In Brasile la lobby del proiettile moltiplica morti e profitti

Dal 2015 al 2016, la produzione di armi leggere è aumentata del 66%, mentre le autorizzazioni per il possesso di armi salgono del 19%. Il 70% dei morti brasiliani è vittima di armi da fuoco, ma la politica non vede una correlazione diretta fra l’aumento delle vendite e degli omicidi. E lavora a una nuova legge più permissiva.

Un membro diciassettenne di una drug gang brasiliana in posa con una pistola e il medaglione di San Giorgio, in una baraccopoli a Salvador, Stato di Bahia
Un membro diciassettenne di una drug gang brasiliana in posa con una pistola e il medaglione di San Giorgio, in una baraccopoli a Salvador, Stato di Bahia

La violenza armata non può essere trattata solo come il prodotto di una società disagiata, ma dev’essere inserita in un contesto più ampio, nel quale sia possibile valutare con obiettività i vantaggi di chi si arricchisce e si elegge grazie alla vendita di armi da fuoco. Ecco perché la nostra inchiesta, partita dalle favelas, si sposta oggi fra i banchi del Congresso di Brasilia, alla ricerca di risposte fra le attività della celeberrima «Bancada da Bala» («la lobby del proiettile», ndr).

Nel parlamento brasiliano, come in tanti altri, esistono degli storici gruppi d’interesse che lottano per l’approvazione di progetti in loro favore. Ci sono i “palazzinari”, gli “evangelici”, i “grandi agricoltori” e perfino i deputati della “bola”, ossia quelli che si muovono nella zona d’ombra del calcio. La passione nazionale. Basta cambiare una vocale, invece, per passare alla “bala”. La pallottola. Nella Camera dei Deputati, può contare su 35 rappresentanti. Molti di questi compongono più di una lobby allo stesso tempo: 14 sono anche fra i “palazzinari”, 18 fra “i grandi agricoltori” e altri 15 fra i “protestanti evangelici”, come rivelato da uno studio inedito dell’agenzia Publica. La «Bancada da Bala» fa i propri interessi sia a livello nazionale che internazionale, senza dimenticare che il Brasile è il terzo esportatore mondiale di armi leggere dopo Stati Uniti e Italia, come si legge nel rapporto 2017 di Small Arms Survey, centro studi internazionale sulla violenza armata.

Nella società brasiliana esiste un complicato dibattito sulla possibilità di correlare direttamente l’aumento della vendita di armi con l’aumento degli omicidi. Sociologi, analisti e politici sostengono posizioni differenti. Il buon senso ci dice che meno armi circolano e meno avremo episodi di violenza armata, ma per molti non è possibile stabilire una relazione diretta. Esistono, però, dei numeri che forniscono una radiografia esatta della crescita nella produzione di armi in Brasile. Secondo i dati della Imbel (Indústria de Material Bélico no Brasil), dal 2015 al 2016 c’è stato un aumento del 66% nel settore. Nel 2015, sono state prodotte 10.749 armi, mentre l’anno successivo il numero è salito a 17.931. Le più richieste sono le pistole più piccole ed economiche.

Nello stesso periodo, il numero di autorizzazioni per il possesso di armi è cresciuto del 19% secondo le stime della Polícia Federal. Si è passati da 1.378 permessi a 1.641. La regione dove sono state concesse più autorizzazioni è il Rio Grande do Sul, famosa per l’immigrazione italiana e la cultura gaucha. In un anno, i permessi sono cresciuti del 15% e gli omicidi del 7%.

Secondo l’associazione «Menos Armas, mais Vida» (Meno armi, più vita), in «Brasile vengono assassinate circa 50.000 persone tutti gli anni, il 70% per colpa di armi da fuoco», mentre la «media mondiale di morti per armi da fuoco è del 42%, secondo l’Onu». Se però la società civile si batte per un controllo più serrato sulla vendita di armi da fuoco, la politica si muove in direzione contraria. Il Congresso, infatti, lavora affinché venga revocato l’«Estatuto do Desarmamento» e venga approvato il progetto di legge 3722/12. L’«Estatuto», approvato dopo una lunga discussione, pone dei limiti precisi ai possessori di armi: restrizioni sulla vendita di munizioni, obbligo di rinnovo ogni 3 anni ed età minima di 25 anni.

Secondo «Menos Armas, mais Vida», l’Estatuto avrebbe salvato almeno 160.000 vite dal momento dell’approvazione. La nuova proposta, sostenuta dalla bancada da Bala, parte dal presupposto ideologico che ogni cittadino brasiliano debba avere pieno diritto alla sicurezza pubblica. Un’ammissione di colpevolezza dello Stato che delega ai civili un compito teoricamente riservato alle forze dell’ordine. Sarà possibile avere il porto d’armi senza particolari restrizioni, mentre ogni persona potrà comprare 600 munizioni all’anno anziché 50 e possedere fino a 6 armi da fuoco, senza doverne provare la reale necessità alla polizia federale.

Alle elezioni politiche del 2014, i fabbricanti di armi da fuoco hanno finanziato i deputati con 1,73 milioni di reais (456.000 euro circa), come riporta uno studio dell’Ong Instituto da Paz. La commissione speciale che oggi si occupa di liberalizzare il porto d’armi è stata in gran parte finanziata dall’industria del settore. Su 24 deputati della commissione, 10 hanno ricevuto contributi elettorali dai produttori d’armi. Il 40% di loro potrebbe quindi essere influenzato dai propri finanziatori. Anche in questo caso, però, non è possibile stabilire una correlazione diretta fra i finanziamenti elettorali e i progetti di legge favorevoli alla vendita di armi. Ma esiste il buon senso.

Questo articolo è la terza puntata di un’inchiesta in quattro parti di Alfredo Spalla dedicata alle guerre che si combattono nelle favelas brasiliane. Per leggere la prima parte clicca qui.

@AlfredoSpalla

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