Brasile: il gigante sudamericano è malato

C'era una volta la B dei cosiddetti Brics e una stella tra i paesi emergenti. In quindici anni, la sua ricchezza era cresciuta di sei volte facendo diventare il Brasile la settima economia del mondo dopo la Francia e prima dell'Italia. Grazie a un sostenuto boom delle esportazioni e a un afflusso record di capitali, l'economia più forte del Sudamerica addirittura prestava denaro al resto del mondo. Esportando soia e zucchero – primo esportatore al mondo – e, soprattutto, petrolio, era riuscito ad accumulare riserve 10 volte superiori a quelle che aveva nel 2003 quando Luiz Inácio da Silva, Lula, salì al potere come presidente. Dai suoi porti partivano anche ferro, caffè, polpa di legno, pollame e motori per aerei, aerei, elicotteri e navicelle spaziali.

Brasilia, Brazil - Brazil's President Dilma Rousseff is seen after a ceremony to present the Young Scientist Award at the Planalto Palace in Brasilia, Brazil, September 15, 2015. REUTERS/Ueslei Marcelino

Ora cittadini, stampa e osservatori internazionali e da ultimo anche le agenzie di rating sono tutti concordi che la macchina si è inceppata. La disoccupazione è salita all'8,3% (del 56% in 12 mesi), l'inflazione è arrivata al 9,5 percento, il Pil, che nel 2010 cresceva del 7,5%, ora registra un magro più 1%.

All'inizio di settembre è arrivato il colpo di grazia: il declassamento da parte dell'agenzia Standard & Poor’s delle obbligazioni dello Stato a titoli spazzatura, ossia, buoni solo per gli speculatori. Solo qualche ora prima, il ministro dell'Economia, Joaquim Levy (scuola liberale di Chicago), aveva detto a IstoÉDinheiro che se il Paese avesse perso il merito di credito di valido investimento, il Brasile "si sarebbe ridotto a raccogliere i cocci e [la ripresa] sarebbe stata molto più difficile".

Il downgrade è arrivato proprio mentre Marco Aurelio García, il consulente per la politica estera della presidente Dilma Rousseff, si trovava a Washington per difendere la solvibilità e l'affidabilità del Paese nonostante la più grave recessione degli ultimi 15 anni e pesanti scandali di corruzione.

Dietro la crisi del gigante lusofono c'è anche un perverso allineamento dei pianeti su parte dell'economia mondiale. Innanzitutto, in poco più di 12 mesi il prezzo del petrolio è crollato del 59%, da 115 dollari al barile a 40, con l'affievolirsi della domanda e l'aumento dell'offerta. Anche la domanda delle altre materie prime dell'export brasiliano è crollata, in parte per la debolezza della Cina, che ha anche messo fine alla politica di investimenti ad oltranza.

L'altro principale partner commerciale, gli Usa, cambiando politica monetaria ha portato a un rafforzamento del dollaro rendendo più care le importazioni e, soprattutto, i dollari necessari per finanziare gli investimenti e le riserve. Tutto ciò ha fatto emergere alcune fondamentali fragilità dell'economia brasiliana innescando una fuga dei capitali e quindi al crollo della valuta, il real, che in 12 mesi ha perso il 38% del suo valore rispetto al dollaro.

"Il problema del Brasile oggi, del governo e dei partiti che lo appoggiano ma anche dell'opposizione", ha detto con candore in un'intervista a El País García "è che non si sa dove si va". Oltre ad avere "commesso degli errori", il Partito dei lavoratori al governo non avrebbe saputo valorizzare le riforme realizzate negli ultimi anni. "Per Lula era stato più semplice perché con il suo percorso da operaio a presidente era il perfetto simbolo del Brasile che emergeva con forza facendo uscire dalla povertà 42 milioni di persone".

La crisi ora è tanto più difficile da risolvere quanto è anche profondamente politica e morale. Una delle frasi che più si sente dire ai brasiliani, come mi dice Joaquim Monteiro, è che "il paese e il governo sono in stallo": 39 ministeri e un'infinità di partiti tutti inefficienti. Il livello di gradimento della presidente pupilla di Lula è sceso sotto il 10%, mentre lasciando il potere nel 2010 quello di Lula era dell'80%.

Per introdurre ora le misure di austerità che in campagna elettorale, a inizio 2014, Rousseff aveva scartato come "neoliberali", il loro partito, il Pt, non conta sull'appoggio né del Salão Verde della Camera dei deputati, né del Salão Negro del Senato e neppure su quello del suo finora alleato di coalizione, il Pmdb.

Più che altro, tuttavia, i cittadini si sentono traditi da politici nei quali avevano riposto molte speranze e che potrebbero rivelarsi corrotti. Il peggiore scandalo è quello del colosso petrolifero pubblica per il 51%, Petrobras. Secondo un insider, le mazzette nel tempo potrebbero avere raggiunto i 3 miliardi di dollari. La lista consegnata dalla Procura alla Corte Suprema include un ex presidente della nazione e gli attuali presidente della Camera e del Senato.

Il pugno allo stomaco ai cittadini sono stati, tuttavia, l'accusa a Lula di concussione a favore della più grande azienda di costruzione brasiliana, Odebrecht, e il fatto che, proprio nei sette anni sotto indagine, a capo della Petrobras ci fosse l'attuale presidente.

Rousseff nega un coinvolgimento, ma molti del paese vogliono il suo impeachment, come si è sentito nelle tre massicce manifestazioni, le più grandi dai tempi della dittatura militare trent'anni fa, l'ultima di metà agosto. Fino a 1 milione di persone ha urlato nelle piazze dei 25 Stati "Via Dilma!", "Via il Pt!", "Lula e i suoi 40 ladroni" e "Ridateci il Brasile". Convocati dai social media più che dall'opposizione, hanno precisato chiaramente il loro collocamento politico, oltre che con i colori nazionali il giallo e il verde: "Non siamo l'élite, non siamo di destra: siamo il Brasile".

Un impeachment "di Dilma" manderebbe al governo il vicepresidente, mi spiegano dei brasiliani all'università, come tanti altri preoccupati e informati. "Sarebbe meglio una incriminazione che permettesse di affidare l'esecutivo a una figura meno coinvolta". L'impeachment offuscherebbe inoltre ancora di più l'immagine internazionale del Brasile.

Nessuno azzarda previsioni sulla fine naturale del mandato di Dilma Rousseff nel 2018 e, mi dice Monteiro, "il Brasile trova sempre un jeito, un modo di risolvere le cose". E forse è vero perché martedì 15 settembre sono arrivate le misure per fermare l'emorragia: 17 miliardi di tagli alla spesa (non lineari) e l'eliminazione di 10 ministeri. Basteranno?

La tensione è palpabile nella trentenne democrazia sudamericana sulla quale tra meno di un anno si punteranno tutti i riflettori quando ospiterà i Jogos Olímpicos Rio 2016.

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

banner fest sidebarbanner fest unicredit

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA
GUALA