agosto, ha guadagnato 4 punti, ma è probabile che arrivi senza fiato al ballottaggio. Bolsonaro, infatti, è impopolare fra il 44% degli elettori brasiliani. A inizio settembre, il 43% dichiarava che non lo avrebbe mai votato. Su Bolsonaro, dunque, c’è una crescita al primo turno e una sostanziale stasi per il ballottaggio.

Il progressista Ciro Gomes (13%), l’ambientalista Marina Silva (8%) e il conservatore Geraldo Alckmin (9%) rappresentano il blocco dei moderati. Marina Silva e Ciro Gomes, entrambi già ministri nei governi Lula, stanno cercando di riposizionarsi politicamente dopo la nomina di Haddad per il Pt. Non è facile convincere l’elettorato del Pt a votare per qualcuno che non sia investito da Lula.

José Roberto de Toledo, editorialista della Rivista Piauì, ipotizza già un’uscita di scena di Marina Silva, in forte calo nei sondaggi (dal 16% all’8% in tre settimane). «Nel gioco delle sedie presidenziali, Marina è di troppo. Restano Bolsonaro e altri tre. È la proiezione della campagna elettorale. Ci potranno volere due giorni o due settimane». Per Marina si tratterebbe della seconda grande scottatura dopo quella del 2014, quando sembrava possibile una sua vittoria per la presidenza. Aveva raccolto l’eredità morale e politica di Eduardo Campos, morto in un incidente aereo, ma fu schiacciata dalla morsa Rousseff (Pt)-Neves (Psdb).

È in questo scenario che bisogna leggere la crescita di Fernando Haddad. Alckmin e Gomes hanno capito che a questo punto è più logico attaccare lui che Bolsonaro. Meno di un mese fa, solo il 4% avrebbe votato per Haddad. Adesso, il sondaggio Datafolha rivela che il 13% lo sceglierebbe per il Planalto. Nel ballottaggio contro Bolsonaro è dietro di un punto: 40%-41%, anche se tecnicamente si tratta di pareggio a causa del margine di errore (+-2%).

Haddad è in crescita soprattutto fra le fasce meno abbienti, a prescindere dalle regioni. La retorica elettorale vuole che la sinistra vinca solo con i voti del nord-est, la regione con meno risorse economiche. È vero solo in parte. Il Pt - che sia Lula, Dilma o Haddad - ottiene voti da chi guadagna un salario minimo (circa 200 euro). E questo accade anche nel sud-est che fa da traino a Bolsonaro. In una settimana, in questo segmento di elettori, Haddad è passato dal 4% al 10%. È invece sceso dall’11% al 6% fra coloro che guadagnano almeno 5 salari minimi.

Ma chi è Fernando Haddad? È sicuramente l’uomo più adatto per il Pt in questo momento. È fedele alla linea di Lula, ha una sua identità politica, ma, allo stesso tempo, è pronto a bruciarsi in un’elezione incerta. È stato professore universitario di scienze politiche, diventando poi ministro dell’Istruzione dal 2005 al 2012. Nello stesso anno, Lula, premiando il suo lavoro, lo ha lanciato come sindaco di San Paolo. Nella capitale paulista, ha mostrato il suo lato radicale, sfidando la cittadinanza su temi di mobilità sostenibile. In un agglomerato urbano che può arrivare a 18 milioni di abitanti, ha ridotto lo spazio per le macchine, aumentato le corsie per gli autobus e costruito piste ciclabili. Ha chiuso l’Avenida Paulista, l’arteria simbolo della città, inventando le domeniche a piedi.

Nel 2016, la risposta degli elettori è stata impietosa: solo il 16% dei voti, mentre l’avversario João Doria è stato eletto al primo turno con il 53%. Il suo claim elettorale è «Haddad è Lula», con una sovrapposizione scontata che però potrebbe fruttargli molti voti. I sondaggi dicono che il travaso è possibile. Inoltre, secondo Ibope, il petista è il meno impopolare fra gli elettori indecisi. Oltre a “vendersi” come il figlio di Lula, Haddad dovrà guardarsi dagli attacchi incrociati dei moderati. Una doppia partita per non far restare il Pt fuori dal ballottaggio per la prima volta dopo 29 anni.

@AlfredoSpalla

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