Brasile: fra la sinistra che grida al golpe di Michel Temer

Si grida al golpe. Nel gelo dell’Avenida Paulista risuona una parola dal sapore antico ma terrorizzante per tutta l’America Latina. «Non ci hanno lasciato governare. È una ripetizione ciclica nella storia del Brasile: ogni volta che un governo incentiva la ridistribuzione del reddito arriva un colpo di Stato mascherato».

Fernando, professore di Fisica di 61 anni, non va per il sottile. È sceso in strada per la prima grande manifestazione contro Michel Temer, il presidente ad interim sostenuto dal partito centrista del PMDB e dal centro-destra del PSDB. Dilma Rousseff, eletta nel 2014 come candidata del Partido dos Trabalhadores (sinistra), è momentaneamente fuori causa per il processo d’impeachment approvato da Camera e Senato.

L’evento di São Paulo, così come quello delle altre città brasiliane ed estere, è stato pensato per sostenere la Presidente. Ma non solo. È anche un banco di prova per Lula, l’anima della sinistra che vorrebbe correre alle future presidenziali. Sale sul palco allestito di fronte al Museo Masp e minaccia: «Più mi provocano e più corrono il rischio che sia candidato alle prossime elezioni». La retorica è quella di sempre così come l’appoggio dei militanti. Almeno in apparenza. «Lo voterei domani», spiega Luiz Fernando, artista di 45 anni. «Il PT dovrebbe fare autocritica? Concordo! È stata portata avanti sempre la stessa politica, con grandi errori dal punto di vista comunicativo. Tanti elettori non hanno compreso le decisioni del governo. Lula però è l’unico a interessarsi della gente più povera. È stato lui a fare qualcosa per queste persone, non altri», conferma l’attivista dopo aver bruciato l’immagine di Gilmar Mendes, ministro della Corte Suprema e del Tribunale Superiore Elettorale.

Ma non tutti la pensano come Luiz Fernando. Soprattutto Rodrigo Janot, il Procuratore Generale della Repubblica che negli ultimi giorni è tornato a chiedere alla Corte Suprema che Lula sia giudicato da Sergio Moro, il magistrato autore della mega operazione anti-corruzione Lava-Jato, più volte rinominata come la «mani pulite brasiliana». L’ex-presidente potrebbe perdere il foro privilegiato, essendo accusato di aver ricevuto favori da imprese costruttrici coinvolte nell’indagine di Curitiba. Nei mesi passati l’Avenida Paulista, cuore finanziario del Paese, era stata il punto di ritrovo dei manifestanti pro-impeachment. Ora le bandiere verde-oro dell’opposizione lasciano spazio a quelle rosse dei sindacati. La megalopoli di destra riscopre il richiamo dell’ABC Paulista, la regione metropolitana culla di tante rivendicazioni sindacali e della sinistra brasiliana.

E cosa pensa la sinistra di Sergio Moro, il giudice idolatrato dall’opposizione? «Non mi convince. Ci sono membri del PMDB e del PSDB coinvolti nettamente in questo scandalo di corruzione, ma lui pensa solo a dare visibilità negativa al PT. E la stampa lo segue a ruota», si sfoga Sara, studentessa di 27 anni. Partecipa alla manifestazione insieme all’amico Felipe, receptionist di 24 anni: «Non possiamo restare a casa solo postando il nostro dissenso su Facebook; bisogna esserci. Qui è in atto un golpe, ci stanno togliendo i nostri diritti fondamentali. La classe medio-alta non si preoccupa di coloro che vivono una situazione di povertà, ma si tratta della maggioranza del Paese. Non ce lo possiamo dimenticare!».

C’è un punto, però, che sembra mettere d’accordo la maggior parte dei militanti: Dilma Rousseff non sarà in grado di riprendere in mano il governo. Anche se l’impeachment dovesse cadere nella prossima fase, le elezioni sarebbero la strada più sensata. Adesso serve dialogo e maggiore governabilità. Manoel, 21 anni, fa parte di un gruppo che si chiama Religiosas/os pela Democracia! #NãoVaiTerGolpe (Religiose/osi per la democrazia! #NonCiSaràUnGolpe). Vuole dimostrare che la religione, quantomeno in Brasile, non può essere assimilata alle forze conservatrici. «Non possiamo lasciare che la religione sia utilizzata come strumento elettorale. Siamo qui per dire che anche protestanti, cattolici, induisti e spiritisti sono in favore dello Stato democratico. Allontanare Dilma è stato un colpo di stato», recrimina, sapendo che la  famosa bancada evangelica (l’ala protestante) di Eduardo Cunha è stata fondamentale nella mancanza di governabilità. Un punto sul quale concordano anche Sara e Felipe: «Sì, l’errore del governo Rousseff è stato allearsi con forze centriste che nulla hanno a che vedere con la sinistra. Servirebbe una riforma politica prima d’indire nuove elezioni».

Lula non partecipa al coro del «Fuori Temer» e tantomeno estremizza la sua posizione, ma lancia l’amo al “suo popolo”: «Ho 70 anni, ma sto meglio di quando ne avevo 50 e con la vitalità dei 30». Come a dire che non esistono solo limiti fisici per tornare a Brasilia. I 100.000 presenti, secondo i dati degli organizzatori, accolgono la notizia con sollievo. Sono disposti a ripartire da Lula. È la loro via d’uscita. Nonostante le accuse, gli scandali e le cadute. Silenziosamente resistono alla voglia di abbandonare quest’amante infedele, forse l’ultimo baluardo della decadente sinistra sudamericana. 

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@AlfredoSpalla

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