Crisi d'insicurezza, Rio de Janeiro ora è in mano all'esercito

Per gestire l’ennesima crisi della sicurezza a Rio, il presidente Temer firma un decreto federale inedito e affida l’ordine pubblico a un super-colonnello dotato di ampi poteri. Una misura dettata da calcoli politici, che ancora una volta non affronta le cause della violenza carioca 

Membri delle forze armate pattugliano lo slum di Kelson durante un'operazione contro la criminalità a Rio de Janeiro, in Brasile, il 20 febbraio 2018. REUTERS / Pilar Olivares
Membri delle forze armate pattugliano lo slum di Kelson durante un'operazione contro la criminalità a Rio de Janeiro, in Brasile, il 20 febbraio 2018. REUTERS / Pilar Olivares

L’ordine pubblico gestito a livello federale e non statale. Questa è la scommessa di Michel Temer, attuale presidente della Repubblica, per risolvere il problema della sicurezza nello Stato di Rio de Janeiro. Temer - con il sostegno di Camera (340 voti favorevoli, 72 contrari) e Senato (55 favorevoli, 13 contrari e 1 astenuto) - ha stabilito che l’ordine pubblico sarà gestito in toto dalle forze armate, attuando un decreto inedito nella storia repubblicana del Brasile. La misura prevede che il colonnello Walter Souza Braga Netto si faccia carico di tutto il pacchetto sicurezza: polizia civile, polizia militare, vigili del fuoco e sistema carcerario.

Per riportare la calma, dunque, l’esercito subentrerà al governatore Luiz Fernando Pezão e avrà un filo diretto con il Presidente della Repubblica. Non è la prima volta che Brasilia decide di inviare militari nello Stato di Rio - è già successo 12 volte dal 2008 - ma in quest’occasione il colonnello avrà ampi poteri e funzioni finora inedite, come la gestione delle risorse finanziarie e la pianificazione strategica a lungo termine, seppure il decreto abbia durata fino al 31 dicembre 2018. Il super-colonnello, volendo, potrà ricorrere a perquisizioni e fermi collettivi nelle favelas, o in altri luoghi della città. Una misura giudicata "illegale" e "discriminatoria" dalla Procura generale della repubblica. Infatti, perquisire intere vie delle favelas, solo per il fatto di essere delle favelas, potrebbe indicare un pregiudizio di colpevolezza nei confronti delle persone con un reddito più basso rispetto alla media.

Rio de Janeiro non è lo stato più violento del Brasile ma è sicuramente quello in cui la violenza ha un maggior impatto mediatico. Secondo i dati della Onlus Forum Brasileiro Segurança Publica, che costruisce le sue statistiche a partire da fonti ufficiali integrate, nel 2016 nello Stato di Rio ci sono state 6262 morti violente intenzionali, 38 ogni 100.000 abitanti. Un anno prima erano state 5010, nel 2014 invece 5719. In Italia, nel 2016, secondo l’elaborazione del ministero dell’Interno sui dati del dipartimento di pubblica sicurezza, si sono registrati 400 omicidi volontari. Non è un dato paragonabile, anche perché la popolazione di Rio non supera i 16 milioni di abitanti, ma serve per rendere l’idea del fenomeno.

Da cosa è determinata la violenza carioca? Il quadro macro ci dice che il crimine organizzato fa breccia nelle fasce più povere della popolazione, creando un sistema avverso a quello statale in alcune favelas. Le fazioni più influenti sono: l’Ada (Amigos dos Amigos - gli amici degli amici); il Cv (Comando Vermelho - il Commando Rosso) e il Pcc (Primeiro Comando da Capital - il Primo commando della Capitale), anche se quest’ultimo è originario di San Paolo.

Il Pcc è indubbiamente la fazione più potente del Brasile e del Sudamerica - un’organizzazione in stadio pre-mafioso, come l’aveva definita Lincoln Gakiya, segretario del Gaeco (gruppo speciale per la lotta al crimine organizzato) in un’intervista a eastwest.eu. Il Comando vermelho è la più storica e radicata sul territorio, mentre l’Ada è stata recentemente coinvolta in una guerra per il controllo della Rocinha, proprio la favela che tanti turisti sceglievano come meta per i loro controversi favela-tour.

