eastwest challenge banner leaderboard

Cosa ci dobbiamo aspettare dal Brasile di Bolsonaro

Il candidato di estrema destra ha stravinto (55-45) il ballottaggio delle presidenziali. Nella retorica post-vittoria, tra le sue priorità affiorano Dio e la pacificazione nazionale: primum vivere, di fronte a un Congresso ostile che potrebbe fare a pezzi i suoi progetti più controversi

Sostenitrici di Bolsonaro festeggiano facendo il saluto militare. REUTERS/Adriano Machado
Sostenitrici di Bolsonaro festeggiano facendo il saluto militare. REUTERS/Adriano Machado

Ringrazia Dio, prega in diretta tv e si proclama «difensore della Costituzione, della democrazia e della libertà». L’ascesa elettorale di Jair Bolsonaro si conclude con 57 milioni di voti e la presidenza del Brasile, che gli spetterà dal 1 gennaio 2019. Alla fine di una campagna elettorale contraddistinta dall’avvelenamento dei pozzi - fra fake news, agguati e arresti - lo scarto con Fernando Haddad, il candidato del Partido dos Trabalhadores, è stato di 10 punti (55%-45%) e circa 10 milioni di preferenze. Dopo il primo turno, i sondaggi avevano previsto l’elezione del candidato di estrema destra ma adesso, a urne chiuse, la prospettiva per il Brasile è completamente diversa.

Bisognerà capire che tipo di governo sarà quello guidato dall’ex capitano dell’esercito, più volte accusato di razzismo, fascismo e sessismo. In campagna elettorale ha promesso di tutto, con punti di vista spesso radicali ma subito dopo l’elezione è apparso in diretta social con tre libri sulla scrivania: la Bibbia, la Costituzione e una biografia di Winston Churchill.

In una scena inconsueta, Bolsonaro, prima di parlare ufficialmente alla tv Globo, è stato al centro di un gruppo di preghiera guidato dal senatore evangelico Magno Malta. Tutto in diretta nazionale. È ancora campagna elettorale o è già realismo politico? Nella retorica post-vittoria, Dio, la pacificazione nazionale e l’armonia sono comparsi in maniera quasi inedita fra le priorità del leader del Partito social liberale. Ma il passaggio più interessante del suo discorso è stato quello sulla tenuta di un futuro governo: «Abbiamo le condizioni per la governabilità grazie ai contatti che negli ultimi anni abbiamo avuto con i parlamentari. Tutti gli impegni saranno rispettati con i gruppi parlamentari», ha detto il futuro presidente, ammettendo di essere consapevole della sua fragilità al Congresso.

Bolsonaro, che in campagna elettorale è riuscito a stringere pochissime alleanze e non ha potuto scegliersi il vice-presidente che voleva, si troverà di fronte un Congresso con 30 partiti diversi. Il più frammentato della storia del Brasile. Per sopravvivere ai quattro anni di governo, dovrà dimostrare un’abilità politica che in pochi gli attribuiscono. Non è quindi scontato che i suoi progetti più controversi - liberalizzazioni delle armi, riduzione dell’età penale, ampliamento del sistema carcerario - abbiano vita facile fra i banchi di Brasilia. È invece più semplice che le forze moderate collaborino per l’agenda economica, in cui promette «meno Brasilia e più Brasile», riferendosi a un ruolo meno invadente dello Stato.

Non è esente da colpe l’avversario Fernando Haddad, che subito dopo la sconfitta non è sembrato disposto a posare le armi per il bene del Paese. Ha chiesto rispetto per i suoi 47 milioni di voti ma non ha citato Bolsonaro nel suo discorso e non si è congratulato con lui per la vittoria. «Mi ha chiamato canaglia, dicendo che mi avrebbe fatto arrestare se fosse stato eletto. Ho pensato che non ci fosse il clima (per sentirsi, ndr), oltre a non poterne prevedere la reazione», ha spiegato Haddad a Globo News. Haddad ha poi commesso l’errore di voler citare Lula e Dilma nel suo discorso, pur sapendo di essere diventato, al ballottaggio, il candidato anche di elettori di centro-destra.

In questa polarizzazione che non accenna a diminuire e che comincia a vedersi negli scontri per le strade, c’è un elemento comune al 2014: quasi un terzo dell’elettorato ha preferito non optare per nessuno dei candidati, con scheda bianca, scheda nulla o astensione. È una minoranza eterogenea a cui Bolsonaro dovrà rendere conto se vuole davvero mantenere il Paese unito. Allo stesso tempo, dovrà tenere alte le aspettative di chi l’ha votato e rispettare chi non l’ha fatto.

Si è sempre presentato come il militare che risolve i problemi. La storia gli ha concesso quest’opportunità. L’impresa, ora, sarà farlo con competenza all’interno del perimetro democratico e del gioco politico.

@AlfredoSpalla

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA