La coltellata a Bolsonaro nel Brasile ostaggio della propria violenza

L’aggressione al candidato di estrema destra alimenta l’odio. «Fuciliamo tutti quelli di sinistra», aveva detto in settimana Bolsonaro. «Chi semina odio raccoglie tempesta», risponde Dilma Rousseff. E nel Brasile che batte il record mondiale di omicidi, tra un mese si vota

La polizia federale pattuglia l’ospedale di Santa Casa dove il candidato presidenziale Jair Bolsonaro è stato ricoverato in ospedale dopo essere stato pugnalato a Juiz de Fora, in Brasile, il 6 settembre 2018. REUTERS / Ricardo Moraes
La polizia federale pattuglia l’ospedale di Santa Casa dove il candidato presidenziale Jair Bolsonaro è stato ricoverato in ospedale dopo essere stato pugnalato a Juiz de Fora, in Brasile, il 6 settembre 2018. REUTERS / Ricardo Moraes

Una coltellata, spari contro un autobus, contro un accampamento e un duplice omicidio. In piena campagna elettorale, violenza e politica tornano a intrecciarsi nell’attualità brasiliana. A un mese esatto dal primo turno delle elezioni per la presidenza della Repubblica, Jair Bolsonaro, il candidato estremista in testa ai sondaggi con il 22% delle preferenze - sondaggio Ibope, 1-3 settembre -, è stato accoltellato nel corso di una manifestazione. I

l leader del Partito social-liberale, come spesso gli accade negli eventi, era portato in spalla dai simpatizzanti di Juiz de Fora, città di Minas Gerais, quando un sospetto si è avvicinato sferrandogli una coltellata all’addome. Bolsonaro, secondo le testimonianze dei figli, ha perso molto sangue, riportando lesioni all’intestino e al polmone. In un primo momento era sembrata una ferita superficiale ma con il passare delle ore è cresciuta l’apprensione. La polizia federale ha comunicato di aver fermato un sospetto. Dai video diffusi sui social, è possibile ricostruire la vicenda con un sufficiente livello di chiarezza. L’aggressore è stato placcato dai manifestanti pro-Bolsonaro, mentre il candidato è stato trasportato in ospedale dove si è sottoposto a un intervento. Le condizioni sarebbero stabili.

La coltellata a Bolsonaro apre una nuova fase della campagna elettorale, ancora più violenta nei termini e più incontrollata nella diffusione delle fake news. Una delle tante è che l’aggressore, Adelio Bispo de Oliveira, fosse affiliato al Partido dos Trablahdores di Lula. Dal 2007 al 2014 è stato invece membro di un altro partito di sinistra, il Psol (Partito Socialismo e Libertà).

L’episodio occorso a Minas fa seguito a due precedenti altrettanto gravi. A fine marzo, un autobus dello staff elettorale di Lula, ormai in carcere condannato a 12 anni per corruzione e riciclaggio, è stato oggetto di spari da una distanza di circa 20 metri mentre attraversava la provincia del Paranà. Un mese dopo, invece, i simpatizzanti di Lula, accampati fuori dalla sede della polizia dove è detenuto, sono stati aggrediti con colpi di arma da fuoco. Due feriti, di cui uno grave con ferite alla gole.

Il tutto si era aperto ancor prima, con l’agguato a Marielle Franco, la consigliera comunale di Rio de Janeiro che si batteva per i diritti degli ultimi, delle minoranze e della comunità Lgbt. Per un beffardo circolo che si chiude, l’aggressore di Jair Bolsonaro è stato affiliato al Psol, lo stesso partito di Marielle Franco. Dopo la morte dell’attivista, che aveva risvegliato coscienze sopite, il Brasile si era promesso un cambiamento. Non ci sarebbe stato spazio per le ingiustizie, per le illegalità, l’impunità e la violenza. Sono trascorsi solamente sei mesi ma tutte le dichiarazioni di intenti sono già cadute nel vuoto.

Tutti gli altri candidati alla presidenza - dal progressista Gomes ad Haddad, il successore di Lula - hanno condannato l’aggressione. È difficile, però, soppesare la sincerità delle dichiarazioni in un clima di tensione in cui vale tutto. Il 27 marzo, quando la comitiva di Lula fu attaccata, Geraldo Alckmin, il candidato del centro-destra (Psdb), disse: «Penso che il Pt stia raccogliendo i frutti di ciò che ha seminato».

Oggi, l’ex presidente Dilma Rousseff, in corsa per un posto al senato, ha così commentato l’agguato a Bolsonaro: «Quando semini vento, raccogli tempesta. Incentivare l’odio conduce a questi comportamenti. Non si può dire di voler uccidere qualcuno, non si può». Rousseff, in un certo senso, ha risposto allo stesso Bolsonaro che in settimana aveva proposto di «fucilare la petralhada», il termine dispregiativo con cui la destra si riferisce all’elettorato di sinistra. «Li facciamo correre tutti, se ne andassero in Venezuela, dato che gli piace tanto», aveva chiosato Bolsonaro in una tappa elettorale in Acre.

Il deprecabile accoltellamento del candidato di estrema destra solleva la vera questione irrisolta del Brasile: la violenza. Bolsonaro promette più armi per tutti per difendersi dai «vagabondi», come li definisce solitamente. Ma non basterebbe un esercito per fermare la violenza brasiliana, figuriamoci la liberalizzazione delle armi.

Ogni giorno, in Brasile, si registrano 153 morti per omicidio. Com’è si legge nell’Atlante della Violenza 2018 di Ipea e del Fórum Brasileiro de Segurança Pública, il record di 62.517 morti è stato nel 2016. Un tasso 30 volte superiore alla media europea. Le cose non migliorano quando si parla di armi. Secondo uno studio comparato, pubblicato dal Journal of the American Medical Association, nel 2016 il Brasile è stato responsabile del 25% delle morti causate da armi da fuoco.

La stampa brasiliana prevede che l’aggressione a Bolsonaro polarizzi ulteriormente un’opinione pubblica già devastata dalla crisi economica e sociale. La speranza, mista a utopia, è che invece, davanti all’ennesimo episodio di violenza, prevalga il disgusto per l’odio politico e torni di moda la passione per il dialogo.

@AlfredoSpalla

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

GUALA
GUALA