La violenza di Rio, però, non può essere riconducibile solo al crimine organizzato, sebbene questo ne sia il principale responsabile. Al disagio contribuiscono un’incerta politica sull’uso degli stupefacenti, una diffusa corruzione negli agenti di polizia, le condizioni precarie in cui operano le forze dell’ordine e le milizie create da poliziotti che operano nel crimine a tutto tondo. C’è poi un problema di politiche sociali per un accesso equo all’istruzione e al mercato del lavoro. Le Upp, le unità di polizia pacificatrice, sono state l’unico tentativo di costruire una politica a lungo termine sul tema della sicurezza, ma hanno fallito. Era previsto che all’occupazione delle forze dell’ordine avrebbe fatto seguito l’arrivo dei servizi (fognature, scuole, infrastrutture) ma l’ultimo passo non è mai stato compiuto per mancanza di fondi e per la scarsa volontà politica.

Allora perché Temer ha deciso di intervenire, proprio in questo momento, con una misura così drastica? L’opposizione denuncia un fine politico. Il decreto d’intervento federale di Temer impedisce che si possa compiere qualsiasi modifica alla Costituzione, cosa che il Parlamento avrebbe dovuto fare se avesse mandato in porto la riforma delle pensioni.

Il progetto del governo Temer è piuttosto complicato e comporterebbe una modifica alla Costituzione,  perché riformerebbe, tra le altre cose, le pensioni dei dipendenti pubblici e toccherebbe fino a sette articoli della carta fondamentale. Nessuna modifica alla costituzione,  però, può essere effettuata "nel corso di un intervento federale, in stato di difesa o in stato di assedio". La logica è che in tali momenti - considerati emergenziali per il Paese - non si debba toccare l'ordine costituzionale.

Questa è la prima volta, dall'entrata in vigore dell'attuale Costituzione, che viene decretato l'intervento federale in uno Stato ed è quindi una situazione nuova anche per i giuristi brasiliani. Temer, da fine costituzionalista, sapendo di non avere i numeri per approvare la riforma al Congresso, avrebbe deciso di giocarsi la carta dell'intervento federale per congelare la situazione previdenziale. Nel frattempo, l’esecutivo potrebbe tessere una nuova maggioranza per la riforma delle pensioni. Raul Jungmann, ministro della Difesa, l’ha detto chiaramente: «Quando arriverà il momento di votare la riforma, il presidente Temer sospenderà l’intervento federale, decretando la Glo (Garantia da Lei e da Ordem)», la stessa misura che è stata usata 12 volte dal 2008 a oggi.

Perché, dunque, non mettere nuovamente in pratica la Glo anziché ricorrere a un decreto inedito nella storia della Repubblica? Il fallimento della lotta al crimine è innanzitutto il fallimento dI un’equa distribuzione delle risorse da parte della politica. Gli ultimi tre governatori dello Stato di Rio - Garotinho (2011-2015); la moglie Rosinha Garotinho (2003-2007) e Sergio Cabral (2007-2014) - sono in carcere per crimini legati alla corruzione e all’uso illecito di fondi pubblici. Cabral sconta una pena di 72 anni. L’attuale governatore Luiz Fernando Pezão è ugualmente coinvolto ma sta ricorrendo al tribunale elettorale contro la decadenza del mandato in corso. Questo mentre il complesso di favelas della Maré, una delle zone con minor indice di sviluppo umano del territorio, ha ricevuto negli ultimi 6 anni solo 303 milioni di reais (75 mln euro) per progetti sociali. L’occupazione militare pacificatrice, durata 15 mesi, è costata ben 599,6 milioni (149 mln di euro). Quasi il doppio. L’amministrazione è rivedibile dal punto di vista politico ma permane il dubbio che l’intervento militare - in quanto decreto a carattere emergenziale - non possa essere la soluzione a tutti i problemi.

@AlfredoSpalla

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